Quando Giobbe era giovane andava a fare provviste in una bottega piccola ma piena d’ogni ben di Dio. Il padrone era burbero e bizzoso; a volte sembrava facesse strani scherzi col peso o con i conti, e i due si accapigliavano; però alla fine s’intendevano sempre, e Giobbe usciva dalla bottega carico di buone cose, in particolare d’un vino che faceva scordare le tristezze e invitava a far festa con gli amici, ballando e battendo le mani.
Oggi che tanto tempo è passato Giobbe non si serve più in quella bottega. Un brutto giorno vi si è recato e ha trovato la porta chiusa con su il cartello “TRASFERITO”, ma senza l’indicazione del nuovo indirizzo.
Così Giobbe ha chiesto in giro e cercato qua e là per un po’, e si è poi rassegnato alla moderna diavoleria del supermercato.
Lì, fra musiche che non sa riconoscere e annunci sibillini e suadenti, Giobbe procede fra due ali di mercanzie vendute, quale simulacro di giustizia, a peso fisso e a prezzo imposto, fatte salve beninteso imperscrutabili “occasioni speciali”. Su tali merci non c’è nessuno che possa dare indicazioni, né tantomeno si trova qualcuno che assuma su di sé l’onore e l’onere del disusato ruolo di “padrone”: “I padroni siete voi!” strillano trionfalisticamente ai clienti dei variopinti cartelli affissi un po’ dovunque.
Così Giobbe finisce per ignorare certi gruppi di articoli di cui pure avrebbe bisogno, e gettare nel carrello certe altre merci senza guardarle, perché il suo sguardo cupo vaga altrove. All’uscita Giobbe paga grazie a quel sigillo impresso nella sua carne che, come ormai tutti quanti, è costretto a portare; dopo di che, quasi a scherno, una voce registrata dice a lui come ad ogni altro cliente “Arrivederci e grazie, buona serata e torni presto” mentre un congegno meccanico lo sospinge fuori con cortese fermezza.
Giobbe ritorna a casa con un senso di vuoto che quei cibi non bastano mai a colmare; e il vino che ora beve non lo invita più a festeggiare con gli amici, ma lo fa sprofondare in un sonno solitario e torvo.

la malinconia di un sogno vissuto…
è molto triste, ma dalla tristezza si apprende.
In fondo lo sappiamo, chi conosce la tristezza conosce altrettanta gioia.
ciao Roberto
C.
Care Amiche,
sì: dalla gioia dei rapporti veri, ancorché duri, alla malinconia delle merci, le quali appunto servirebbero a mediare rapporti sempre più evanescenti e virtuali.
Ma qui, a dire il vero, di malinconia ne ho messa pochina: sotto un velo tenue d’ironia credo ci sia molta più rabbia. Non si sente? E’ un congegno irto di fili che fa tic-tac.
Lo so, lo so, non spavento nessuno; ci mancherebbe, e poi non sono io a dover fare paura.
E tuttavia è un errore credere che chi uggiola non possa mai mordere, si finisce con la manica vuota.
Le letture di cui ci nutriamo ogni giorno ce lo insegnano, e si tratta di letture tanto edificanti quanto diroccanti, poiché c’è un tempo per ogni cosa.
Un caro saluto,
Roberto