Da alcuni anni, in libreria e su qualche blog, è in atto una campagna pubblicitaria a favore della tesi: Dio non esiste. Alcuni testi di saggistica atea sono diventati dei bestseller. Dico la verità: mi sembra logico che, se la Chiesa cattolica fa proselitismo (o apostolato, chiamatelo come vi pare), se gli Hare Krishna girano per le città vestiti di arancione (a proposito: non se ne vedono più; che fine hanno fatto?), se i Testimoni di Geova suonano i campanelli e si intrufolano nei condomini senza essere invitati, mi sembra normale che anche gli atei si diano da fare.
Bene: a sentire gli atei, Dio non c’è. Tiriamo un bel respiro di sollievo? Facciamo festa? Macché. Non sento cori di moltitudini acclamanti. Che strano. Vuoi vedere che la faccenda non è poi così semplice come viene presentata?
In realtà, fin dal 1781 un certo Immanuel Kant ha dimostrato che l’esistenza o meno di Dio è razionalmente indecidibile. Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che da allora non siano stati fatti grandi passi avanti. Tutti gli ateismi, compreso quello raffinatissimo di Nietzsche, contengono una miscela di titanismo e disperazione. L’ateo uccide Dio perché lo sente come un padre-padrone soffocante e prevaricatore. Ma perché si uccide un padre-padrone? Per subentrargli nel ruolo. E invece chi uccide Dio non può mettersi al suo posto. L’ateo lo sapeva anche prima, ma solo dopo il deicidio si rende conto di essere rimasto solo. Ribellarsi è stato bello, ma adesso che si fa? Prova a sostituire Dio con una religione dell’umanità, e scopre che costruire è molto più difficile che distruggere. Gli altri vogliono sapere che fastidio dava Dio, cosa ci hai guadagnato a farlo fuori, che soddisfazione trovi nel convincere gli altri a sentirsi disperati come te.
Roba da matti! dice lui. Non capite che io sono come Prometeo? Vi libero dai timori assurdi, dalle superstizioni, dalle illusioni. Non vedete che il mondo è pieno di guerre, violenze, malattie, morte? Come può Dio permettere tutto questo? Se il male c’è, vuol dire che Dio non esiste.
Ma gli altri si stringono nelle spalle.
Sarà, obiettano, ma anche se togli di mezzo Dio il male è ancora lì tutto quanto. Non hai risolto niente.
Beh, insiste l’ateo, accettatemi come capo e vedrete che, dopo aver sconfitto Dio, elimineremo anche il male dal mondo.
Ma gli altri non lo ascoltano più. Per credere una cosa del genere bisogna illudersi che togliendo di mezzo Dio gli uomini diventino buoni. Il che è come minimo ingenuo.
***
Io non so se Dio esiste. E so di non saperlo.
Però ci spero.
Fino a una certa età semplicemente non ci ho pensato. Volevo affermarmi, cercavo gratificazioni professionali. Quando ho raggiunto i miei traguardi mi sono guardato alle spalle e ciò che avevo fatto mi è sembrato penosamente privo di scopo. Sì, mi ero affermato, potevo cercare di affermarmi ancora di più, ma per chi, per che cosa?
Intendiamoci: questo discorso lo capisce solo chi l’ha provato, e lo proviamo tutti, ma ciascuno con una sfumatura diversa. Avrò sentito ripetere mille volte che una vita senza scopo è come un cibo senza sale, ma non l’ho capito fino a quando non ci ho pestato il naso. Il mio naso.
Per quanto mi riguarda, l’idea di un universo generato a caso e che evolve in modo casuale mi fa venire la depressione. Se davvero l’universo fosse il regno del caso, la vita sarebbe una crudele presa in giro. Perché far progetti se l’intera esistenza è priva di senso? Tanto vale non vivere. L’unico progetto logico sarebbe il suicidio di massa e la scomparsa dell’umanità. Tanti dolori, delusioni, sofferenze risparmiate.
E allora che si fa? Io non sono in grado di dare un senso all’universo. Io posso solo (e sono costretto a) scegliere se comportarmi come se l’universo avesse un senso oppure come se non l’avesse. Un altro sceglierà l’universo caotico. Io preferisco un universo sensato, quindi mi regolo come se Dio ci fosse. Non so se c’è. Non posso neanche essere sicuro di crederci. Però ci spero. Mi rifiuto di considerarmi un prodotto del caso, destinato a sparire nel nulla senza che la mia vita abbia avuto un significato.
Dunque, cos’è la speranza?
Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti. Non possiamo cessare di protenderci verso di esso e tuttavia sappiamo che tutto ciò che possiamo sperimentare o realizzare non è ciò che bramiamo. Questa cosa ignota è la vera speranza che ci spinge e il suo essere ignota è, al contempo, la causa di tutte le disperazioni come pure di tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo autentico e l’autentico uomo. La parola vita eterna cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. “Eterno”, infatti, suscita in noi l’idea dell’interminabile, e questo ci fa paura; “vita” ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l’altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia.

Non so cos’è successo, e me ne scuso, ma nel postare qualcosa deve essere andato storto e l’incipit del pezzo non compare. Ho provato a editare, ma rischiavo di peggiorare la situazione. Pazienza.
Lo trovo un pezzo molto bello.
Tutti dubitiamo, più o meno, eppure tutti speriamo.
Ci pensavo in questi giorni, al funerale del padre di una cara amica. Da tempo non entravo in una Chiesa. La fede palpabile lì intorno era rassicurante, come un ritorno a casa. Ma l’uomo dentro la bara causava solo un’immensa tristezza. Era un artista, o artigiano dell’arte, come dico io, un uomo taciturno, forte, che lavorava materiali poveri per creare dei capolavori, con pazienza e umiltà. Pensavo alla sua lotta per restare in vita e al momento in cui ha detto basta, riconoscendo il capolinea. I due estremi ben riportati in questo scritto. Soffrire vivendo e voler vivere lo stesso… Costruire, creare, lasciare un segno, e poi mollare tutto, perchè nella nuova destinazione non si può portare nulla. Se Dio non ci fosse, da cosa avrebbe origine la creatività dell’uomo, che ci rende così simli a Lui, Primo Inventore di tutti i tempi?
Eppure lasciamo tutto qui, ce ne andiamo nudi. Mi chiedevo cosa potesse pensare quell’uomo, nella sua bara, ascoltando i canti e le preghiere, a che cosa potevano mai servirgli ora che iniziava il suo viaggio verso chissà cosa. Ammesso che ci sia un viaggio da cominciare. Altrimenti, tutte le nostre speranze, tutte le nostre fatiche, compreso quella di vivere, sarebbero veramente inutili.
Questo bel pezzo mi arriva proprio in un momento in cui mi faccio tante domande…
Grazie.
Cìè alimento cospicuo alla speranza.
Secondo Agostino, al fondo dell’anima umana Dio svela la sua presenza. L’interiorità (la sinderesi dell’atto d’intendere) è spirituale.
Io invece non ci credo e non mi pongo neanche il problema, e infatti non sto lì nemmeno a definirmi “atea”; per me sostenere che non credo in Dio ha lo stesso peso che se mi mettessi a sostenere che non credo nell’esistenza del minotauro. La cosa non mi interessa e basta. In questo do ragione a Ferrazzi nella sua critica alle azioni degli atei; perché già definirsi “ateo” vuol dire che ti contrapponi a un’idea di dio e quindi che ci sei dentro. Tutto teatro!
Dramma, per la precisione.
Dio è morto, ad Auschwicz e altrove, come qualcuno ha già detto.
Ma solo chi è esistito può morire.
La speranza è che il morto risorga.
E questo è il mistero che si fa beffe della mia e vostra filosofia.
d’accordo con Lambertibocconi nel non pormi il problema dal lato pratico: il postulato kantiano (agisci in modo che l’altro etc.) è già utile a guidarme le mie azioni. Esista o meno Dio, avrò agito rettamente. Se Dio esiste, delle due l’una – o è buono, ed allora mi premierà anche se non seguo rituali; oppure non è buono, allora non mi interessa.
In questo senso pratico la speranza è un quid pluris, è bello nutrirne, è triste quando la realtà ce ne depriva.
È uno stato soggettivo a cui aggiungerei il ringraziamento alla idea stessa dell’esisenza di Dio: ha generato tanta Arte sublime….
senza voler banalizzare nulla (fra l’altro, sul tema, l’altra sera c’era Scalfari da Ferrara…), letta invece da qualche parte non ricordo più dove…”gente allegra Iddio l’aiuta. Se non sta giocando a cricket”.
Come dico nel post, io credo che esistano diverse fasi nella vita di un essere umano. Capisco le testimonianze di Anna e di Roberto perché in un modo o nell’altro ci sono passato. Quando mi ci trovavo, mi sembrava impossibile pensarla diversamente ed ero propenso ad attribuire la fede altrui a debolezza, bisogno di rassicurazione, rifugio nella ripetitività dei riti, ecc.
Il fatto era un altro: avevo uno scopo nella vita e stavo lottando per conseguirlo. Questo mi dava certezze e fiducia in me stesso. Il guaio arriva quando si conseguono gli scopi che credevamo ci avrebbero appagato per sempre.
Ciò che non capisco è perchè dovrei considerare la mia vita priva di senso nell’eventualità che dio non ci fosse. A me la vita piace così com’è. Mi piacciono tante cose: il buon vino, l’amicizia, la musica, l’amore, la speculazione culturale. Molto altro. Il senso è questo, sto bene e ne godo. Il problema della morte a me pare ridicolo. Che problema è? Da morti non si è più e basta. Dunque affliggersi di cosa?
Anna tu dici: “Per me sostenere che non credo in Dio ha lo stesso peso che se mi mettessi a sostenere che non credo nell’esistenza del Minotauro”. Allora perché non estendere il ragionamento ad altri “enti” quali la Befana, Babbo Natale, i puffi, l’Ape Maia…? È una posizione debole. Qui non si tratta di negare un qualcosa di cui si assume l’esistenza. Si tratta semplicemente di prendere atto che la fede e le religioni, in tutte le loro forme e attuazioni nel corso dei millenni, hanno condizionato e continuano a orientare in modo pervasivo la storia dell’uomo. Le questioni teologiche non possono essere affrontate da una prospettiva razionale, tutte le prove dell’esistenza di Dio sono confutabili. Ma il dato storico-antropologico non si può trascurare. Per quanto concerne l’eterna diatriba tra scienza e fede aggiungo solo un piccolo tassello: la verità scientifica una volta acquisita è universale, in altre parole una legge scientifica è valida in Italia come in Nuova Zelanda, all’equatore come al polo… Per la religione non è così. Certo, sforzarsi di vivere tutti come se un Dio esistesse non sarebbe un’idea malvagia. Ma poi subentrano le gerarchie, il potere, il condizionamento delle coscienze, le guerre… e l’uomo è finito.
Pasquale
Fatica di vivere = imparare ad amare.
Solo un ateo può essere un buon cristiano.
Solo un cristiano può essere un buon ateo.
(Ernst Bloch, Ateismo nel cristianesimo)
Le argomentazioni, della ragione, che non portano a Dio, sono ozio dei popoli.
@Giannino
Per quanto concerne l’eterna diatriba tra scienza e fede aggiungo solo un piccolo tassello: la verità scientifica una volta acquisita è universale, in altre parole una legge scientifica è valida in Italia come in Nuova Zelanda, all’equatore come al polo…
Sarebbe meglio aggiungere: fino a prova contraria.
La scienza, come la fede, è una conoscenza incompiuta.
Binaghi ne abbiamo parlato n-mila volte e ogni volta dobbiamo ricominciare da Adamo ed Eva. Ti invito a rileggere i miei interventi sull’argomento, ancora non ti è chiaro il concetto di metodo scientifico e il suo procedere per approssimazioni successive? Rimandato a settembre. Una teoria scientifica acquisita, in altre parole convalidata dalla comunità scientifica internazionale, è suscettibile di perfezionamento ma non può essere confutata. Suscettibili di confutazione sono le speculazioni dei filosofi. Prova a confutare F = ma se ci riesci. Ho l’impressione che Popper non lo ha capito nessuno. Eccetto gli scienziati.
Pasquale
Il falsificazionismo di Popper è confutabilissimo.
Come dimostrano Kuhn, Quine, ecc.
E’ una filosofia della scienza, non una teoria scientifica.
E allora? La tua posizione qual è? Mi vuoi insegnare cos’è la ricerca scientifica? Mi vuoi insegnare cos’è scienza, cos’è filosofia e cos’è religione?
Vorrei aggiungere qualcosa che nel post era soltanto accennata. La scelta (e sottolineo scelta) fra Dio e ateismo non soltanto prescinde dalla filosofia o dalla scienza, ma prescinde persino dall’uso della ragione. E questo vale anche per l’agnosticismo. In realtà, finché un essere umano ha uno scopo nella vita e si dà da fare per conseguirlo, è in pace con se stesso ed è sinceramente convinto di non aver bisogno d’altro. Il problema non nasce dalle delusioni. Semmai viene proprio dai successi, perché chi consegue un successo e se ne propone uno maggiore, se poi consegue anche quello, comincia a domandarsi che senso ha tutto ciò.
A questo punto può attaccarsi alla filosofia, alla scienza, ai tarocchi, a tutto quel che vuole; ma il problema è già deciso in radice: ha sentito il bisogno di un senso. Ha bisogno di sperare.
Penso,in tuttà umiltà, che Dio si manifesti a chi è pronto, dopo altalene di credo-non credo, ad accoglierlo in sè come condizione dell’anima, uno squarcio dolce e a volte doloroso per comprendere il vero significato dell’amore e della vita.
jolanda
Riccardo, io penso che la catena degli “scopi della vita” sia sostanzialmente pari ad infinito. Io sono ben lungi da raggiungere i miei, ma anche quando uno pensa di averli raggiunti tutti è una questione di “alzo”, cioè di prospettiva. In effetti il postulato kantiano è sostanzialmente un infinito racchiuso entro una proposizione.
Curiosità: il mio prof. di filosofia del diritto (Luigi Lombardi Vallauri), se non erro nel suo corso definiva il “agisci in modo che l’altro sia il fine e non il mezzo della tua azione” postulato kantiano-cristiano. Con ciò ammettendo a mio giudizio che una sorta di “agnosticismo illuminato” non sia poi così agnostico.
Ho smesso d’interessarmi al problema “dio”, da molti anni.
Però il dato, o le parole “spirito” e “spiritualità” mi interessano ancora.
Mi interrogo ancora.
So soltanto che in questa vita, (in parte, non solo noi umani), proviamo, gioie, sentimenti e dolori, e pratichiamo faccende apparentemente oziose, inutili: le arti.
Mi domando spesso perché.
Mi rispondo che è un esercizio della specie per evolversi, non so verso dove.
Vedo, sento la morte.
Sono stato al funerale della madre di un mio carissimo amico ieri.
E so che tutti soffriamo.
E vorrei che gli uomini arrivassero al punto di piantarla di ammazzarsi, di sterminarsi, di procurare dolore ai propri simili.
Fantasie mie.
Sogni.
Mi consola un po’ la lettura di parole antiche del Buddha,
lui non parlò nè di dei, nè di spirito, anima.
Però del qui ed ora: sì.
Il Dio lo siamo noi stesi ! Basta crederci e non arrendersi mai davanti alle difficoltà. La speranza lo siamo noi e anche la vita in se stessa..
La FORZA la e il coraggio di andare avanti li troviamo nella nostra mente. La”chiesa” c’è nella nostra anima. Per vedere l’alba basta guardare la”croce” che c’è dentro di noi così si cammina dritti e con la testa alta.
La FORZA di combattere c’e nella nostra mente. Basta trovarla.La nostra anima è una grande “chiesa” e se vogliamo guardare l’alba ci guida la “croce” che c’è dentro. Così si cammina dritti e con la testa alta .
Anche io penso che consolidare questa idea dell’ateo/disperato (disperateo), ovvero senza speranza, e in cerca di qualcosa, e portatore insano di una nostalgia latente eccetera eccetera sia assai fuorviante. Molto semplicemente, e probabilmente fuori del seminato filosofico – per quanto accattivante – io, che non ho dubbi sul fatto che Dio esista, mi trovo con la armi del tutto inefficaci a contrastare (qualora lo volessi fare) la serena opinione di chi, come Carlo Cannella qui sopra, non ci trova nulla di disperante nell’essere ateo. E’ esattamente la posizione della maggior parte dei miei amici, uomini atei pieni di valori e di futuro esattamente quanto me.
La disperanza, il dubbio, la nostalgia sono valori (perché sono, tutti, valori) che prescindono dal fatto di credere o non credere. Vi sono connessi, ma non esclusivi dell’uno o dell’altro.
Ezio
Ezio, permettimi di non condividere il tuo punto di vista. L’ateo può vivere benissimo senza sperare? E perché allora non dovrebbe poterlo fare anche chi ateo non è? No, io resto del parere che se non si spera in qualcosa non ha senso fare progetti, darsi da fare. Guardare alla vita come qualcosa di cui semplicemente godere (vino, donne, spinello, ecc.) va benissimo finché sei in grado di farlo. Ma poi? Quando ti trovi ad affrontare la prospettiva di venti, trenta anni di reumatismi, andropausa e giovani che ti soffiano le prede sotto il naso, forse allora si comincia a sentire la necessità di un orientamento diverso. L’ateismo, come direbbe Cormac McCarthy, “non è un paese per vecchi”.
Dunque, se ho ben capito, la fede in dio sarebbe un rimedio contro la depressione causata dagli acciacchi dell’età. Questo significa che fra una ventina d’anni mi ritroverò a sbattere le ginocchia in un confessionale. L’idea mi rattrista.
Ciò che mi rincuora, invece, è il fatto che in Olanda, dove vivo, più della metà della popolazione si dichiara atea o agnostica (dati pubblicati qualche anno fa dal quotidiano cattolico Avvenire) e che la gente sorride molto più che in Italia.
E’ proprio difficile ipotizzare che questo paese sia progredito economicamente e civilmente proprio grazie al rifiuto dei dogmi religiosi e alla libertà umanistica che ne è conseguita? E che le libertà civili e democratiche siano state sperimentate in Olanda con più di un secolo di anticipo rispetto ad altri paesi europei?
No. Non so se non mi spiego o se non mi vuoi capire: ho detto più di una volta che ci sono diverse età e bisogna passare attraverso tutte. Il problema non sta negli acciacchi in se stessi o nell’età in se stessa, ma nel fatto che, volenti o nolenti, una volta raggiunta la consapevolezza di avere ottenuto gli obbiettivi che ci eravamo proposti (o una volta constatata l’impossibilità di ottenerli in tempo utile per goderne), non si può fare a meno di riorientare la propria esistenza. Non è che ciò che prima era giusto diventi sbagliato o viceversa. E’ che, semplicemente, esistono circostanze della vita nelle quali non si riesce a guardare più in là di certi obbiettivi che sembrano a portata di mano. Finché dura, è una condizione felice (anche se si tratta di una felicità che deriva da una forma di miopia). Infatti, tutti considerano il periodo dai 20 ai 40 anni come il più felice della vita. Però bisogna vivere anche gli altri.
Quanto al resto, sui sorrisi olandesi avrei qualche riserva. E sul progresso civile, economico, democratico, ecc. ecc., be’ sì, è proprio difficile ipotizzare quel che dici. L’ha fatto Max Weber parecchi anni fa, ma da un po’ di tempo si è scoperto che si trattava di un’analisi un po’ troppo spannometrica.
La sociologia non è una scienza, ogni teoria è approssimativa. Anche quello che stiamo dicendo lo è. Tuttavia, sul fatto che non riuscirò a riorientare continuamente la mia vita e a trovare soddisfazione nelle cose, anche in vecchiaia, continuo ad avere molte riserve. L’idea di dio e di una vita dopo la morte, di certo, non mi aiuterebbe in nessun modo.
Caro Carlo, come può la felice Olanda dare spunto per scrivere un romanzo come il tuo? Come fai a vedere tutto buono? Non esiste il male?
Ma anche parlare tanto di obiettivi… Io per esempio non ho tutti ‘sti obiettivi, vivacchio come posso, non ho obiettivi pragmatici, voglio solo essere una persona di valore non rinnegata e non commerciale – credo nel valore e nello spirito, ma non in Dio. E’ stressante avere sempre obiettivi. Ferrazzi ci ha la mania degli obiettivi. Con simpatia. E’ già qualcosa non ammazzarsi.
Miei cari, vi invidio. Restate sempre così.
Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire;
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
@ Carlo64
Se il male c’è, dio che c’entra? E’ roba umana, da reprimere con la forza dell’umano.
Certo, dipende dalla libertà dell’uomo. L’uomo è libero di scegliere; però l’uomo da solo non ce la può fare.
Per esempio: c’è un luogo in cui suonano una musica. Uno che si allontana da quel luogo non sente più la musica, però sa che c’è; è soltanto lui che si è allontanato. Ma se uno è da un’altra parte e non ascolta la musica, dice che non c’è alcuna musica. Allora gli dicono: ascolta questa musica. E lui dice: come faccio, che non la sento?
Eh! Tu avrai le tue ragioni, però non vuol dire che non c’è musica.
Dunque, come fai ad escludere che ci sia musica, quando gli altri ti dicono che c’è?
E tu come fai ad affermarlo, quando dal posto in cui sei, non la puoi sentire? Questo è un discorso che non ci porterà a niente.
Ok, chiederò che venga diffusa anche da quelle parti. Però, a pensarci bene, è una richiesta che dovresti fare tu.
Va bene, comunque Buon Natale.
Carissimi,
a me pare che in ogni momento ognuno di noi speri che ciò che fa abbia un senso: ci alziamo la mattina e scriviamo in questo blog in quanto, anche se non ci riflettiamo, siamo fermamente convinti che ciò che facciamo abbia un senso.
Il contenuto di questo senso è un incremento di vita.
Noi viviamo nella speranza di incrementare la nostra vita: conoscenza, amore, gioia.
Il problema è: questo senso possiede un suo senso oppure è una illusione propria di questa stranissima specie consapevole di sé e sempre proiettata oltre ciò che è dato?
La nostra tensione ad incrementare la vita è un vano conato che finirà con l’implosione, oppure questo incremento possiede una dimensione in cui viene custodito e proseguito, al di là della mia morte o del collasso del sistema solare?
Nell’anima di ognuno di noi, che ci riflettiamo o meno non è determinante, abitano entrambi questi pensieri: tutto è vanità alla fine – tutto è custodito in una vita più vasta.
Il problema reale mi sembra questo: perché alcuni di noi danno credito alla prima ipotesi, e altri alla seconda?
e: quali conseguenze reali si ripercuotono nella mia vita se dò credito alla prima o alla seconda possibilità?
A me pare che la speranza, intesa in senso teologale, come la fede, siano stati che attraversano ciascuno di noi, ma che solo qualcuno pone a fondamento di tutto il proprio pensare ed agire.
E lo fa perché affascinato dall’umanità, dalle forme di umanità che derivano da questo affidamento.
Il resto rischia di rimanere sul piano astratto delle credenze.
Grazie della bella discussione.
Marco Guzzi
Ieri avevo tentato di inserire un commento ma è sparito: misteri della “tecnica”… Lo riassumo: Ferrazzi, provi a fare un po’ di volontariato.
Cordialmente.
Pasquale
Caro Giannino, grazie del consiglio. E’ Natale, siamo tutti più buoni, ecc. ecc. Vediamo di non mettere insieme oves et boves.
Appunto, è Natale: cerchi di pensare un po’ agli altri anziché ai “suoi”obiettivi.
Giannino, visto che è prodigo di consigli, mi permetta di dargliene uno anch’io: pensi un un po’ a se stesso.