Poesia e dialettica

Ecco l’editoriale che Gabriela Fantato ha scritto per “La Mosca di Milano”, rivista di poesia, arte e filosofia n° 17- dicembre 2007, edizioni La Vita Felice, Milano, 2007. Si tratta di una riflessione sul significato e sull’essenza della poesia che mi sembra particolarmente interessante.

Un’immagine onirica, una storia sognata, è cosa complessa: analizzarla non significa realizzarla, scrive María Zambrano in Il sogno creatore (Mondadori, 2002), in quanto così facendo la si sottopone al vaglio della coscienza sveglia che se ne difende: «due mondi che si schierano l’uno contro l’altro, separati in anticipo». Al contrario, conclude la filosofa, decifrare un’immagine del sogno «significa condurla alla chiarezza della coscienza e della ragione, accompagnandola fin dal cupo luogo, dall’inferno dove giace, alla luce». Solo così l’immagine può realizzarsi, assumere legittimità e potenza. Ecco perché non ci interessa indagare il sogno come “fuga dal reale”, né come anelito a un tempo originario primitivo o ritorno all’infanzia. Ancora meno ha senso per noi tessere elogi dell’irrazionale. Ci interessa il sogno perché abita la stessa terra della poesia: il luogo dell’inaudito, direbbe Cristina Campo, come anche la fiaba, quel mondo dove il tempo è verticale e lo spazio si dilata, diventando paesaggio, apertura dello sguardo: orizzonte. Nei sogni, nelle fiabe, nei miti come nella poesia vive l’immaginario.
Immaginario: parola complessa, lontana da termini che paiono simili come fantasia, che è facoltà soggettiva, capacità di invenzione della mente che si apre a un gioco consapevole/volontario con gli elementi del reale. Al contrario, come dicevano i poeti romantici (penso a Novalis e Shelley, per esempio) nell’immaginario vivono figure arcaiche e ancestrali che ci appartengono e insieme ci eccedono, le stesse che popolano i miti e abitano i nostri sogni, immagini che giungono a noi anche nella rêverie poetica, come scrive anche Bachelard ne La poetica della rêverie (Dedalo, 1972). Solo nella poesia il sogno trova forma poiché, scrive María Zambrano, «l’essere umano riconosce se stesso e si riscatta, nel trasformarsi, abbandonando l’oscurità delle viscere e insieme conservando un loro senso più segreto nella chiarezza»: in questo modo il sogno diviene “creatore”. È in poesia, dunque, che la potenza dell’immaginario trova “la luce” senza abbandonare “l’ombra”, tanto che nei versi si può scorgere la “coda di cometa” che accompagna ogni cosa esistente nel mondo, come scrisse il filosofo e psicologo William James. Per questo la grande poesia commuove, provoca, invita, consola e… fa riflettere.
«La poesia è metafisica istantanea. In un breve componimento si dà una visione del mondo e il segreto di un’anima, un essere e degli oggetti. Se si limita ad assecondare il tempo della vita è meno che vita: la poesia non può trascendere la vita che immobilizzandola, vivendo in un sol punto la dialettica delle gioie e dei dolori. Allora essa diventa il principio di un’essenziale simultaneità in cui l’essere più disperso, più diviso, perviene a conquistare la sua integrità.» Così inizia Gaston Bachelard il suo saggio Momento poetico e momento metafisico, nel famoso libro Il diritto di sognare (Dedalo, 1975), dove è centrale l’ ipotesi che in ogni vera poesia si realizza un “tempo fuor di misura”: tempo verticale che distrugge la continuità e la concatenazione lineare dei minuti e delle ore. In profondità o in altezza, dice il filosofo, comunque è sempre tempo in opposizione a quello “orizzontale” della prosa, del romanzo. La poesia ha in sé una prospettiva metafisica in quanto è sguardo acuminato e appassionato che intensifica il reale, direi, e lo fa non inventando fantasiose presenze o creando una dimensione linguistica astratta, slegata dal rapporto con l’esperienza vissuta, ma scorgendo nella vita, nelle cose reali e negli eventi la tensione interna e l’ombra, il legame invisibile che lega il mondo esterno a noi, in quanto soggetti, alla nostra interiorità di ricordi ed esperienze. La poesia, nata da uno sguardo acuminato e appassionato, scorge il movimento interno di sviluppo che percorre il rapporto esistente tra Io e mondo, tra esterno e interno, per questo è capace di “realismo intensivo” e imprigiona in sé l’ambivalenza del reale e il movimento che lega soggetto e mondo. La lingua diventa allora “ordinatrice”: potenza attiva che nomina e dà ordine al reale e all’esperienza soggettiva, tanto che una pluralità di avvenimenti contraddittori e lontani che prima parevano slegati, non inerenti, trovano senso in poesia. Nella lingua poetica convive ciò che è stupefacente con il familiare; il rapimento estatico con la lucidità razionale, la contemplazione con la riflessione: lo scavo nel buio e una lenta risalita alla luce.

6 pensieri su “Poesia e dialettica

  1. jolanda catalano

    …lo scavo nel buio e una lenta risalita alla luce…

    si,è questa la sintesi di ciò che dovrebbe essere poesia.
    un articolo interessante,grazie.

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  2. vbinaghi

    Poi ci sarebbe l’arte realmente metafisica, che nasce non dall’intensificazione della percezione ordinaria, ma da una visione d’Altrove. E’ l’icona, per esempio, come ne parla Florenskij in quel libro giustamente famoso, Le porte regali.

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  3. mario de santis

    Concordo con l’idea che la poesia nasca sempre in un “tempo fuori misura”, ma non concordo con l’eccesso di riferimenti ad una dimensione del sogno e dell’immaginario legata ad una dimensione ancestrale. E’ vero che la dimensione della sorgente interiore del singolo poeta ha a che fare anche con questo aspetto, ma poi la poesia è linguaggio condiviso e per quanto non debba essere linguaggio ordinario, deve tener presente che qualunque valore noi diamo al linguaggio – anche come entità che non ci appartiene e a cui noi invece “apparteniamo” come diceva sere fa Massimo Cacciari alla serata di “Poesia” a Milano – questo linguaggio è poi unicamente espresso in una lingua storica, presente, condivisa – o almeno: secondo me così dovrebbe essere.

    Ci sono punte di scavo “nel buio” del linguaggio molto alte, ma ogni operazione poetica non si confronta solo con l’esigenza profonda dello scavo, ma anche sula sua possibilità di portarlo alla luce, la luce della Storia: qui scatta una sorta di trasformazione di quel che dal buio abbiamo scvato che tenga conto della possibilità di condividerlo. E’ vero che un artista non scrive “per” non se lo prefigge prima, scommette, azzarda sull’espressione a cui arriva, singolare, originale, innovativa,sorprendente. Ma è anche vero che le operazioni di complessità di alcuni artisti del 900 (penso solo a Joyce e Beckett per dire i più famosi) sono maturate in un contesto e di fornte ad un uditorio ristretto e attrezzato che era la buona parte del pubblico, dell’uditorio del poeta. E si era in piena “rivoluzione del linguaggio poetico”. Oggi le cose sono cambiate, io personalmente sento l’urgenza di una condivisione dell’opera, temo “l’opera lasciata sola” per citare un grande poeta italiano e mi pongo il problema di non scivolare in una enigmaticità assoluta e singolarissima dell’opera.
    Pr dirla con una battuta: spesso penso che la scrittura debba – in senso teorico – oprtare avanti i ldiscorso da dove uno come Beckett si è fermato, ma solo in un contesto come quello in cui lui si muoveva B. medesimo poteva trovare ascolto. C’è bsiogno di ricostruire un tessuto di attenzione e una discussione pubblica attorno ala poesia.

    Le imamgini vanno comunque interpretate e l’interpretazione va condivisa. Se da un lato la spinta del poeta è a far emergere quella “potenza attiva che nomina e dà ordine al reale” è anche vero che poi quel reale ha già per gli uomini a cui parla un nome – e l’artista per quanto antagonista, io credo voglia parlare agli uomini,o no? nessun vero artista è di quelli che piagnucolano e si lamentano di essere “incompreso” mentre in realtà fanno solo opere casuali, sciatte e brutte che significano qualcosa solo per lui – l’artista alla fine usa i nomi che il reale ha già, pur avendo egli stesso nominato come per primo quel che la sua “visione” gli detta dentro. E’ un urgenza storica che sento, più che teorica. E’ dall’incontro di queste due “realtà” che nasce secondo me un opera,n’opera che guardi avanti nella luce e che si allontani quanto più possibile dal buio, dento cui pure io se scrivo sento di muovermi.

    Ecco, scusate la lunghezza, ma mi premeva sottolineare una necessità per i poeti di ssganciarsi dalla mitopoiesi personale senza la quale certo non si inizierebbe a scavare con la penna-vanga di quella poesia di Seamus Heaney che sempre sere fa il nobel ha letto a Milano.
    Buon lavoro.

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  4. Matteo Veronesi

    “Nella lingua poetica convive ciò che è stupefacente con il familiare; il rapimento estatico con la lucidità razionale, la contemplazione con la riflessione: lo scavo nel buio e una lenta risalita alla luce”.

    Non potevano essere meglio espresse la fusione e la compenetrazione di poesia e pensiero, ispirazione (“l’inspiration qui regagne le ciel…….”) e riflessione, discesa nella terra nebbiosa delle Madri e delle Chimere e lucida consapevolezza critica: la poesia, insomma, come fatto dello spirito e, insieme, come operazione di cultura elaborata e riflessa.

    Cos’è, in fondo, la stessa scrittura mistica (così spesso coincidente, da Dante a San Giovanni della Croce e oltre, con quella poetica) se non riflessione sul linguaggio, o meglio sui suoi limiti, sul suo protendersi verso l’oltre, l’indicibile (il “fuori-idioma” dice Zanzotto) e sul suo ciclico e necessitato ritornare, autoriflessivamente, più maturo e consapevole (come l’uomo omerico che “molto ha sofferto e molto ha conosciuto”), su se stesso, nel chiuso cerchio fatale – nello spazio (direbbe Luzi lettore di Mallarmé) “che a se stesso si parifica”?

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