
Comunque si voglia rubricare la vicenda di Ratzinger a La Sapienza, è difficile non trarne una conclusione: come già nella questione della 194, ormai il dialogo tra pezzi di società e saperi diversi è diventato impossibile, la soluzione è data sempre più spesso da atti di forza.
Le donne decidono non solo cosa è vivo, ma chi deve vivere.
Gli scienziati non solo cosa è certo, ma cosa è vero.
I banchieri non solo ciò che è utile, ma ciò che è legittimo.
Anche per quanto concerne il rapporto tra ragione e fede, o più laicamente tra scienza e morale, il punto chiave è rappresentato dai rapporti di potere: a chi spetta definire i campi? Questo non perchè manchi all’intelletto la possibilità di capire la natura di questa distinzione, ma perchè manca un linguaggio condiviso, e viviamo nella Babele dell’equivoco.
La nostra visione del mondo è poco fondata su esperienza e ragione e invece molto mediaticamente condizionata: il libro che hai letto, il giornale o il programma che frequenti determinano un lessico e una comprensione diversa di cose anche molto semplici in natura. Dibattiti sui blog come quelli sull’aborto o sul laicismo dei docenti della Sapienza lo dimostrano chiaramente: fatta salva la buona fede di tutti, si parlano lingue diverse.
Quando manca l’evidenza del discorso, di solito è il potere, (cioè la forza, non l’autorità, che sarebbe altra cosa) che detta i confini e definisce i campi. I docenti della Sapienza si sono presi il potere non di fare ricerca scientifica (che gli è riconosciuto certamente), ma di decidere quale autorità morale la scienza può accettare come interlocutore e quale no. Il mio scherzetto massonico non voleva intendere che tutti i docenti de La Sapienza sono massoni, ma che si sono collocati in quell’ambito: quello di una setta anti-cattolica, cioè l’esatto contrario della laicità, che è apertura e inclusione senza privilegi ma anche senza avversioni preconcette.
Atto antidemocratico, per giunta. Hanno usurpato un diritto che spetta al senso comune, cioè alla comunità intera: quello di decidere non cosa è scientifico (che è ampiamente riconosciuto agli scienziati), ma cosa farne della scienza, della tecnica e della morale, di come interpretare i saperi nella vita personale e nella comunità politica.
Tutto questo, naturalmente, viene da molto lontano.
Checchè ne dica chi non lo conosce veramente, il Medioevo ebbe una visione molto chiara della differenza tra potere temporale e autorità spirituale. I conflitti tra papato e impero non erano mai realmente di competenza, ma entrambi risolti nell’ambito mondano dove entrambi accampavano pretese, e in questo le gerarchie ecclesiastiche hanno gravemente mancato.
Questa forma del rapporto si rompe come è noto con il declino dell’Impero e la nascita delle nazioni, il trionfo del mercatismo e l’acquisizione da parte della coscienza occidentale di un individualismo finora sconosciuto, che ha radici anche teologiche.
Accantonati i teologi, la crisi del moderno trova nuovi interpreti nei filosofi borghesi, che costruiscono nuovi modelli teorici dell’agire politico: al posto della diarchia medioevale, l’unica ragion di Stato, al posto della comunità culturalmente omogenea il contratto sociale. Machiavelli e Hobbes, Rousseau e Marx, tutti hanno contribuito alla costruzione del Leviatano moderno, ma in diversa misura. I primi due presuppongono la morale cristiana ma non se ne occupano, perchè, dicono, l’uomo di norma non agisce così ma agisce per egoismo, paura, avidità. Dunque sull’uomo “com’è di fatto e non come dovrebbe essere” costruiscono una certa teoria della sovranità che non esclude la morale ma governa col bastone e la carota.
Rousseau e Marx invece prendono l’uomo naturale dei primi due e cercano di dargli un’anima e una morale con l’ideologia. I primi due presentano gravi omissioni, Rousseau e Marx anche autentiche falsità, perchè la loro visione dell’uomo è distorta e porta a conseguenze ancora più aberranti della ragion di Stato: la sua trasformazione in religione.
Marx ha una sofisticata e per molti versi irrinunciabile interpretazione dell’economia borghese così come Nietzsche e Freud mostrano del borghese la cattiva coscienza, ma nessuno di essi è in grado di interpretarne la verità umana, e poichè senza verità non si può vivere, il loro discepolo arriva a fabbricarsene una a proprio uso e consumo: l’ideologia del paradiso comunista, della libertà assoluta o della Guarigione, cose che non si realizzano mai se non sotto forma di aberrazioni narcisistiche, dall’effetto devastante. Infatti insieme all’ideologia arriva una forma del potere mai conosciuta in precedenza: il potere che non si limita ad asservire i corpi, ma vuole le anime, lo Stato Etico, dalle cui rovine ereditiamo oggi la frantumazione del soggetto politico e il relativismo etico che definiamo post-modernità, ma soprattutto la babele delle lingue, dove la ragione è in discredito e l’immaginazione è sovrana, e dove i poeti cantano vittoria per la libertà totale del dire, senza accorgersi che è la libertà che si dà ai bambini.
Intanto il potere, quello vero, resta nascosto, nel senso di non-dichiarabile.
Nell’assenza di un ordine del discorso, governa senza doversi legittimare: con la forza, appunto, spacciata per ovvietà. L’ovvietà dei corpi, l’ovvietà dell’efficienza, l’ovvietà del mercato.
Stracciatevi le vesti, progressisti: comunismo e nazismo erano figli della stessa madre. Figli defunti, per fortuna, forme abortite del totalitarismo, ma non è detto che siano le ultime: se dobbiamo credere a Orwell, si prepara di peggio, ma senza strepito.
Chi ha letto quel libro, 1984, saltando le pagine finali sulla neolingua, ritorni sui suoi passi e rilegga, ci troverà molto di nostro. Uno Stato che è in pace con tutti e in guerra con tutti, un potere che è soprattutto nel dis-ordine del discorso. Non il conflitto delle teorie, che sarebbe comprensibile, ma la perversione del linguaggio, che non accetta contraddittorio perchè si avvita su se stesso, sfugge, confonde, pretende di conciliare in sè ogni opposizione (lo so, sembra che stia parlando di Veltroni, che ci posso fare? ma intendo ben altro).
I governi sono sempre più benevoli, indeterminati nel progetto e nel lessico, centristi.
Intanto in nome della libertà s’impone il silenzio, in nome della pace si bombarda.
L’altro giorno su Nazione Indiana, in un commento: “..abortire è un atto d’amore nei confronti di una possibilità di vita che merita, esige, di nascere nella speranza nell’amore e nella fiducia”.
Cioè ti amo quindi ti uccido. E’ il massimo della distorsione ideologica: non solo si esercita un potere, ma lo si nega come potere, spacciandolo per il suo contrario.
Due più due fa quattro, ma anche no.

Ma allora è vero, non era una battuta quella del post 2+2=5!
Maremma, non se esce! 🙂
stupendo pezo vraiment, monsieur binaghi genio. merci!
jean-michel
Caro Vitrolles, lei della neolingua se ne fa un baffo, lo so.
Sinceramente: la invidio.
mon ami, scerco di parlaire l’italiano, la langua plus belle del mondo.
gracia a te, binaghi, sto fascendo repetitioni leggendo voi qui.
un peu d’amour d’amitie et beuacoup de musique à tuti!
jean-michel
alcune considerazioni: il ricercatore scientifico, almeno quello biomedico, nel caso beneaugurato che il suo lavoro non lo alieni completamente da qualsiasi altra considerazione, diciamo filosofica, che esuli dal contesto tecnico-scientifico, crede e in buona fede che solo perché condivide con certa terminologia filosofica alcuni componenti lessicali o perché mette le mani nei “segreti della natura”, sotto una lente che per forza di cose è strumento riduzionistico, possa filosofare sui grandi fatti esistenziali con i soli strumenti di un mente positiva. Binaghi dice che il dialogo è difficile: è vero, ed è altrattanto vero tra campi diversi della scienza, ad esempio tra fisica e biologia. Ci si è resi conto di queste difficoltà, e l’interdisciplinarità di alcuni centri di ricerca è più un slogan che è un dato di fatto.
prima di tutto; l’accostamento banchieri-donne-scienziati fa proprio parte di quella cultura cattolico-oltranzista che rifiuta qualunque diversita’ e si prende la responsibilita’ di giudizi morali arroganti e avvilenti (nei confronti degli scienziati e delle donne).
secondo: la sua lettura filosofica e’ forse un po’ affrettata, superficiale. in fondo lei vuole uno stato etico, o meglio teocratico, con una verita’ certa e inviolabile cui tutti si devono conformare. Nietzsche filosofo della liberta’ assoluta? forse meglio del divenire, dell’eterno ritorno della differenza! sottolineando quindi un pensiero che non si ferma ma “sperimenta”.
rifuggiamo i dogmatismi, sperimentiamo il sapere umano!
Andrea, mi sono limitato a una piccola fenomenologia del declino, non significa che voglio ritornare al Medioevo nè allo Stato Etico, che mi fa orrore. Quanto al cattolicesimo oltranzista, non so.
Io non faccio mai richiami a dogmi di fede, in questi post, ma solo a evidenze razionali, quindi se vuole sono un cattivo filosofo.
Inviterei un Venusiano ad esaminare certi commenti espressi in giro (tipo quello che ho citato) per vedere se occorre essere oltranzisti o semplicemente razionali per rilevarne l’assurdità.
non discuto il singolo commento. appigliarsi a dichiarazoni di singoli per instaurare un’etica particolaristica non e’ corretto. l’aborto puo’ essere un problema molto serio, e appiattirlo a pura “volonta’ di potenza” (ma Nietzsche non sarebbe d’accordo con questa semplificazione) e’ sbagliato, cosi’ come lo e’ dichiararlo un atto d’amore.
Andrea, va bene: le semplificazioni sono la norma in un blog.
Ma il senso di questo post resta: indipendentemente dalle posizioni in campo, siamo sicuri di giocare la stessa partita?
Temo di no. Sento aria di delirio, più che di cattiveria.
E ricordo una frase terribile, non so più di chi:
“Quello che gli Dei vogliono perdere, prima lo rendono folle”
Ah su questo non ci piove: c’è aria di delirio eccome! 🙂
Aria di delirio. O aria di un pensiero che non rimane piu’ in un piano rigido, ma si sviluppa in “millepiani”, paralleli e intersecanti. Un pensiero che non fa piu’ uso delle grandi narrative (appunto, come dici tu, Marx, Hegel, ma anche religioni “propositive”) ma si sviluppa e si articola in un piano di immanenza dove l’eterno ritorno del divenire e della differenza si sostituisce al pensiero dell’identita’, della rappresentazione. Questo dobbiamo cercare, non certezze assulute che portano solo violenze
Mah, Binaghi, il discorso e’ semplice: in un periodo in cui tutti dicono tutto di tutto e tutti ritagliando dalle piu’ diverse bibliografie senza spesso capirne i contesti, noi “positivi” sappiamo cosa diciamo e cosa non possiamo dire; e lo stesso facciamo in modo che riesca a dirlo anche chi “positivo” non e’, basta seguire il metodo. Ci piace sempre il primo Wittgenstein e male non ci siamo ancora trovati, nonostante Popper. Avrei senz’altro firmato la lettera antipapa, come membro della cittadella della scienza. Per la politica e gli affari sociali, mi tengo Pannella e Bonino: se gli ultimi, i diversi e i senza alcuna difesa hanno avuto e ancora hanno una voce in questo strano Paese, molto merito va alle loro battaglie passate e presenti. Saluti —GiusCo—
@Andrea
La violenza vera è quella non dichiarabile, perchè è misteriosamente scomparso il movente insieme alla pistola fumante, nel labirinto dei piani intersecantesi che ti piace tanto
@Giusco
I diversi te lo concedo. Gli ultimi e i senza difesa proprio no: da parte di chi è ultraliberista, oltre che entusiasticamente abortista.