Trent’anni fa, quando ne aveva venti, l’ultimogenito abbandonò la famiglia. Volarono parole grosse, furono sbattute porte. Mentre i vecchi e i fratelli più grandi stavano arcignamente intorno al tavolo a levare anatemi, il giovane andò per il mondo lungo quelle che via via credeva le sue strade, senza voltarsi mai se non col pensiero.
Ma gli anni passano per tutti, e ciò che vedeva intorno, insieme con le notizie non buone che indirettamente gli giungevano dalla famiglia, indussero l’ex-giovane non a pentirsi ma piuttosto a raddolcirsi. L’ascolto della musica del ricordo, la contemplazione delle lacrime delle cose, in una parola la meditazione sul tempo che fugge e soprattutto ci sfugge, dovrebbero essere buoni consiglieri per tutti. Così l’ultimogenito colse un pretesto per tentare di riallacciare i rapporti, alla pari pur tributando un omaggio formale, con il fratello maggiore. Costui era in pratica rimasto anch’egli solo: i vecchi erano morti o rimbecilliti, ed i fratelli di mezzo, per quanto rispettando certe forme, pure loro se n’erano andati in cerca della propria Samarcanda. Ma non vi fu incontro, solo scontro unilaterale e di lontano: il più vecchio non ne volle sapere e respinse il più giovane con gelida furia, facendogli intendere che piuttosto che accordarsi con lui, con lui che aveva osato alzare il capo, avrebbe posto se stesso e ciò che restava della famiglia nelle mani dei nemici di un tempo, dei nemici di sempre. Cosa che anzi fece senz’altro, con quella che una trita espressione chiamerebbe “acre voluttà”. Il più giovane allora non poté far altro che riallontanarsi, sempre più lontano, sempre più lontano. Ma questa volta senza più nascondersi il rimorso per non aver lottato dentro a quelle mura, quelle mura che aveva abbandonato e maledetto, e nelle quali tuttavia il suo cuore era rimasto imprigionato per tutti quegli anni, e non poteva ancora liberarsene, e chissà se ci sarebbe riuscito mai.

ho sempre pensato che il tempo, l’esperienza, il dolore, formassero uno scudo, la protezione.
L’addolcimento fa parte dell’infanzia e forse
di chi sà ancora parlare al suo bambino.
questo è il più kafkiano dei tuoi apologhi, Roberto.
una prigione senza uscita.
di quelle che si chiudono da dentro.
Cari amici,
fondo in una la suggestione dei vostri due commenti: “una prigione senza uscita,di quelle che si chiudono da dentro” nella quale però forse sta qualcuno che “sa
ancora parlare al suo bambino”.
Qualsiasi cosa ciò voglia dire, e per me vuol dire molte cose, anche molto diverse fra loro.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
la punta è qui: “Il più giovane allora non poté far altro che riallontanarsi”.
l’ultimogenito è il primo a partire – a costo di rompere equilibri strani (e strazianti); andrà via e forse cambierà anche le parole della bocca, non sembrerà quello che era, e che non è più. ogni tanto si sentirà dire “sei figlio unico” – e forse questa frase lo consola. quel “non poter far altro che” è vitale, anche se ferisce ferisce ferisce… l’ultimogenito non avrebbe potuto lottare dall’interno delle mura: il rimorso è più di impotenza che di omissione…
Caro Massimo,
grazie: come senz’altro ti sarai reso conto, scrivendo
“l’ultimogenito
non avrebbe potuto lottare dall’interno delle mura”, non hai assolto soltanto un personaggio fittizio, ma una generosa fetta di una realissima generazione.
Alla quale “quella” assoluzione non poteva/doveva giungere dai padri, ma dai figli o da coloro che potevano essere tali… quale, più o meno, tu sei.
Un caro saluto,
Roberto