Mio nonno ha stirato le zampe dietro a un paravento bianco. Era tutto nudo sul letto, sembrava che dormiva, invece era quasi morto. Non era solo, c’era un sacco di gente: a cominciare dalla signora seduta su una sedia di ferro, china sul capezzale accanto a quello di mio nonno.
Si guardava il marito, la signora. Era la terza volta che lo operavano di tumore: ormai era ridotto a un cencio. Senza denti, senza pezzi interi di polmoni, eppure campava. Cioè, respirava. E la moglie stava là, divorata dai capelli bianchi, sotto una tinta fatta male che le aveva sporcato di nero la fronte. Figuriamoci se faceva caso a mio nonno.
A suo marito, insieme alla cannula di plastica trasparente, gli usciva dal naso un filo di muco giallo. Pure dalla bocca faceva la bava. E si pisciava addosso. Allora gli avevano messo un pezzo di plastica sotto al lenzuolo.
Ecco, questo mi faceva paura. Mi immaginavo che era come la Cambogia, quando i sacchi di plastica servivano a metterci dentro le persone, vive, arrotolate bene bene. E poi giù spranghe di ferro, martelli, bastoni.
Sembrava che mio nonno vedesse questo: cristiani imbalsamati vivi nel cellophane e massacrati. Sembrava che lo vedesse proprio in quel momento, quando con uno scatto di nervi si è messo in pizzo al letto, con gli occhi sbarrati.
Ha guardato lontano mio nonno, passando attraverso la signora con la tinta in fronte e le caviglie gonfie fuori dalle scarpe. Se ne è andato via da quelle larve balbettanti che gli stavano vicino: vecchi legati al letto con un peso al femore, con il cuore scassato e con un pezzo di gamba in cancrena spedito all’inceneritore. Se ne è andato via mia nonno. Ma dove?
Forse non lo sapeva nemmeno lui, infatti è tornato poco dopo: ad aspettarlo, le pareti bianche della stanza d’ospedale e un crocefisso appeso al muro. Lui era tale e quale, tranne che non c’aveva nemmanco le mutande: solo il cazzo di fuori, grosso.
Magari, mio nonno, aveva fatto come i topi avvelenati che soffocano perché il sangue gli diventa duro nelle vene, allora cercano aria ovunque, in mezzo alla strada, in pieno giorno. Dove non si farebbero trovare mai, proprio lì vanno: e restano con i denti spalancati e con uno sbocco di sangue che gli si allaga tutt’intorno.
Non c’è più aria nemmeno per mio nonno. Per questo si è strappato da dosso il pigiama e ha buttato all’aria le coperte e le lenzuola. Respirare, respirare, respirare….
La signora dalle caviglie di fuori, allo scatto di mio nonno, nemmeno ci ha fatto caso: se il marito crepava o andava avanti qualche giorno o mese o anno che cambiava?
Lei una vita non se la rifaceva per davvero.
Ci stava pure un ragazzino dentro quella stanza: stava con i genitori intorno a uno che non si capiva niente. Non si capiva nemmeno se gli avevano staccato la testa dal collo o se ce l’aveva ancora lì dove doveva stare, perché sopra era ricoperto di bende. Il ragazzino, fermo vicino a quella mummia, non ci rimaneva. Per giocare, si era portato appresso un aeroplano di plastica e ci soffiava sopra per far muovere le eliche. Pronti al decollo e via: si parte, inciampando con i piedi sulle coperte di mio nonno e finendo faccia a terra. Con la madre che quando lo vede che è cascato gli salta addosso, lo tira su, gli da una pizza in bocca, lo strattona fino a che non gli cascano gli occhiali per terra e lo accusa: «Guarda che hai combinato!» – gli dà un’altra pizza in bocca, questa volta di rovescio, gli raccoglie gli occhiali e glieli calca sugli occhi. Poi lo porta via. Ritorna un attimo dopo, da sola, si arrabatta con tre o quattro buste della spesa intorno alla mummia che per qualche ragione ci doveva stare appresso lei – magari pure quello era suo figlio – raccatta qualcosa e a capoccia bassa se ne va: fuori, pure lei verso l’aria.
Aria che per tutti non ci sta. Perché se no, uno non la cercherebbe come ha fatto mio nonno per tutta la vita: birra la mattina presto, vino a pranzo e il pomeriggio, stravecchio la sera in osteria, vomito nel cesso zozzo e dormire russando alto con la radio accesa a volume ancora più alto che dava le previsioni del tempo, il bollettino del mare, gli avvisi ai naviganti.
Mare forza otto ma tanto, quelli che a bordo ci salgono sono già i più fortunati: per gli altri, da crepati, c’è da aspettare un milione di anni senza riposo né pace. Solo l’alito del vicino sul collo e un barcarolo da implorare ogni volta alzando le braccia al cielo. Ma tanto il barcarolo se ne frega: senza il soldo non si passa. Glielo aveva detto chiaro e tondo a mio nonno. Gli aveva urlato nelle orecchie: «Alzati e guardati crepare!».
Ma mio nonno, tutto quello che aveva potuto fare, era stato mettersi seduto sul letto. Così come stava adesso: nudo, col cazzo di fuori pieno di peli, bianchi come i ciuffi che ha sul petto e i capelli sulla testa, folti, tutti al loro posto. Non come il marito della signora: pelato e con una necrosi sulla pelle che gli spuntava, nera, fuori dal colletto del pigiama.
Lì, la signora, che ci stava a fare?
Forse era questo che si stava chiedendo mio nonno seduto sul letto. Perché guardava la signora, mio nonno, però non parlava. Non si lamentava di niente, non urlava, non chiedeva: era seduto sul letto e basta. Fino al giorno prima, al dottore che scuoteva la testa davanti a lastre e pezzi di carta diceva: «Dottò, è nu mese che nun aggie bevuto nemmanc nu goccio de vine».
Fino al giorno prima, mio nonno ancora protestava, adesso no. Aspettava. Seduto sul letto, con i pettorali da mastro murature scolpiti sul petto e le braccia muscolose, sembrava che da un momento all’altro si alzava, prendeva pala e picco e si scavava da solo la fossa perché la forza, a cinquant’anni, non gli mancava. Qualche anno prima, si era fatto scaricare qualche piattina di blocchetti e si era costruito una casa di due stanze: in una ci dormiva, nell’altra ci parcheggiava il tre ruote. Poi si era scavato pure il pozzo, era andato giù profondo: sapeva che l’acqua c’era e infatti scava scava l’aveva trovata.
Ma questo era prima. Ora era tutta un’altra cosa. Una cosa che non sapeva nessuno: né io, né la signora con le caviglie gonfie, né suo marito incosciente e vicino, come mio nonno, alla fine, né la gente che passava e un po’ spiava e un po’ aveva paura e tirava dritto.
Nessuno sapeva, però capivano tutti. Pure l’infermiere grasso in zoccoli. Anzi, forse lui, che a vedere stirare la gente ci era abituato, è stato il primo che lo ha capito e ha fatto come si fa in questi casi.
È sceso in magazzino ed è tornato dopo un po’ con un accrocco sotto le ascelle. Ha imboccato nella stanza e si è fermato vicino al letto di mio nonno.
Quando mio nonno l’ha visto, all’infermiere grasso, ha fatto come per puntargli l’indice in mezzo agli occhi. Poi non ce l’ ha fatta più ed è cascato con la schiena sul letto e le gambe penzoloni.
L’infermiere, allora, ha smanettato con l’aggeggio: era un paravento di ferro grigio e stoffa bianca (una volta). L’infermiere lo ha sistemato intorno al letto poi se ne è andato via ciabattando per il corridoio. L’ospedale era il suo regno e fonte di guadagno: stipendio più percentuali su tutte le segnalazioni.
E il segnale era proprio quello: un paravento bianco.
Poi giusto il tempo di cercare un lenzuolo pulito e, giacca scura e cravatta nera, stavano tutti lì intorno. Erano quelli delle pompe funebri, l’aveva mandati l’infermiere: fifthy fifthy per lavorare in ospedale, il posto migliore per quel genere di lavoro.
Il prezzo del servizio dipendeva dalla distanza: per attraversare una regione, la bara ci voleva di ‘sta minchia rinforzata. Se no ci pensava il comune, che te lo avrebbe buttato in una fossa insieme a tutti i disgraziati e quelli delle pompe funebri, che sapevano di cosa si trattava, giocavano proprio su questo quando tiravano fuori i loro listini e proponevano il servizio completo, chiavi in mano. Fiori, corona e tutto il resto. Altrimenti eri un poveraccio e ti dovevi vergognare.
Il vestito buono mio nonno ce l’aveva appresso. Se l’era messo per venire in ospedale. Stava appallottolato dentro lo sportelletto del comodino basso, insieme a tutto il resto. Prima di tutto le mutande. Poi i calzini di filo di scozia e la camicia. Poi i pantaloni e la giacca. Quello che non andava erano le scarpe: le sue, a mio nonno, non gli stavano più. A mio nonno gli erano venuti i piedi più grossi di quelli che c’aveva la signora del letto accanto: forse era morta anche lei e mio nonno la guardava per chiederle un consiglio.
Non lo so. La signora si muoveva ogni tanto, si metteva le mani tra i capelli e sospirava invano. Restava sempre il problema delle scarpe.
L’infermiere grasso si fumava una sigaretta nell’atrio dell’ospedale insieme ai tipi vestiti di nero che erano venuti a sistemare la faccenda di mio nonno e adesso regolavano gli affari loro. C’era un negozio di scarpe giusto di fronte all’ospedale. Al proprietario non è servito dirgli nulla perché pure lui era uno che sapeva come andavano le cose: stiri le zampe e i piedi si gonfiano. Allora ci vogliono scarpe morbide, di due o tre numeri di più grandi: «Queste sono in pelle di cervo, calzano come un guanto».
Duecento euro e una scatola di cartone. E un cervo che chissà se è morto con una chiodata in fronte, come una vacca, o con una scarica elettrica nel buco del culo, come le bestie da pelliccia. E mio nonno che quando ritorno stava sempre lì, vestito di tutto punto, con la cravatta allacciata ma senza scarpe.
Adesso, con le scarpe di cervo ai piedi era pronto, doveva andare via veloce perché il letto serviva. Uno che stava su una brandina nel corridoio, senza dire niente a nessuno s’era alzato e aspettava per prendersi il posto: stava ficcando le sue cose nel comodino di mio nonno quando è arrivato un carrello lungo due metri, fatto apposta per portare i morti nella camera ardente dell’ospedale.
Con mio nonno c’erano altre cinque o sei persone che sarebbero state lì dentro quella notte, soli soletti perché alle sei parenti, amici & conoscenti raus. A una signora giovane che c’aveva il figlio di quindici anni l’hanno dovuta trascinare fuori di peso. È restata a piangere il suo Marco insieme al marito ancora per una decina di minuti, lì, nel giardinetto dell’ospedale. Poi i due si sono fatti forza e se ne sono andati. È stato quando a malapena sentivo i loro passi sulla ghiaia del vialetto che porta al parcheggio che un odore forte e dolciastro mi ha preso alla gola.
Chissà che mi credevo… e invece erano rose. Grandi mazzi di rose fresche, belle, messe sotto la statuetta della madonnina appizzata dentro una nicchia di tufo nel giardino dell’ospedale. È stato un attimo che l’ ho guardata. Poi subito le ho detto: «Porco Zio allora è proprio vero… è tutta colpa di io, tu e le rose».
(Foto di Richard Avedon)

Il cacconto è bello strong, mitica la foto di Avedon, meriterebbe il grande formato.
ehm, il racconto, non il “cacconto”
anche per me è un gran bel racconto.
trovo la scrittura di Cristiano Armati dura, vitale e precisa.
Bello duro, è piaciuto anche a me. Ci vedo la rabbia, la vitalità, l’iper-realismo. E il ragazzo è pure spiritoso… Cosa si vuole di più?
Gradisco anch’io masticare racconti brevi come questo, crudo e amaro, che lascia qualche scaglia infilata tra i denti.
La parola nonno è ripetuta un po’ troppe volte, però.
Un racconto che mi ha impressionato per la sua forza e la sua capacità di essere duro e dissacrante insieme. Un ritmo davvero notevole, complimenti
duro disgustoso devastante dissacrante. la malattia e la morte sono due cose molto meno esaltanti di quanto la letteratura a volte ci fa credere. diventiamo delle povere cose che emettono rantoli e umori e allora bisogna che qualcuno ne parli. questa scrittura mi ricorda a tratti quella di gianni celati ne “le avventure di guizzardi”: un punto di vista estraniato e un po’ ferino.
complimenti.