Poche ore prima di morire Roroté chiamò i discepoli intorno al suo giaciglio, e guardandoli amorevolmente uno ad uno cominciò a dire loro: “Fra poco non sarò più tra voi, e voi dovrete tornare nel mondo cercando di mettere in pratica ciò che avete appreso in questi anni.”
“Tu – disse rivolto al più vicino – diventerai guardiano di vacche, e ogni mattina le condurrai al pascolo, e ogni sera le chiuderai nella stalla; e mungerai il loro latte e terrai pulita la loro lettiera, in modo da avere sempre bene in mente, avendolo sempre sotto gli occhi non meno che sotto il naso, da che cosa nascono il nutrimento del grano e la bellezza dei fiori; e quel nutrimento e quella bellezza canterai, menando al pascolo le vacche, sulla musica dei loro muggiti e dei loro dolci rumori. Tu invece – disse volgendosi a un altro – vivrai d’elemosina, non possedendo mai più di una veste alla volta e non tenendo presso di te più cibo di quanto non te ne occorra per un solo pasto. Considera l’elevatezza del compito cui sei destinato: sarai un esempio vivente: gli uomini impareranno da te la sobrietà, la spensieratezza, la sottomissione alla sorte; e, accettando i loro abiti smessi, gli avanzi del cibo che, sazi, non saranno riusciti a finire, permetterai loro di dar prova con te di carità e fratellanza. Tu invece – disse rivolto a un altro ancora – intreccerai canestri e funi, meditando su ciò che scioglie e lega; e sul fondo dei canestri che tu fabbricherai ciascuno troverà il proprio passato, e nelle funi nate dal lavoro delle tue mani ciascuno potrà scorgere quello che gli riserva il futuro”. E Roroté continuò per un bel tratto a parlare ai discepoli, chiamandoli in causa tutti, senza trascurare nessuno, per dire loro a quali prestigiose e importanti occupazioni avrebbero dovuto dedicarsi dopo che lui fosse morto.
Verso la fine Roroté era stanco, e si lasciò andare sul duro cuscino; ma scorgendo ancora un discepolo, che fino a quel momento – forse per modestia – si era tenuto in disparte, trasse un sospiro e con particolare affetto mormorò: “E a te, figlio mio, che posso dire? Tu hai vissuto per anni qui, da fratello in mezzo a fratelli. Ma tu sei diverso, e la tua sorte è diversa. Perciò, ritornato nel mondo, imparerai a leggere e a scrivere, e scriverai libri su libri, e conoscerai la gloria degli uomini che il tuo cuore desidera; e allora le parole non scorreranno più come l’acqua, non voleranno più nel vento, ma sfideranno i secoli fuse nel bronzo, scolpite su templi di marmo”.

mi sembra giusto aver riservato all’ultimo posto, umilmente, il ruolo della vanità…
Roberto, questo è… complicato. Non ci ho mai azzeccato molto con le parabole.
Blackjack.
Cari amici,
questa provocazione è soltanto il prologo di un vecchio abbozzo, nel quale alla morte di un sapiente l’allievo peggiore e più ambizioso imparava a leggere e scrivere per pubblicare i detti del maestro come li aveva capiti lui, scrivendone ovviamente di cotte e di crude. Insomma una cosa più che ironica, umoristica, tanto per cambiare. E guarda caso non andata in porto…
Un caro saluto,
Roberto
Sarà pure il prologo di un vecchio abbozzo,ma anticipatore di alcuni eventi,mi riferisco al discepolo che avrebbe dovuto vivere di elemosina con non più di un pasto al giorno!
ciao
jolanda