Un viaggio con Francis Bacon # 4

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Un paio di giorni di malessere generale causato dall’insonnia. Stasera riemergo in qualche modo, faccio una lunga passeggiata nella sera di fine inverno, attorniato da poca umidità. Passanti che trottano assieme ai loro cani, il dopolavoro del bravo borghese.

Vicino a un bar tabaccheria – l’unico aperto nel mio quartiere dopo le otto di sera, un posto che negli anni si è ripulito gradatamente e lentamente, ma è rimasto sostanzialmente malfamato – vedo una Mercedes 320 blu scuro parcheggiata con le ruote verso l’esterno. A bordo un uomo robusto, dalla faccia quadrata, che parla concitatamente al microfono del suo cellulare. La sua bocca esprime dentatura e sforzo, tensione. Ho appena visto un uomo baconiano e questa volta l’ho riconosciuto. Il cellulare è quest’arnese di invadente comunicazione che, previa le cuffie, rende un sacco di passanti degli zombi che muovono le bocche come pesci in un acquario, o barboni ripuliti e imborghesiti che parlano da soli per le strade della città, ma più assorti, barboni di successo.

L’uomo baconiano oggi parla al cellulare in una Mercedes, alle otto della sera, prima di tornare a casa dopo una giornata di vendite all’ingrosso.

L’ingrosso della carne. Scrivendo negli ultimi mesi della guerra di mio padre ho dovuto svegliare spiriti che non mi appartenevano e narrare di carneficine al fronte. Sono prostrato dalla scrittura, ma rientrato a casa dopo la passeggiata ho ripreso lo stesso a scrivere.

Bacon parla della carne, la seziona, la mostra, la mette sul banco su tela grezza senza imprimitura. Quando ancora dipingeva dalla parte diciamo così giusta, nel ’46, crea quel capolavoro che è Dipinto 1946: un quadro nato per caso, un bue squartato appeso a ganci, carne messa a caso su un tavolino di vetro, una figura antropomorfa con la bocca da squalo tigre sotto a un ombrello nero. Non c’è spiegazione a tutto questo, il pittore era partito dalla raffigurazione di un uccello e poi questo si è deformato trasformandosi in nuove forme. I contenuti sono spinti a esistere dalla forma, è come un parto, dalla forma della donna fuoriesce il contenuto del suo ventre, il bambino. Siamo al massimo dell’espressione artistica, alla negazione per principio, potrei dire, dei concetti, splendidi o meno, del “romanzo a tesi”. Se possiamo spiegare la vita possiamo farlo dopo averla vista diciamo così vivere, in azione. Se abbiamo voglia di spiegare un’opera d’arte dobbiamo seguire i tortuosi percorsi dell’artista portando un paio di occhiali neri nella notte.

Bacon ha affermato che l’importante per lui non era dire qualcosa, ma fare qualcosa. Si potrà dire che questo può essere valido solo per certe forme artistiche, come la pittura surrealista. Cosa voleva rappresentare Max Ernst, per esempio, dipingendo quello strano tipo di elefante, Célèbes? Niente di preciso, immagino. E così può essere benissimo per un’opera letteraria; le parole scaturiscono da un’esperienza interiorizzata, non da una ricognizione punto per punto, e a bocce ferme. Niente saggezza e niente distacco clinico, l’artista è un chirurgo da campo o non è. Scrivere con un’idea chiara in mente io penso sia non di rado deleterio per la qualità dell’opera. Ecco perché mi è sempre piaciuto sapere di come Francis Bacon operava sulla tela, vale a dire con poche idee e dipingendo pochi tratti veloci al centro, andando a lavorare allo sfondo solo alla fine.

A proposito di Ernst, è chiaro che questi è fra i fratelli maggiori del pittore oggetto della nostra tentennante indagine, che è viaggio – come da titolo. Il renano dipingeva queste foreste intricate (viste dal vivo assicuro che sono ancora più sbalorditive che su libro, cosa che non si può dire per i quadri di gente come Magritte e Dalì) che sono paesaggi tra il vegetale e l’animale; così come certe figure di Bacon sono paesaggi umani con innesti – come trapianti- animali, bestiali. Le Figure per una Crocifissione, il primo grande quadro, del ‘44, è un’opera che riporta alle bestie mitiche, a certe esaltanti figure di Ernst. Siamo in pieno surrealismo, anzi siamo alla sua esplosione consacrata. Bacon è stato l’ultimo dei grandi surrealisti, e li ha superati, tutti quanti, di slancio, perché ha fatto soffrire e sudare lacrime ai suoi quadri. E anche perchè non è altrettanto letterario, non fa della letteratura per immagini – e una dimostrazione di questo sta nella laconicità “di servizio” dei titoli delle sue opere. Si dà tutto alla pittura, mani e anche piedi legati. Magritte è stato un grande illustratore, e deve al movimento surrealista il piacere e l’onore di essere diventato un totem. Ma è, al fondo, solo un bravo pittore che fa della letteratura per immagini, come molti suoi colleghi.

I suoi personaggi sono protagonisti di vignette ben temperate, il suo mondo è inquietante perché si trattiene dal dire, dall’urlare. Inquietante per sottrazione, come in molti film noir del lontano passato, costretti a suggerire l’orrore a causa della censura quando andava bene, della mancanza di mezzi quando andava male (esemplare in questo senso è Detour, di Edgar G. Ulmer, del ‘45).

Bacon fa urlare l’opera, letteralmente. Se Dali dipinge con una fantasia che non ha forse eguali – ecco, il catalano non ha mai espresso nulla più della sua sfrenata fantasia – Bacon, che non è abbastanza folle e disimpegnato ma è certamente più addentro, come un esperto del settore, alla sofferenza umana madre di tutte le battaglie, cava dalla sua fantasia tutta una serie di urla munchiane, la progenie insomma dell’urlo dipinto del norvegese.

Dov’è la bellezza, dov’è la grazia? Da nessuna parte, forse. Dov’è la grazia in Guernica? E Picasso ha stabilito il suo record dell’ora, sbaragliando gli avversari, dandoci l’enorme, sofferente vignetta della catastrofe.

In alcuni testi FB viene denominato espressionista. In fondo siamo su terreni confinanti, così come la “nuova oggettività” di un Otto Dix, pittore tedesco degli anni ‘30 che trovo in alcuni momenti piuttosto connesso all’inglese per una rappresentazione tutto sommato parodistica della vita e della società, è un espressionismo molto concreto, molto descritto, per filo e per segno, si potrebbe dire. Bacon s’impone nel dopoguerra, Dix è figlio della Repubblica di Weimar, cioè dell’estremo dopoguerra precedente. La pittura di questi artisti, come di parecchi altri nei due periodi, è quindi spesso e per vocazione un’arte di implicita denuncia, di dura e folle reattività a una vita sociale – e conseguentemente personale – difficile e minacciata.

Come mi è successo stasera per l’uomo baconiano incontrato davanti alla tabaccheria, notti fa, rivedendo Velluto blu di David Lynch, scopro l’uomo baconiano degenerato nel personaggio di Dennis Hopper, Frank Boothe il pervertito. In particolare, quando la sua testa è ripresa di profilo e lui urla al personaggio interpretato da Kyle Mac Lachlan, dopo il rapimento. In quel momento Lynch riprende in slow motion , e il movimento della testa di Hopper fa come una leggera scia, come se muovendosi si autodipingesse sulla tela del grande schermo.

Se Bacon è stato influenzato dal cinema – ha sempre parlato della Corazzata Potemkin, e a riprova c’è il quadro che raffigura la balia con gli occhiali rotti, e di Bunuel, altra anima naturaliter surrealista- il cinema, in un modo o nell’altro, ha attinto dalla sua arte.

Pensiamo a Cronenberg e a Crash, tratto dal romanzo di Ballard: il superbo canadese raffigura gli incidenti stradali e gli accoppiamenti poco giudiziosi in un modo che ricorda certe figure baconiane; dove c’è massa carnale e groviglio, c’è Bacon. Egli è anche il cantore della distruzione mascherata da orgia, e non a caso in vari film porno che ho visto mi sono ritrovato -piuttosto perversamente, lo ammetto- a pensare a Bacon: per il décor – fosse esso da scantinato come da bordello pretenzioso -, per certe situazioni; anche lì, uomini baconiani in grisaglia che si fanno ingoiare nell’intimo da signore a volte somiglianti a Isabel Rawsthorne, l’amica pittrice – e bevitrice – di FB immortalata in un famoso ritratto del ’67.

Dovunque ti muovi, il fantasma del pittore ci conduce a situazioni e forme che sono imparentate con la sua arte. Sempre più, mi accorgo che il suo surrealismo è una realtà alla quale è stata applicata una lunga scarica di alta tensione.

Franz Krauspenhaar

Puntate precedenti: #1 #2+#3
(Continua il 28 con l’ultima puntata. Immagine: l’artista nel suo studio nel 1960)

6 pensieri su “Un viaggio con Francis Bacon # 4

  1. fabry

    certo, Franz, dopo queste puntate, è una parola stare davanti a un quadro del Beato Angelico.
    incisivo, come sempre.

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  2. Gaja

    Franz, che pezzo! Un collegamento dopo l’altro, fino a disegnare un *tuo* quadro di questo interessantissimo viaggio. Ci sono sprofondata dentro.
    Bello, bellissimo quando dici che Bacon fa urlare le sue opere e poi parli di Guernica, con le sue grida appuntite, il dolore che trafigge.
    Grande, Franz’O!

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  3. jolanda catalano

    Entri nelle fibre più oscure dell’opera Baconiana,smembri,ricomponi volti colori,sapori cruenti di vita,inquietanti fisionomie per la nostra inquietudine,e poi ci offri il tutto con una sapienza descrittiva che va di pari passo con il tuo viaggio con Bacon.Bacon realizza l’opera,tu ,muovendoti con lui,introiettando,quasi,o senza quasi,il suo essere,porti in superficie il non visto o compreso e ce lo restituisci con mano ferma e potente visceralità.Questo tuo viaggio con Bacon è,o mi appare,come anatomia di un essere.
    Concordo con Anna,ma già te lo avevo suggerito,per il cartaceo.
    abbracci
    jolanda

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  4. lapoesiaelospirito

    Vi ringrazio.

    Ma se ci sono delle cose che a qualcuno paiono inesatte, o azzardate, sarei contento anche di ricevere delle critiche.
    Questo è un “viaggio” molto in soggettiva, e sicuramente ci sono cose che possono essere discusse o discutibili.

    Al 28 con l’ultima puntata.

    Un abbraccio,
    Franz

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