23 pensieri su “Tibet libero!

  1. giacomo cerrai

    La complessa bandiera entrata in uso dopo il 1920 e prima del 1926, che sventolò sul paese sino al 1959 – e continua a sventolare in esilio – è densa di simboli. I due leoni di montagna (kilin) rappresentano i poteri temporale e spirituale; essi reggono la ruota dello ying yang, vale a dire il principio infinito di causa ed effetto. Più in alto, fiammeggianti, i tre gioielli supremi del buddismo, il Budda, il dharma (la legge) e il sangha (i monaci, custodi della legge). Il tutto è inscritto in un triangolo bianco, che ricorda una montagna innevata, cioè lo stesso Tibet. Il sole sorgente è simbolo di gioia: esso diffonde sei raggi rossi in un cielo blu scuro, che rappresentano le sei stirpi originarie del popolo tibetano (Se, Mu, Dong, Tong, Dru e Ra). Il bordo dorato su tre lati del drappo simboleggia il diffondersi dell’insegnamento del Budda, che è come l’oro puro.
    (Fonte: http://www.rbvex.it/
    un saluto a Marina-

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  2. Davide

    Tutti nutrono in sè il sogno del paradiso terrestre, ma il sogno di una guerra civile su base etnico-religiosa fatta di cinesi bruciati, tibetani interrati in fosse comuni, intervento Nato e bombardamenti a tappeto, non è proprio un granchè.

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  3. Paola renzetti

    Che bello e ricco il simbolismo di questa bandiera! Speriamo che qualcosa di questi grandi insegnamenti possa illuminare i nostri mondi.

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  4. eziotarantino

    Senza alcuna ironia: i leoni sembrano sostenere la fiaccola olimpica! Un simbolo di fratellanza (obsoleto, e non da oggi) sporcato forse irrimediabilmente (ieri dalla Coca Cola, oggi dal sangue).
    Ezio

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  5. massimo

    ex Oriente lux. e sperare – e almeno firmare: il poco che si può fare. “you poets from the West” – dicevano in India: firmare, almeno…

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  6. cletus

    troppo presi dalla bagarre elettorale, per accorgersi che, unica voce in Europa, il vituperato Sarcò, ha espresso qualche riserva circa la presenza a Pechino ? (se non altro limitatamente alla cerimonia inaugurale). Vediamo di riuscire a distinguerci anche stavolta…magari a scoppio ritardato.

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  7. luminamenti

    Io sono favorevole a boicottare le olimpiadi. Mi sembra assurdo partecipare dopo quello che ha fatto il governo cinese.

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  8. stefania nardini

    Si distratti… troppo. Un’indifferenza, direi,provinciale.
    Anche di fronte al sangue degli innocenti

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  9. fabrizio centofanti

    qualcosa bisogna fare senz’altro, anche se bisognerebbe boicottare, per coerenza, un sacco di altre cose.

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  10. Davide

    Sono convinto, al contario, che l’attuale forme di rivolta tibetana sia del tutto sbagliata, controproducente ai fini della causa sacrosanta dell’indipendenza culturale e linguistica di ogni minoranza, e sostanzialmente fondata su una visione etnocentrica e razzista che si esprime nell’odio etnico-religioso nei confronti dei cinesi abitanti la regione del Tibet, che infatti sono da tempo vittime, in quanto individui estranei alla società tibetana, di rappresaglie, omicidi e razzie (da cui le repressioni militari e feroci della dittatura cinese).
    Attenzione ai sogni paradisiaci delle anime belle, portano solitamente tragedie e catastrofi.

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  11. cletus

    Il problema, certo, è che non è solo il Tibet un teatro di violenze generate dall’odio etnico-religioso. Quello che probabilmente ne enfatizza i toni (premesso che con il politically correct, pare che solo ora, e parzialmente, la Cina abbia dato contezza ai propri concittadini di cosa diavolo stia avvenendo lassù), è che si tratta di un popolazione che nell’immaginario collettivo incarna gli ideali di tolleranza, per definizione.

    Non ho notizie dirette come sembri averle tu, Davide. So solo che a guardarsi dall’essere un’anima bella, alla fine mi faccio passare sopra di tutto. E questa del Tibet, perdonami, ma è proprio grossa da mandare giù.

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  12. Davide

    Non ho notizie dirette (nel senso di vissute in prima persona) al di là di alcuni amici giornalisti che lì sono stati, e da altri da cui prendo spunto di analisi (tra i quali consiglio la visione del report “il golpe post-moderno”: http://www.contropiano.org/Documenti/2008/Marzo08/27-03-08NuovaGladio.htm). Sono profondamente contraddetto tra il sangue che vorrebbe confluire, naturalmente e istintivamente, in qualunque ribellione dell’uomo (singolare) contro il sopruso e la repressione (sociale) dell’umano, e la ragione che vuole pensare ogni azione come causa di conseguenze.
    Quest’ultima mi spinge a credere, purtroppo con molteplici precedenti (Balani, Iraq…), che le attuali rivolte siano strumentalmente utilizzate ai fini di “destabilizzare” e non di “migliorare”, le condizioni e dei tibetani e dei cinesi abitanti del Tibet.
    Ho il terrore che tutto ciò sia che noi oggi viviamo (sponsorizzato dal mass-media occidentale) sia la premessa di una lunga e sanguinosa guerra civile, e cioè di una destabilizzazione bellica dell’area tibetana, che rappresenterà storicamente la fase conclusiva di ciò che chiamiamo lo sterminio antropologico della cultura regionale tibetana).
    Essendo il Tibet un’area abitata sin dal ‘700 da diverse etnie e culture, una facile soluzione di parte, di stampo etnico-religoso, è chiaramente una chimera ideologica (portatrice dunque di catastrofi).
    Una soluzione realistica (e cioè umana) della crisi, deve partire secondo me da altre basi, e cioè da basi umanistiche e laiche.
    Il rischio della guerra civile, della catastrofe totale, è secondo me molto vicino. E altrettanto vicino (forse un po’ di meno, ma non troppo) è il rischio di una deriva mondiale della crisi (guerra civile, intervento nato, reazione orientale).
    In tutto questo, la causa tibetana che ruolo svolge?
    Temo il ruolo del pretesto.

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  13. Marco Guzzi

    Nessuno stato civile dovrebbe andare a Pechino per le Olimpiadi.
    Non si può celebrare la fraternità olimpica tra i popoli ospitati da un regime che calpesta tutti i giorni tutti i diritti umani.
    L’accondiscendenza nei confronti dei tiranni è oggi, dopo il XX secolo, pura e semplice complicità.

    Marco Guzzi

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  14. cletus

    Concordo sull’esigenza del primato della ragione, in luogo del teatro delle emozioni. Magari fosse cosi che so, anche in medio oriente. Ciò nonostante, con spirito pragmatico, che in Cina la considerazione dei diritti civili sia prossima allo zero non c’era bisogno della crisi del Tibet per scoprirlo. Quello che le altre nazioni possono fare, facendo leva sull’orgoglio che rappresentano i giochi per questa potenza, è sfrutttare l’arma del boicottaggio (sia soft che hard) per costringerli in questa direzione.

    Non approfondisco l’analisi della situazione del tibet, in ordine alle frizioni fra le diverse etnie, per dichiarata ignoranza. In ogni caso grazie per la precisazione (e per il link).

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  15. enrico de lea

    les affaires sont les affaires – e ci andranno, e non boicotteranno, padroni e padroncini

    (gli stessi che poi magari daranno della “comunista” a Rosy Bindi, mentre dislocano aziende in Cina, ottima fornitrice di schiavi della modernità)

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