“Poesia non poesia” di Alfonso BERARDINELLI

I poeti impossibili

 

    Come si può parlare criticamente, usando il linguaggio della critica letteraria, voglio dire, con il suo carico di cognizioni storiche e tecniche, occupandosi di tanti nuovi poeti? Me lo chiedo da tre decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima volta. La produttività poetica dilaga. Negli ultimi due tre anni devo essermi distratto (me ne accorgo ora) perché apprendo che sono nate nuove scuole, nuove tendenze, di tonalità prevalentemente sadico-ilare o depresso-sadica. Ci sono in giro e in piena attività almeno venti trenta poeti di cui so ben poco. Provo a leggere, a informarmi. Ma noto che la cosa più difficile è proprio questa. Già dire leggere è un eufemismo, perché leggere la maggior parte di queste poesie è difficile. Non meno difficile è quindi informarsi perché dai testi antologizzati si ricava poco, non bastano a farsi un’idea degli autori, mentre i libri interi sono ridondanti e fuori misura, perché dopo le prime pagine si sa già tutto. È un problema di consistenza? Il testo singolo non regge, sembra rimandare ad altro. Ma non regge neppure  il libro, che si aggrappa, per esistere, a non più di tre o quattro poesie riuscite. Leggere poeti italiani contemporanei è quasi sempre esasperante. Non si capisce perché quella parola sta lì, non si capisce perché dopo quella frase c’è quell’altra, non si capisce perché si va a capo (ma questo è un vecchio problema della modernità), non si capisce perché il testo finisce a quel punto, non prima, non dopo.  È veramente strano che con tante scuole di scrittura creativa, nessuno sia riuscito, in questi ultimi dieci anni, a insegnare il minimo di tecnica utile.

    Dunque potrebbe essere vero quello che dice il titolo di un libro di Alessandro Carrera: I poeti sono impossibili. Carrera sembra aver trovato l’analgesico, l’eccitante, il sedativo, o meglio il disintossicante per chi abbia passato anche solo un’ora a cercare una poesia buona dentro antologie e almanacchi appena arrivati.

    Il suo libro possiede un’importante qualità letteraria: la capacità davvero molto poetica di far vedere che oggi come ieri la poesia la fanno i poeti e che quindi finisce inevitabilmente per somigliare a loro.

    All’inizio del quarto capitolo, intitolato Siamo tutti grandissimi poeti, Carrera ci ricorda una cosa: Robert Musil “osservò che la decadenza della modernità era iniziata il giorno in cui nella cronaca sportiva di un quotidiano viennese si poté leggere che un certo  cavallo, gran vincitore di corse, era geniale.”

    Oggi però, dato che siamo più spregiudicati, più corretti e più intelligentemente animalisti di Musil, si può dire che Carrera con questo libro ci ha dato un ottimo antidoto contro quella particolare forma di inconsapevolezza che sembra accompagnare la decisione di “essere poeti” e che alimenta la produttività creativa dei poeti attuali.

    Sì, attuali. Ma Carrera ci ricorda un’altra cosa importante: Orazio, Francisco de Quevedo, Pietro Giordani, Osip Mandel’stam e Montale si erano espressi in proposito con analogo pessimismo.

    Orazio lamentava che i poeti fossero innumerevoli. Quevedo scriveva che “Dio aveva mandato un’epidemia di poeti in Spagna per punirci dei nostri peccati; due secoli dopo Pietro Giordani si lamentava con Leopardi che ormai chiunque sapesse leggere e scrivere si riteneva in grado di impugnare carta e penna e gettar giù versi a profusione; Osip Mandel’stam constatava con scoramento l’esistenza di un miserabile esercito di poeti che aveva invaso la Mosca rivoluzionaria”. Montale scrisse che “se Guglielmo Giannini, invece di fondare il movimento dell’Uomo Qualunque, avesse fondato il partito del Poeta Qualunque, con obbligo dello Stato di stampare a proprie spese i versi di ogni cittadino, avrebbe mandato almeno un centinaio di deputati in Parlamento”.

    È già molto. Ma Carrera aggiunge: “Dopo la rivoluzione sandinista in Nicaragua, per testimonianza di chi c’era, mentre il paese aveva un disperato bisogno di ingegneri, capimastri e idraulici, ogni volta che si annunciava  una lettura pubblica centinaia di aspiranti poeti si mettevano in fila  dal mattino, determinatissimi a leggere le loro invettive contro los gringos, mentre intorno non c’era una strada che non fosse piena di buche”.

    Il capitolo da cui sono tratte queste parole porta un titolo definitivo per chiarire subito di che si tratta: Un popolo di poeti preme alle porte dell’oblio. L’autore comunque, per essere ancora più chiaro (tutto il suo libro è insopportabilmente chiaro per i poeti di oggi) sente il bisogno di precisare: “nella seconda metà dell’Ottocento, quando Lautréamont lanciò la profezia che un giorno la poesia sarebbe stata fatta “da tutti” forse non si aspettava che il tempo gli avrebbe dato ragione al di là delle sue aspettative. E certamente non si aspettava che, come effetto collaterale, una poesia “fatta da tutti” avrebbe ridotto la poesia stessa all’insignificanza. Perché se tutti, in un cabaret dadaista di dimensioni planetarie, scrivono, pubblicano, recitano e urlano i propri versi, per una legge di conversione di cui nessuno vuole assumersi la paternità, proprio quei versi hanno una forte probabilità di risultare irrilevanti”.

    Si può pensare questo. Ma anche qualcosa di diverso. Su una quantità di testi poetici senza capo né coda né ragioni di esistenza, si possono scrivere puntuali piccoli saggi in punta di penna, che puntualmente mancano l’oggetto di cui dovrebbero parlare e quindi parlano di quell’utopia del linguaggio poetico mai realizzata che giustifica tutto. Esistono tuttavia, in questa nebbia di parole poetiche che avvolge il pianeta e intasa Internet, delle vere poesie, che liberano per qualche minuto la mente di chi  le legge e che quindi fanno venire la voglia di essere rilette.

    Ma individuare e riconoscere queste poesie non è né facile né ovvio. Se lo fosse, il fenomeno della “poesia scritta da tutti” non si darebbe. Il primo servizio che i critici dovrebbero rendere agli altri e a se stessi  è dire quali poesie esistono e quali hanno solo tentato di esistere, anche senza parlare degli autori che ne sono responsabili. Facendo questo, potrebbe capitare loro di non sembrare gentili. Ma essere gentili con tutti i poeti e con i poeti qualunque, manda allo sbaraglio molte brave persone, che non riescono né a leggere né a farsi leggere. È il cattivo pubblico, o il nessun pubblico, che rende la poesia cattiva o nulla.

 

 

Alfonso Berardinelli

Poesia non poesia

Einaudi, 2008

 

8 pensieri su ““Poesia non poesia” di Alfonso BERARDINELLI

  1. lorenzo

    per la cronaca: il libro è una raccolta di articoli e interventi a congressi e non un nuovo saggio organico (comprandolo,
    speravo che fosse proprio un nuovo saggio organico).

    lorenzo

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  2. Antonio Fiori

    “Io non credo nella poesia”, confessa Alfonso Berardinelli in questa ‘raccolta di articoli e interventi’.

    “E’vero che, messa in un certo modo, la questione di che cosa sia la poesia o, addirittura, della fede in essa, non porta da nessuna parte. Si rischia di rimanere nell’autoreferenzialità. Dico però che ragionare sulla poesia, difenderla per quello che sembra – un’eterna e mutevole adolescente – non è la stessa cosa che difendere la narrativa o la pittura ad olio. La poesia, anche se pateticamente mascherata, è l’arte più nuda di tutte, più appartata, più squattrinata. Per questa sua ‘purezza’ antropologica, pur partendo dai singoli testi – come suggerisce Berardinelli, penso che continueremo per molto tempo ancora a discuterne definizioni, contorni e difese.”
    Così scrivevo a febbraio a proposito di questo lavoro.

    Bene fa Giovanni a riaprire sul tema.

    Un caro saluto a tutti
    Antonio

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  3. Giocatore d'Azzardo

    Oh Giovanni, questo articolo mi trova in linea e se uno come Belardinelli scrive “Già dire leggere è un eufemismo, perché leggere la maggior parte di queste poesie è difficile.”, mi viene quasi da pensare che, forse, non sono così ignorante in materia. Mica è vero, sono proprio ignorante in materia, ma un po’ di sano autocompiacimento a volte non fa male e un articolo come questo aiuta.

    Vado a fare la spesa, che ho finito le vettovaglie e frigorifero assomiglia al deserto del Gobi.

    Blackjack.

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  4. Marina Pizzi

    la poesia ha tutti i mali, tutti i beni della vita, quindi si “consoli” la difficoltà dato che davvero nulla è facile da vivere o da far vivere.

    in più gli artisti della domenica sono innumeri data la necessità umana all’espressione sempre e comunque.

    si aggiungano i mali endemici di questa piccola patria e il gioco al massacro è ben più di sicuro.

    ecc.

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  5. Giovanni Nuscis

    Grazie, Blackjack e Marina.

    “la poesia ha tutti i mali, tutti i beni della vita…” Concordo con Marina: e questo la fa umile, e grande, talvolta.

    Giovanni

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  6. Antonio Fiori

    A Giancarlo Majorino qualcuno chiese: perchè la sua poesia è così difficile?
    Lui rispose: e lei crede che vivere sia facile?

    (Il mese scorso a Milano ho anche avuto il piacere di complimentarmi personalmente con lui per quella risposta)

    Antonio

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