Mario Pandiani e Babsi Jones

babsi-jones.jpgÈ di oggi la notizia che il negoziato sul Kosovo è fallito e io ho appena terminato la lettura di questo straordinario libro.
E’ una lettura amara, amara di un alcaloide che conosco, è quell’amaro in cui si aprono, come lampi, squarci di luce, luce col sapore di tregua, il più dolce e il più breve dei sapori.
È una lettura dolente, ho guadato alcuni capitoli con pena e peso e rabbia, capisco che la sua pubblicazione abbia portato molti, prima di tutto, a difendersene.


Molti elogiatori se ne difendono, con lodi sulla scrittura, la forza e la bellezza nichilista di un raccontare la morte, un’estetica modernissima che ci ha abituati a vedere sangue di vitello o di maiale sulle pareti bianche di gallerie d’arte a Soho; anche i detrattori naturalmente usano precauzioni, con gommosi argomenti di political correctness: filoserba, antislamica, antioccidentale, narcisista, (quante volte!), o estetici, criticando le ormai numerose fotografie reperibili sul web che ritraggono Babsi Jones come una figura Weimariana, donna lucertola dipinta da Grosz, o, perché no, letterari circa il talento più o meno autentico dell’autrice, eludendo accuratamente il testo e la sua natura.
E non dimentichiamoci di lei, Babsi Jones, con i suoi cocktail di benzodiazepine e codeina, farmaci elencati con doviziosa pertinenza farmacologica, difesa psicochimica che le permette la traduzione-tradimento di ricordi vivi in un’opera editoriale soggetta a marketing, il lungo editing cui si è sottoposta senza deleghe.

E io, come mi sento dopo aver letto Sappiano Le Mie Parole Di Sangue?
Come mi sento… pur avendo deciso di scriverne non trovo una categoria critica per distinguere approvazione o rigetto, bello o brutto, giusto o sbagliato, arriverò alla fine di questa quasirecensione trovando quel che mi serve nell’unico modo che conosco, cercando nelle mie pareti interne le ombre che si sono incise, come quelle dei vaporizzati di Hiroshima e Nagasaki di cui non restano che le sagome brune sull’intonaco, sindoni, le tracce della sofferenza rimaste sul lino della mia lettura.

Sarebbe sufficiente l’elenco dei dati storici, sempre perfettamente circostanziati, che incontro ad ogni angolo di questa scrittura simile ad uno stetl kafkiano, collettore diligente di informazione a tutto tondo, (di cui molta, evidentemente, di prima mano), a capire la menzogna, (come l’articolo di Bettiza apparso oggi sulla Stampa), che correntemente viene presentata su quello che è successo, che succede, e che ancora succederà laggiù.
Il giudizio su una guerra, alla fine, non richiede letteratura ma fatti e date.
Ma S.L.M.P.D.S. non è un giudizio sulla guerra.
Leggere Sappiano Le Mie Parole Di Sangue è come avere a che fare con una donna dismenorroica senza profilassi Infasil, le barriere igieniche vengono progressivamente meno e sangue e grumi gelatinosi si inseguono con scarafaggi e cani, diarrea e caffè esausto cotto nel Gatorade.
La repulsione di cui si fa oggetto la protagonista, reporter che ha reciso ogni ormeggio con la salda banchina dell’informazione allineata, ma che incessantemente si rivolge al Direttore, fantasma paterno e ormai patetico, è l’unico modo possibile di farmi capire cosa significa essere serbi in Kosovo e agli occhi dell’Europa, cosa significa essere cancellati programmaticamente, come ebrei, cosa subire i pogrom nel terzo millennio, essere orfani di un padre della patria e figli di madre ignota (Costantinopoli), portare cucito sulla manica il marchio di schiavo, “Sciavòn” come, con disprezzo, li chiamano i veneti.

“I serbi che decideranno di restare saranno uccisi … Non ci saranno più serbi né ebrei sotto il caldo sole kosovaro” proclama Mustafa Krujë, primo ministro fascista della grande Albania voluta da Mussolini e da Hitler.
“Una Z gialla, zidov, giudeo; una P blu, pravoslavni, ortodosso”.

Confinare con l’impero d’occidente e resistere restando orientali, gli ha meritato d’essere consegnati ai turchi, ai fottuti turchi, al sistematico tentativo di sterminio che ancora è in atto, stritolati come sono tra i turchi schipetari e gli ustascia NATO.
Per raccontare la “tribolazione serba”, la morte è l’unico superlativo che Babsi Jones accetta, non puoi essere più morto di un altro, è il limite ultimo, e il monastero ortodosso profanato e distrutto, uno degli oltre 150 devastati dalle milizie albanesi, assume una valenza di limite, di boccascena, “incontro tra il misticismo bizantino e la tribolazione serba”, sepolcro parlante.
Lì incontra il suo Sarastro, il maestro sapienziale, nella domenica che chiude la settimana claustrofobica passata nell’appartamento del Yu Prog, “The Cage” come lo chiamano; il condominio-ghetto che ospita i pochi serbi stralunati rimasti a Mitrovica, dove le quattro donne del racconto vivono paure e ossessioni in attesa del pogrom alla fine dei sette giorni.
È un anziano attore, Lajos, serbo ed ebreo, per scampare si finse ungherese; parlano di Amleto, cui si deve l’ispirazione del titolo e di cui in una bizzarra edizione da copisteria funge da breviario (e altro) nelle giornate della protagonista
“Tu amavi Amleto, mi hanno detto” Gli chiede B.
“Amleto indaga. Amleto dubita. Amleto ricorda. È abbastanza per definirlo intelligente”.
Nel disincanto di un guitto il cui ultimo palcoscenico è una chiesa profanata, che si ubriaca con il vino inquinato dal piscio dei profanatori, che aspetta di raggiungere il novero dei veri protagonisti; i morti, Babsi Jones trova forse la chiave che permette di porgere questi ricordi, di pubblicarli.
Farne teatro. Nell’atmosfera irreale della narrazione si riconosce come un velo istrionico che rende possibile ad una coscienza di restare a vedere e non collassare.
Il reportage diventa un quasiromanzo e nelle ultime pagine piece amletica beckettiana.
Prima di lei, cinematograficamente, Emir Kusturica, cui Babsi deve il primo amore per quella terra, ha dovuto operare una tale trasformazione, fellinizzare i Balcani, quel casino, rendere grottesco ciò che non può essere reso drammatico senza tradirlo di più.
Kusturiza ha rinunciato alla poesia dei suoi primi film, poesia di “Unità e fratellanza” che dopo Tito scompare nel caos della frammentazione yugoslava, e ha messo in scena una commedia, una totentanz brulicante da cui, chi vuole, può trarre qualche speranza o disperazione, riderne, o piangerne, come vi pare.
Un teschio ride sempre, ghigna per sua natura, raffigurare drammaturgicamente la morte vorrebbe dire voler fare più morti i morti, come essere: un po’ incinta, molto incinta, per usare la metafora tipica.
“Morto, è già superlativo”.
L’uomo ha un meccanismo protettivo di astrazione; nella follia di una guerra, nelle sue menzogne, tra vicini di casa che vogliono tagliarti la gola e forze umanitarie che coprono le azioni coordinate degli assassini, trasmuta la realtà e tutto avviene come in un sogno, la paura sposta il suo oggetto su cose irrisorie, oggetti inutili, memorie lontane, il reporter diventa narrA(t)tore, Babsi jones diventa Amleto e parla, spara, recita, riempiendo ossessivamente il silenzio dell’interruzione della scrittura, del tacere del taccuino, del silenzio del pogrom che non arriva ma sta arrivando, sappiamo che arrivò.
La lucidità è solo follia, o viene con il colpo di grazia, o con una cluster bomb sul mercato affollato.
L’erosione del tempo di questi sette giorni è lo spazio dell’imminenza, il limite che accoglie una storia, la storia, la tregua che sta sempre per finire, avaro rifugio è la tregua, sipario instabile.

In questo viaggio al termine della disperazione anche Babsi, come Bardamou, ha un doppio, un Robinson che le consente di evidenziare la frattura interiore, la remora di un’appartenenza che le causa vergogna, persino quando è in periferia a Milano fra immigrati, un’assimilazione che le è impossibile, lei italiana “ricca” e non serba.
L’Umanitaria, “Miss Insciallàh”, portatrice di idee propagandate e meschinerie, di verità contraffatte ma funzionali, di pragmatismo che chiama razionalità, che per qualche misteriosa ragione si trova allo Yu Prog invece che in una calda e accessoriata base Kfor, “Voglio capire” dice candidamente l’Umanitaria che forse, (questo non è riportato nel taccuino né nel testo, è solo un mio pensiero), alla fine le salva il culo, imperdonabilmente.
I dialoghi con l’Umanitaria funzionano come cartina al tornasole del progressivo allontanamento dell’identità di Babsi, del progressivo sgretolarsi dei legami con il “nostro” mondo occidentale, dell’impossibilità che questo ha di capire, della volontà che ha di non vedere.
Sgretolamento che si manifesta nelle accuse che la bionda atletica incassa senza batter ciglio con la sua anima airbag.
Ma lei è anche la recinzione spinata che impedisce a Babsi Jones di varcare l’ultima soglia, di diventare Serbia, forse di esserlo diventata tacendo, come tutti gli altri morti.
È il Sancio che alla fine, dove si spegne la parola, la consegna alla scrittura, invece che alla morte, che la condanna amleticamente al proscenio.
Come mi sento dopo aver letto Sappiano Le Mie Parole Di Sangue?
In tutto il rancore, l’odio, affilato come la matita di un architetto, il disincanto con cui è raccontato questo affondo nel male fatto e subito, ho trovato, rovistando in inconfessabili melme, la pietà più vera, un amore nettato con scrupolo da sentimenti e immagini precostituite, forgiato sull’incudine dei fatti, purificato nel crogiuolo del sangue. Scarnificato, e infelice, come ogni vero amore che si trovi in un libro degno di questo nome.
Un amore che mi avvicina all’esperienza, che mi libera dal giudizio, incatenandomi alla coscienza.
Forse bastava che dicessi questo.

23 pensieri su “Mario Pandiani e Babsi Jones

  1. marsiglia

    Devo dire sinceramente che a me non é piaciuto. L’ho trovato di una scrittura esasperata, artificiosamente esasperata. E poi nei luoghi di guerra non c’é stata solo l’autrice di questo libro. Vorrei ricordare, e non sono una che decanta la categoria professionale a cui appartengo, che in queste sporche guerre alcuni inviati hanno perso la vita. Come pure molti volontari. Questa ragazza sembra che soltanto lei, lei da sola, sia stata laggiù a vedere certi orrori. Mi sembra un po’ troppo.
    Mi spiace Fabry ma questa é la mia opinione forse controccorrente.
    Un saluto
    Stefania

    Rispondi
  2. Giuseppe Iannozzi

    Mi sembra che si stia facendo dell’accanimento terapeutico, per così dire, volendo usare una metafora.
    Quanto sta accadendo in Kosovo, e non solo, è gravissimo. Ma non è di certo lo scartafaccio di Babsi Jones che può fornire anche solo delle pallide risposte al lettore che intenda capire la realtà di oggi. Oltretutto B.J. è stata all’ombra della guerra per pochissimi giorni e ne parla come una veterana: la sua scrittura è artificiosa, costruita a tavolino, al fine di ottenere degli effetti di sbigottimento. Ma non gli è riuscito di portare a segno alcun sbigottimento nel lettore, che invece ravvisa solo una estrema freddezza espositiva. I fatti narrati sono slegati: non c’è alcuna continuità narrativa né un filo conduttore che si possa ricondurre ad un’opera saggistica.

    Mi spiace, anzi non mi spiace proprio per niente: Babsi Jones non sa scrivere. La sua penna (virtuale) è buona solo per tenere un blog, ma non per altro. “Sappiano le mie parole di sangue” è un vergognoso quanto emblematico esempio di come l’editoria italiana va sempre più allo scatafascio, promuovendo libri inutili e autori incapaci. O forse solo non ancora pronti a confrontarsi con la carta stampata, con la serietà di dare alle stampe un insieme di fogli che sia veramente un libro compiuto e finito.

    Mi trovo d’accordo con Stefania.

    Saluti.

    Giuseppe Iannozzi

    Rispondi
  3. mario pandiani

    Mi auguro che le opinioni qui espresse siano veramente controcorrente, perchè vendere un po’ di copie farebbe comodo all’autrice che non scrive ospite di ville a Capri o biblioteche a Boston e non abita in via Bagutta a Milano.
    Che dire, non è obbligatorio che un libro debba piacere, grazie al cielo la critica non è sempre orientata come l’informazione in questo paese, quando un autore si prende dei rischi, stilistici o di contenuto, è naturale che non si sieda sulle piume.
    Il libro non è un saggio, non è un pamphlet politico, non è un romanzo nel senso generalmente accettato per questo termine.
    Quello che posso dire è che per me, (che non credo di identificarmi al “LETTORE”, sbigottito o meno), è stato uno specchio, uno specchio frantumato, in cui mi sono riconosciuto in pezzi, nelle cui parole ho sentito il sapore del sangue, in cui non ho trovato artificio, ma drammatica sincerità, specialmente dove la recitazione sosteneva farmacologicamente lo sgomento insostenibile.
    Di molte opere posso condividere il giudizio, positivo o negativo, a riguardo di costruzione, prosa e, perchè no, continuità narrativa e filo conduttore.
    Per certe opere la coerenza stilistica è necessaria, gran parte della loro qualità sta in quello.
    Io sono dell’avviso, ne sono convinto razionalmente e lo sento nella carne, che ci siano delle opere che hanno un rapporto peculiare con il limite; lo abitano, anche se sembra che lo oltrepassino, oggi molti passano i limiti, ma non vedo in questo il valore ne la difficoltà.
    Abitare il limite significa annullare tante cose, e per uno scrittore di sangue annullare significa strapparsi pezzi di pelle, significa rinunciare a certe seduzioni che la scrittura consente, significa mettere a nudo anche le cose non eclatanti di se, significa anche scrivere quando si ha fiato e carta, seguire un dettato interiore che se ne fotte dell’equilibrio narrativo, posto che in SLMPDS non ce ne sia.
    Il territorio del limite non è gratificante, non c’è l’eroismo di chi lo oltrepassa, non la sicurezza di chi ci sta dentro, (e non sto giudicando nessuno, so riconoscere la maestria in entrambe le cose, dove c’è).
    SLMPDS è un libro che chiede a chi lo legge di riconoscersi in quello stallo sofferente o di andarsene, non ti dice, sta pure e guarda come ti racconto bene la guerra, una che usa una pagina di Amleto per pulirsi le mestruazioni sta raccontando qualcosa da dentro, da un buco lurido interiore, non è un reportage, non si affida ad un autoblindo per visitare il fronte, e ci sono mine che esplodono nell’anima che portano a vedere la guerra dal trauma dell’impotenza e della paura anzichè dalla chiarezza distaccata dell’esposizione dei fatti, scortati militarmente, (ci mancherebbe anche che uno che fa reportage di guerra non rischi la vita, anche se spesso rischia veramente solo quando dice la verità).
    Ecco, potevo parlare dell’affabulazione come metodo narrativo popolare, della decostruzione del corpo del testo, della scrittura di flusso contro la costruzione logica, ma non me ne frega niente, la ricetta di un piatto non lo rende più saporito o, nel mio caso spesso, più disgustoso; cosa posso dire di più di un libro? che in qualcosa mi somiglia.
    A parte la data di nascita, non condivido quasi nulla della vita e dei modi di Babsi Jones, ma l’esperienza del limite la conosco e so che per narrarla si esce pazzi, ci vuole arte da vendere, ci vuole un’arte sottile, per passare sotto le porte dell’appartenenza ed entrare, come blatte, nella stanza interiore.

    Rispondi
  4. marsiglia

    Paradassolmente si é “ospite” delle ville a CAPRI anche in letteratura basta esssere protetti nelle ville! Personalmente conosco questa storia. Babsj Jones, scusatemi, é una come Saviano di cui tutti parlano,perchè nessuno conosce.
    Cred oci sia una disaddezione al giornalismo. anchen se é nuna merda
    E questo é un male.

    Rispondi
  5. Giuseppe Iannozzi

    Il libro vende se è tale e quindi buono. Personalmente, fossi stato io l’editore, il lavoro di Babsi Jones l’avrei cestinato immediatamente o l’avrei rimesso al mittente con la solita lettera di accompagnamento: “Siamo spiacenti… ecc. ecc.”
    Come critico e giornalista ho una mia deontologia – che non svendo per nessun motivo al mondo -, ragion per cui non dirò mai di una pubblicazione che è buona quando secondo il mio metro di giudizio non lo è.
    Aggiungo in ultimo: non c’è bisogno di fare gli scrittori a tutti i costi se non si hanno naturali capacità scrittorie, questo vale per chi nelle ville a Capri quanto per chi nei sobborghi milanesi romani palermitani napoletani torinesi, ecc. ecc.
    Resta il fatto che è incredibile come si sia riusciti a (far) pubblicare un simile presuntuoso scartafaccio spacciandolo per un’opera vicina a Virginia Woolf, W.S. Burroughs, e adoprando altri paragoni impossibili, quando per definire la quasiscrittura di Babsi è sufficiente dire che è la sua velleità letteraria tutta basata sull’incapacità. Non amo affatto Pulsatilla o altre bambine simili, eppure la loro quasiscrittura se paragonata a quella di BJ è qualche cosa più di niente.

    Saluti

    Giuseppe Iannozzi

    Rispondi
  6. demetrio

    secondo me, si può dire uno libro è scritto male o bene. Liberissimi. Nel senso a giuseppe non piace, a me sì. Ed è finita lì, nel senso che ognuno coltiva i propri interessi e i propri piaceri di lettura.

    personalmente, dal punto di vista della critica letteraria, mettere sullo stesso piano Gomorra e Sappiano è un errore, un errore che fai tu stefania, perché lì leggi entrambi come due testi che si muovono nell’onda del giornalismo.
    Le cose sono due o non hai letto i libri, e allora va beh, o li hai letti e non li hai compresi, e allora non va beh.

    Se poi li avessi letti, avresti certamente capito come la scelta linguistica operata da Saviano è diametralmente opposta al quella di Babsi.

    se vogliamo, dal punto di vista di tecnica narrativia (non sto facendo paragoni), Saviano usa un “Io narrante” simile a quello verghiano ovvero un io che “sparisce” nelle cose che racconta (mi vengono in mente certi passi de I malavoglia e di Mastro Don Gesualdo). Quella di Saviano è una scelta “testimoniale”: far parlare le cose.

    Babsi si muove su di un piano diverso, mette in primo piano il proprio Io, o – meglio – l’io di chi racconta: sceglie un tono e un timbro oracolare, poco frequentato dalle nostre patrie lettere (infatti secondo me, i paragoni fatti nel lancio pubblicitario sono fuorvianti, la linea in cui si inserisce Babsi Jones è quella degli irregolari Delfini, Dante Virgili e del Berto de Il male oscuro).

    per quello che conta, io lo dico immediatamente: conosco babsi, e so che è stata in quelle lande, e non è detto che se uno va in mezzo ad una guerra deve necessariamente scrivere un reportage giornalistico, costruito secondo i dettami di soggetto verbo e complemento oggetto.
    C’è anche chi prova a scriverci un romanzo.

    eppoi ci sono scrittori che ci provano a scrivere un romanzo e non ci riescono, e ci sono giornalisti che provano a scrivere articoli e non ci riescono.

    d.

    Rispondi
  7. fabry

    per Stefania: il libro di Babsi, come si vede anche qui, suscita sentimenti e reazioni contrastanti. è giusto che ognuno dica la sua, anche perché è difficile stabilire quale sia la corrente principale, e quindi chi vada controcorrente.
    un abbraccio
    fabry

    Rispondi
  8. marsiglia

    Intanto mi sento di dire che la recensione di Fabrizio é talmente bella che se non avessi letto il libro correrei a comprarmelo. Fatta questa premessa doverosa di fronte a un testo che si “sente” che viene dal cuore, Basi Jones l’ho letta. Anzi, caro Demetrio, ho visto che c’è anche un ringraziamento a te e ad altri nelle ultime pagine.
    Io non amo stroncare per pregiudizio. Ho detto la mia. E aggiungo pure che il libro in questione ha un linguaggio talmente ricercato che a una lettrice come me appare finto.
    Questa è la mia idea e , naturalmente rispetto quella di altri che sostengono il contrario.
    Gomorra. Alla gente che compra i libri arrivano dei messaggi precisi. E bene ha fatto Saviano a denunciare l’orrore che vive nella sua realtà.
    E comunque anche Saviano l’ho letto. Trovandoci personalmente poco di nuovo. Ma questo è il giudizio di una persona che in quelle terre ha fatto la giornalista, in un’epoca in cui sui giornali ci si indignava, si denunciava. Una realtà che sento “mia” pur non vivendoci più.
    Detto questo Gomorra è stata anche una buona operazione mediatica. Saviano stava raccogliendo materiale per il libro. E veniva chiamato nei commissariati e invitato a farsi i fatti suoi. Tutto questo l’ho letto quando non ero neanche in Italia. Ma ne parlarono alcuni giornali campani e naturalmente Nazione Indiana. Poi a “fenomeno” diffuso è arrivato Mondadori.
    Fermo restando che apprezzo un giovane che scrive denunciando degrado e camorra, resta il o che il successo di questo libro, che è anche ben scritto, ma non dice nulla di nuovo, deriva dal bisogno che c’è nel paese di coscienza civile. Allora fermiamoci un momento a riflettere: opera letteraria o denuncia? L’uno e l’altra probabilmente. Un grande fuoco d’artificio nel deserto della disinformazione. L’altro giorno su Il Corriere del Mezzogiorno il capo del pool dei magistrati napoletani ha detto che i media non parlano più della camorra. Il cronista giudiziario del Corriere della Sera gli ha risposto che il magistrato ha ragione “Napoli è data per persa”.
    In questo panorama un libro diventa un mito, i giornali carta straccia.
    Mi scuso se sono stata un po’ dura. Qualche volta mi viene….:-)
    Ciao
    Stefania

    Rispondi
  9. marsiglia

    Rettifico . la rece non é di Fabrizio come tutti sapete, ma di Pandiani. Una mia svista e un po’ di età che avanza. me ne scuso e comunque confermo cio’ che ho detto

    Rispondi
  10. rferrazzi

    Solo un breve intervento, visto che su SLMPDS ho già scritto qualcosa tempo fa. Un libro come questo è fatto per suscitare reazioni contrastanti; quindi la critica, anche feroce, ci sta. Quello che a mio parere non ci sta è la denigrazione della scrittura di Babsi. Chi vuole la retorica rotonda ha tutto il diritto di preferire Thomas Mann, ci mancherebbe; ma se non riconosce l’intensità della scrittura di Babsi è un pessimo critico.

    Rispondi
  11. mauro baldrati

    Una cosa che mi chiedo – senza avere letto il libro – è: perché certi testi diventano dei “fenomeni” dell’editoria, tutti ne parlano, suscitano polemiche, stroncature o grandi entusiasmi (cfr Giuseppe Genna), tali da travalicarne il reale contenuto letterario? C’entra per esempio la personalità/icona dell’autore?

    Rispondi
  12. rferrazzi

    Non so risponderti in generale, ma nel caso di SLMPDS i servizi fotografici di Babsi non credo le abbiano giovato dal punto di vista commerciale o della critica. Il libro è diventato un fenomeno per l’argomento (guerra nei Balcani) e per il taglio dichiaratamente filoserbo.

    Rispondi
  13. mario pandiani

    Io me ne fotto se un libro è o non è un “caso”, Giuseppe fa una critica precisa collocandosi in una sfera ben definita che è quella di una certa letteratura, e naturalmente la sua opinione è rispettabile anche se non la condivido, anzi la deploro.
    Criticare il libro partendo dal personaggio o dal “caso” invece, significa agire nell’ambito del gossip ed è irrilevante.
    La scrittura di Babsi è un sacrificio, l’immagine di se che ci consente di vedere è ancora un sacrificio.
    Io credo che la straordinaria forza narrativa di questo libro stia nel fatto che l’irrinunciabile lucidità con cui è scritto porta ad uno stallo, ad un’impossibilità di fatto, al limite della scrittura, che non può, riconosce di non potere (e non per limitazioni di capacità), aderire ad un genere, con i suoi criteri e canoni.
    I generi sono lo strumento principale con cui il mondo editoriale moderno neutralizza i libri; denuncia, romanzo, saggio, ognuna di queste definizioni pone un’ipoteca critica sul suo contenuto, indipendentemente dalla forma con cui è scritto.
    In SLMPDS, non si varca questo limite, varcarlo significherebbe semplicemente aprire un sottogenere, ma trattiene la scrittura in questo stallo, nella verità inascoltabile, nell’evidenza relativizzata sistematicamente, nell’atrocità che non è mai abbastanza, si è trattenuti in una ferita che resta aperta, che nessuna vendetta placa e nessun perdono richiude.

    I servizi fotografici; qui è comico, perchè sembrano imbarrazzare di più i sostenitori che i detrattori.
    Bisogna sapere bene chi è Malcom McLaren per valutarli a ragion veduta, sono un’affascinante schiaffo al bon ton editoriale di oggi, sono insieme nostalgia, indifferenza e rabbia, per capirli veramente bisogna guardare l’altra faccia della medaglia, le foto che Babsi ha fatto nei suoi viaggi e raccolto su flikr nel suo blog, fotografie sature di attenzione e partecipazione, fotografie che avvicinano al suo peculiare modo di entrare nelle cose, anche a quelle che scosteremmo con un piede, o cambiando marciapiede.

    Rispondi
  14. corrado mantoni

    volevo oh, sapere se il comentatore che si firma marsiglia, oh, eh? è lo stesso marsiglia, eh, oh, che lavorava con me, oh, al pranzo è servito, eh?

    grazie e bbuonasera a tutti.

    corado

    Rispondi
  15. demetrio

    stefania

    sono nei ringraziamenti perché durante la stesura con babsi abbiamo parlato spesso del libro: io non dico che il libro è bello perché ci sono nei ringraziamenti (è vero tu non lo dici, ma sottilmente – direi femminilmente – lo fai sottointendere).

    provo ad usare un ragionamento per assurdo, a me del tema di Sappiano e di Gomorra non mi interessa; non mi interessa niente dei Balcani, della Camorra, dei morti, di come sono morti. A me interessa la lingua con cui i libri vengono scritti; la lingua è il cuore di un libro, lì si decide e si fonda il “tema”.

    una volta parlando con babsi io le dissi che se il suo libro sarebbe stato devastante anche se avesse raccontato gli scontri e gli scorni di una vita condominiale.
    Il punto di forza del libro non è il tema (il tema che *tira* va giusto bene per i giornali e giornalisti), ma la lingua.

    Idem per Gomorra, che parli della camorra a me interessa fino ad un certo punto; mi interessa più comprendere il modo in cui Saviano mette in moto e tiene il suo racconto.

    d.

    Rispondi
  16. Giuseppe Iannozzi

    In egual modo me ne fotto e strafotto se deplori la mia libera critica, caro Mario. Posso però dire una cosa: la tua recensione è molto bella, fin troppo bella, così tanto bella che dice tutto quello che Babsi Jones nel suo quasicoso non è stata capace di dire. Tu sai scrivere. Babsi Jones invece non sa scrivere. Questo è il punto.

    Continuo ad essere perfettamente allineato al pensiero di Stefania, quindi non aggiungo altro.

    In quanto ai servizi fotografici: a quando il calendario di Babsi Jones? Solo per sapere, perché non m’interessa il calendario di BJ.

    Saluti

    Giuseppe Iannozzi

    Rispondi
  17. Giocatore d'Azzardo

    Da non esperto. Ho letto solo le prime 30 pagine del libro di Babsi (in prestito da un amico) e mi hanno lasciato la stessa impressione delle partite a carte, con i parenti, dopo il pranzo di Natale: una noia mortale spazzolata a festa.

    Uno dei motivi per cui evito, da quando ne ho la facoltà, i pranzi di Natale con i parenti.

    Blackjack.

    Rispondi
  18. effemme

    L’insipienza delle argomentazioni, l’inconsistenza o la pretestuosità degli strumenti critici utilizzati (parallelismi “esilaranti” compresi) non hanno mai stroncato un bel niente, tanto meno un libro, magari concorrono soltanto a rendere ancora più salda, e più amara, la certezza della dipartita definitiva della critica letteraria in Italia: ben altro dovrebbe essere il corredo analitico che si mette in gioco, magari dopo aver sgombrato il tavolo da (palesi, in questo caso) riferimenti a se stessi, ai propri trascorsi e ai propri “sentimenti” verso l’autore.

    Mario, hai scritto proprio un gran bel pezzo su un ottimo libro d’esordio: il tuo discorso sul limite (dell’umano e della scrittura), sull’approssimazione e il superamento della logica dei generi rende appieno la cifra stilistica dell’opera.

    effemme
    effemme

    Rispondi
  19. Giuseppe Iannozzi

    Effemme: l’importante è che tu ci creda, è un po’ come credere che dio esista. Tutta una questione di fede, ma ad oggi, citando Guccini, “non un cane che sia risorto”. Però tu puoi continuare a credere che le argomentazioni portate avanti per dire di BJ e del suo quasicoso, anche se negative, serviranno: perché in fondo meglio che se ne parli, anche male, purché se ne parli. Il silenzio invece sarebbe davvero dannoso di brutto. Ora però il gioco di stroncare sempre con le solite parole e argomentazioni BJ mi ha portato noia, quindi levo l’àncora e vi auguro buone feste a buoni e cattivi, a belli e brutti. 😉

    Rispondi
  20. mario pandiani

    Giuseppe è veramente simpatico e lo dimostra il fatto che l’ho incontrato in blog di carissimi amici e amiche, ma non condivido i suoi gusti, musicali, religiosi e, in questo caso, letterari.
    La mia recensione è sincera, di libri ne leggo, non sono così sprovveduto, ma neppure posso dire di essere un uomo di lettere, scrivo di musica, libri e persone disordinatamente, l’unico criterio che mi do per farlo è che ciò di cui scrivo deve travolgermi.
    Le ragioni tecniche per cui questo succede non le conosco precisamente, per citare Babsi, non sono un anatomopatologo, quindi il discorso di Demetrio mi può star bene fino ad un certo punto, il tema non lo trovo mai strumentale e la lingua può essere intressante proprio dove si inceppa.
    Certo questa mia professione di dilettantismo mi lascia un po’ troppa libertà, ma scrivere oggi questo richiede, libertà, libertà dal risultato che si vuole ottenere, dalla volontà di emergere o di vendere molto o niente, libertà dalle parti, si scrive per scoprire cosa si vuole dire.
    La questione delle foto di Babsi mi ha appassionato altrettanto, non ho trovato nulla che non fosse voluto, che non rispecchiasse un carattere, che non mostrasse una sfida. questi due livelli di immagine, i servizi glamour su di lei e la sua collezione di foto di viaggio testimoniano della stessa cosa, del suo stare sul colmo, sul filo del rasoio e non essendo lei una lumaca, si taglia spesso.
    Ieri mi sono affettato un dito su una sega circolare, mi sono asportato mezza unghia e un po’ di carne sottostante, automaticamente l’ho messo in bocca, siccome sanguinava parecchio, ho avuto modo di gustare quel sapore in modo consistente.
    Questo sapore è qualcosa di spiazzante, risveglia e sgomenta insieme, ha qualcosa di metallico ed è lento e vischioso, contiene i germi della paura come dell’odio o dell’amore puri, non mente, comunica fuori da ogni linguaggio e con immediatezza, la titubanza esangue come la rabbia adrenalinica ne sono dipendenti, è qualcosa di così forte che per averne a che fare è richiesto un certo stomaco.
    Ecco succhiando il mio sangue ho ricevuto un mondo di informazioni, sintetico, analogico, senza mediazioni, mi ha parlato entrandomi negli anfratti della coscienza e l’ho immediatamente riconosciuto.
    Certa scrittura ha un dono, il dono di parlare alla mia anima allo stesso modo, poi se mi piace, se l’approvo, se ne condivido le tesi è un fatto ulteriore, quello che coagula in me la presenza di chi ha scritto è il suo sangue nelle parole, e questo nessuna scuola lo può insegnare, nessuno stile o talento può simularlo, è un senso di appartenenza, quello che la tradizione noir francese chiama il rififi, il libro di Babsi Jones ha il rififi, e io questo cerco e ogni tanto trovo, di questo non mi stancherò mai di scrivere, il rififi stesso me l’impone.

    Rispondi
  21. Al De Santis

    Mi interesserebbe molto conoscere le impressioni di Fabrizio Centofanti sul libro di Babsi Jones, se ha avuto modo di leggerlo ovviamente.
    Molte grazie.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *