Grossmann:” Vi racconto il lato oscuro di Gerusalemme”

di Guido Caldiron
«In Israele il cinema svolge oggi un po’ lo stesso ruolo che la letteratura ha avuto negli ultimi trent’anni: serve al paese per guardarsi negli occhi, per capire dove si sta andando e dove, non smettendo di coltivare la speranza e la pace, si può pensare di andare «In Israele il cinema svolge oggi un po’ lo stesso ruolo che la letteratura ha avuto negli ultimi trent’anni: serve al paese per guardarsi negli occhi, per capire dove si sta andando e dove, non smettendo di coltivare la speranza e la pace, si può pensare di andare. Per questo sono qui per parlare soltanto del mio romanzo e del film che ne è stato tratto,
Qualcuno con cui correre». David Grossman è come sempre cortese, ma al tempo stesso fermo.

“La politica” questa volta la fanno le immagini della pellicola che arriverà nelle sale italiane il 21 novembre e la storia dei due protagonisti, Tamar e Shay, due giovani allo sbando le cui vicende attraversano
una Gerusalemme inedita, ppopolata di tossici e malavitosi. Lo scrittore israeliano preferisce lasciare sullo sfondo il dibattito politico del suo paese che lo vede tra i sostenitori, insieme ad altri noti intellettuali, di un progetto di rilancio della sinistra che lavori per una pace vera con i palestinesi: un “nuovo Meretz”, già definito come “il partito degli scrittori” lanciato recentemente da Amos Oz, Avraham B. Yehoshua e Avraham Burg. «Non ho intenzione di candidarmi, voglio scrivere. Ma li sostengo: Israele ha bisogno di un partito che si batta chiaramente per la soluzione “Due Stati” – aveva spiegato nei giorni scorsi Grossman, aggiungendo – Dopo aver trovato una soluzione politica dovremo sperimentare parecchi
anni di coesistenza pacifica. Solo quando sarà spezzato il cerchio del sospetto, dell’odio, della paura, cominceremo una fase nuova».Ma ora, alla Casa del Cinema di Roma dove ha presentato in anteprima nell’ambito del Pitigliani Kolno’a Festival il film che il regista Oded Davidoff ha tratto dal suo romanzo Qualcuno con cui correre, pubblicato nel 2000 da Mondadori, David Grossman vuole raccontare un’altra Israele: quella che ha il volto sfatto e perso dei ragazzi di strada della Città santa, così terribilmente simili
ai loro coetanei che vivono di musica e di droga nelle strade di tante metropoli del mondo. E’ il suo modo di parlare della “normalità” di un paese in cui guerra, religione e società convivono in un’apparenza di serenità che viene smentita dalle armi ad ogni angoloebrei e arabi, quello che si percepisce e continua a sanguinare all’interno stesso del corpo sociale di Israele. Fino al suo ultimo romanzo, A un cerbiatto somiglia il mio amore (pp. 782, euro 22), pubblicato come i precedenti da Mondadori, e dedicato a suo figlio Uri, morto il 12 agosto del 2006, nelle ultime ore della seconda guerra del Libano, mentre svolgeva il servizio militare di strada. Non si tratta di una contraddizione, ma della conferma del ruolo civile che la cultura gioca nel paese. Insieme a Amos Oz e Avraham Yehoshua, David Grossman ha infatti incarnato
fino ad ora una sorta di coscienza critica della società israeliana, raccontando in decine di romanzi, ma anche attraverso saggi e racconti per bambini, il lato interiore della ferita che divide

Signor Grossman, partiamo dall’inizio di questa esperienza: come ha accompagnato il suo romanzo mentre diventava un film?
Non so bene perché ma in genere quando qualcuno viene da me a propormi di trarre un film da un mio racconto, per prima cosa mi preoccupo un po’. Invece quando Oded Davidoff mi è venuto a trovare e mi ha detto che voleva portare sullo schermo la storia di Qualcuno con cui correre , la cosa mi ha stupito ma mi ha fatto anche molto piacere. Questo perché ero particolarmente legato a quella vicenda ed ero curioso di sapere come sarebbe diventata un film. Il processo di lavoro, quello alla base della trasposizione del libro in una pellicola, si è poi rivelato molto piacevole. Di solito lo scrittore “consegna” il proprio racconto a un regista e da lì inizia a soffrire, dopo poco si pente di aver consegnato il proprio lavoro a qualcun altro e via così. Stavolta invece Davidoff mi ha restituito attraverso il film il libro così come glielo avevo consegnato, anzi, direi anche più bello.

In “Qualcuno con cui correre” Gerusalemme appare come un inferno dominato dalla malavita e dalla droga. Un’immagine decisamente molto diversa da quella a cui siamo abituati: ma cosa c’è di vero, la realtà è davvero così?
Quando il libro è stato tradotto in altre lingue mi sono trovato spesso di fronte a questo tipo di domande e di reazioni. In molti sembravano stupiti al punto da dirmi “Non è possibile, Gerusalemme non può essere così. Quello che racconti te lo sei inventato e basta”. Le persone sembrano aver bisogno della Gerusalemme “divina”, del palcoscenico di tutte le fedi. E invece Gerusalemme è come ogni altra città, vorrei dire “normale” anche se naturalmente normale non è. Però è una città in cui accadono cose simili a quelle che succedono in altri centri, in altre zone del mondo. C’è una realtà vibrante, ricca di tanti elementi, di tanti strati che purtroppo non vengono mai mostrati dai media internazionali che sono fermi su quelle cinque o sei immagini standard che continuano a passare sugli schermi e sui giornali in modo incessante. Invece c’è tutta un’altra città che vive e respira ogni giorno nelle sue strade. Che però non è nemmeno quella della guerra, l’altro cliché visivo con cui si racconta questo luogo oltre alla dimensione religiosa. Non ci sono solo il Muro e i luoghi della fede, c’è la Gerusalemme delle fogne, dei senzatetto. dei drogati, della miseria e della disperazione. Ma, accanto a questa, c’è la città della grazia, della compassione e della solidarietà. Ecco, tutto questo e molto altro ancora è Gerusalemme.

Il profilo dei giovani protagonisti è costruito con cura, quasi fosse ispirato a elementi reali, a volti e corpi scavati dalla sofferenza e dalla sconfitta. Come sono nati?
Mi chiedono spesso, come credo capiti a ogni scrittore, se questo o quel personaggio dei miei romanzi è ispirato a qualcuno che esiste nella realtà. Allo stesso modo mi si chiede se i luoghi che descrivo sono veri e sono solo frutto della mia fantasia. E ancora: i fatti descritti sono accaduti davvero? La mia risposta a tutti questi quesiti è sempre la stessa: volete che esista, volete che sia accaduto? Beh se nei miei libri e ora in questo film tratto da un mio romanzo ci sono cose che vi sembrano sufficientemente reali, allora esistono davvero. Per me questo libro e il film che ne è stato tratto parlano di Gerusalemme e di Israele, certo di cose che conosco e vivo, ma non di persone che ho incontrato direttamente. I due adolescenti al centro della storia sono due eroi della strada, due giovani che contro tutto e tutti, malgrado il cinismo che li circonda, riescono a sperare, a trovare una via per salvarsi. E alla fine ce la fanno.

Il film tratto da suo romanzo non è un caso isolato, il cinema israeliano sembra oggi uno degli strumenti più validi per cogliere e raccontare la realtà complessa del paese. Lei che rapporto ha con tutto questo?
Il cinema israeliano sta facendo dei passi fondamentali. Negli ultimi quindici anni l’industria cinematografica è cresciuta enormemente e ha assunto un peso e un valore ormai chiaro a tutti. E credo che il ruolo del cinema in Israele sia soprattutto quello di mostrare la vita così com’è, di raccontare il nostro paese al quotidiano. Il cinema sta guardano la vita negli occhi: non costruisce nulla di inventato, ma racconta ciò che vede in Israele. Non è un cosa che si può considerare scontata, visto che la nostra resat comunque una realtà difficile, atrraversata dalla guerra e dal conflitto. Invece il cinema, e penso in questo caso in particolare ai documentari, riesce a raccontare la guerra tra israeliani e palestinesi cogliendo gli aspetti intimi, il modo in cui ognuno di noi vive questa situazione. Perciò per molti israeliani il cinema è diventato oggi una fonte di identità, una lente attraverso cui leggere la propria appartenenza a questo paese ma senza enfasi, solo guardando a cosa è ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni.

pubblicato su Liberazione il 20 novembre 2008

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *