di Magda Vigilante
Sulla poesia di Arturo Onofri gravano ancora numerose incomprensioni. In generale la critica tradizionale ha riconosciuto l’influenza che Onofri ha esercitato sui poeti ermetici, ma non ha approfondito, tranne alcune eccezioni, l’analisi della Terrestrità del sole, ultimo ciclo lirico composto dal poeta alla fine degli anni Venti (1) , giudicandolo una troppo programmata costruzione poetica il cui intento spiritualistico finisce per sopraffare l’espressione artistica. Solamente in anni recenti sono stati riscoperti il valore e l’originalità dell’ultima fase poetica onofriana per merito anche della ristampa dei 6 volumi che compongono il ciclo, eseguita tra il 1998 e il 1999 dalla casa editrice La Finestra di Trento. La Terrestrità del sole era stato preceduta dal volume Nuovo Rinascimento come arte dell’io del 1925, dove in una prosa fitta di richiami filosofici e biblici, ma anche di immagini poetiche, viene indicato il compito essenziale affidato al poeta che consisterà d’ora in poi nel rivelare lo Spirito che dall’intimo dell’uomo, il quale è divenuto consapevole della sua presenza in lui, si propaga all’intero cosmo.
« … [L]a sua poesia non sarà più né generica né dinamica, verso un’azione o verso un’altra, ma sarà concretissima azione essa stessa, sarà azione organica della spiritualità mondiale, che non solo esprime ma attua sé stessa, mercé la parola creatrice e redentrice, nell’uomo. » (2). A tali convinzioni Onofri era arrivato attraverso un lungo percorso non solo poetico-stilistico a partire dalle prime opere d’ispirazione orfica, ma anche esistenziale con la scelta finale di aderire al credo antroposofico del filosofo Rudolf Steiner. Anche questa scelta ha contribuito a creare numerosi equivoci sull’ultima opera poetica onofriana, a volte sbrigativamente liquidata come un tentativo di trasferire nel linguaggio poetico le formulazioni concettuali di Steiner. In realtà dall’antroposofia Onofri accolse solamente i concetti che stimolavano maggiormente la sua fervida immaginazione artistica e inoltre egli elaborò una sua poetica personale in cui confluirono diversi apporti, tra i quali quello fondamentale di Novalis.
Infatti Onofri seguì l’idea del poeta tedesco che in ogni parola c’è uno spirito da lei evocata, ma tale potenza evocatrice si attiva attraverso il contributo dell’uomo in quanto egli possiede la coscienza spirituale di quell’essenza che la parola esprime. Sviluppando questa intuizione, Onofri risalì fino al vangelo giovanneo che pone il Logos come creatore di tutta la realtà. La Parola era dunque «…la stessa volontà divina allo stato creativo primordiale, e in essa era la Vita Vivente (il Cristo) che operava come articolatore (d’amore) di esseri e di mondi.» In seguito lo stesso Verbo divino si è incarnato nel Cristo ed è venuto ad abitare nel mondo per ricondurre l’umanità e l’intero universo all’amore di Dio Padre.
Dalla consapevolezza della propria unione interiore con il Cristo vivente nel cosmo, l’uomo riscopre allora lo spirito unitario della creazione universale che si manifesta nella parola poetica. Onofri affida al poeta il compito fondamentale di «toccare con la magia della parola l’essenza spirituale dell’universo… di partecipare, per amore parlante, all’atto originario del Verbo creatore.» In tal senso la poesia è creatrice, ma nello stesso tempo è anche redentrice in quanto può «….disincantare dal mondo materiale l’essenza plastica dello Spirito che vi si immerse foggiando la materia, e può riportare questo Spirito alla sua primitiva libertà e potenza risorta.»
Nell’epoca attuale, dove si assiste ad una sempre più estesa desacralizzazione che coinvolge ogni realtà, può sembrare singolare che un autore del Novecento, del secolo appena trascorso, ponesse come fondamento della poesia la manifestazione dello Spirito e anzi ritenesse che la stessa poesia partecipasse all’atto creatore del Verbo continuamente rinnovatesi. Tuttavia i poeti maggiori ci dicono sempre in modo esplicito che il compito maggiore della poesia è rinviare ad una realtà ulteriore di cui la parola poetica si fa tramite. Per evocare questa realtà il poeta ha bisogno di una mitologia la quale diventa cosmogonia se la contemplazione poetica, come in Onofri, si applica a tutto l’universo.
Il sacerdote e filosofo ispano-indiano, Raimon Panikkar, ha rilevato che dopo l’affermarsi del pensiero scientifico non esiste più una visione cosmologica del mondo che ne sveli il senso più profondo. In tale mancanza «…si proiettano le descrizioni scientifiche in una visione della realtà che è l’estrapolazione non scientifica dal mondo scientifico » (1). Onofri invece volle fornire all’uomo moderno una nuova cosmologia che utilizzasse un linguaggio poetico appropriato a questo scopo. Egli non solo seguì il flusso travolgente delle immagini mentali che liberamente affioravano alla sua fantasia, ma sperimentò anche una lingua poetica in cui le parole fossero sottoposte ad una serie continua di “rifrazioni” capaci di evocare la presenza armoniosa dello Spirito Uno in tutto il cosmo.
La natura diventa infatti «il vivente scenario»dove si svolge l’attività dello Spirito e tutto in lei «aspira a tornare Figura, Presenza, Apparizione e Persona..» Così il poeta scorge nella natura , ma anche nella donna l’«improvvisa dea» i cui «…Occhi diafani stellano di luna / sotto il manto ondeggiante delle chiome». E’ per mezzo di lei, archetipo della “Sposa celeste” – individuato da Elémire Zolla – «che le pietre traboccano di foglie / le flore mettono ali, e mandre brute / s’appassionano d’ansie e di pensieri…» Il poeta rappresenta in «figura di beltà» la potenza creatrice della Parola divina di cui l’uomo è consapevole nella sua interiorità, ricollegandosi ad antiche e svariate tradizioni le quali esaltano un archetipo femminile come « nei canti sciamanici siberiani, nella lirica taoista, nelle liriche tamil, negli inni indù e tibetani, nella tradizione iranica delle Vergini di luce, nell’Iside egizia, nell’amante soprannaturale del sufismo e della poesia cortese» secondo le acute riflessioni di Elémire Zolla contenute nel volume Archetipi (4).
Se la Beatrice dantesca ( per una singolare coincidenza sia la madre che la moglie di Onofri si chiamavano Beatrice) guida il poeta fino alla contemplazione del divino, la donna della poesia onofriana diventa simbolo dell’azione vivificatrice dello Spirito nel cosmo. Tuttavia la fantasia del poeta vuole rappresentare attraverso la parola anche la «raggiante pienezza del cosmo… come un immenso intreccio di figure e di forme, come una gloriosa sinfonia di pensieri e di sogni che sono esseri, di creature che a loro volta sono sogni e ideali del cosmo. » In tale ottica allora non esiste più la separazione tra materiale e spirituale, tra visibile e invisibile e la luce del sole diviene «…ordito / d’anime che si librano in amori / immateriali nell’oceano d’angeli / del tuo torace cosmico ; e il mio breve / polso è la tua battuta, e il mio pensarti / è la tua riva, e in te nutro il respiro / assiduamente del mio verbo d’uomo. » Nel continuo scambio tra realtà, apparentemente distinte, il sole evoca la luce divina che ha creato il mondo visibile, ma anche gli angeli e l’anima immortale dell’uomo al cui respiro egli accorda la propria parola.
Un’«unica voce inaudita», un unico Spirito trascorre in tutto l’universo: «…addorme o stratta / gli oceani, e scrolla i continenti. Eppure, / schiude i fiori in dolcezza …/ e crea figure / del suo divino afflato / in me ch’ella ha creato.». Nella corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo la «voce dei mondi» può divenire «…un bambino, / che guida una candida greggia / a pascer gli steli / di sole, nei cieli …» Accanto all’archetipo della donna celeste, appare anche quello del divino fanciullo, il « puer aeternus» che personifica «forze vitali al di là dei limiti della coscienza …e una totalità che abbraccia le profondità della natura » (5), come afferma Jung , ma che in Onofri rinvia anche «al pastore celeste», al Cristo il quale ha detto di farsi piccoli come bambini per ottenere il regno dei cieli.
Il poeta è « [u]n innamorato di parentele, uno scopritore di relazioni, per quanto apparentemente lontane,…un articolatore nel suono del cuore umano, un illuminato-illuminatore per mezzo della parola d’uomo, la quale è l’immagine più alta del Verbo divino, un ministro della Parola: è questo il poeta dell’avvenire.» Per comunicare «l’unione infinita fra la terra e il cielo» il poeta non può utilizzare una lingua lineare e ordinaria, ma metterà in gioco ogni risorsa linguistica che generi un coinvolgimento non solo della coscienza ma anche dell’inconscio. Nel ciclo della Terrestrità del sole, Onofri sperimentò le più svariate strutture formali come la creazione di una serie di parole uniche composte dall’accostamento di sostantivi (turchinìo-vertigine, uomo-universo, fremito-carne) o di verbi e sostantivi (occupa-cieli, volersi-potenza, volersi-individuo) o di avverbio e sostantivo (sempre-inizio) o di interi sintagmi (balenano-mio-corpo, non-volerci-uomini-in-Dio) che stabiliscono legami non esistenti nella lingua per rappresentare le misteriose corrispondenze fra tutti gli esseri dell’universo: dagli uomini alle stelle, agli animali fino al semplice sasso«abbandonato a sé stesso sul sentiero».
Privilegiò anche il frequente ricorso a metafore («zampilli d’astri», «prati di tenerezza», «ditirambico organo dei pini», «oceani di canti») e a verbi inusuali («smiracola», «risfolgora», «alia», «trasvola» «trasento», «sinfònia», «si librano», «raggia») modalità spesso afferenti ad aree semantiche che evocano un progressivo trascendimento dal materiale allo spirituale, dagli esseri ai pensieri creatori nella incessante circolarità dell’unico Spirito vivente. Il mistero della creazione pervade l’espressione poetica la quale diventa l’ininterrotto inno di ringraziamento al Verbo creatore che agisce in ogni particella della natura e in ogni istante.
Se non si comprende questo suo specifico carattere, la poesia onofriana può generare un senso di saturazione, ma non le si può comunque negare il fascino di immagini metafisicamente significative dove il poeta Giorgio Vigolo ravvisava una somiglianza con quelle contenute negli epigrammi del poeta mistico Angelus Silesius. Né si possono non apprezzare i musicali incipit di numerosi componimenti del ciclo lirico tra i quali: «Accordi d’acque rapide e verdure», «Mestizia d’un arcangelo è il tuo volto», «Strie di cielo, acque lievi, aria sonora», «Trasaliscono i monti al soffio lieve», «L’alterna melodia delle tue braccia».Tuttavia per comprendere il ciclo della Terrestrità del sole è necessario tenere presente che le parole poetiche servono solo a far sprigionare dallo stoppino la fiamma la quale, una volta accesa, illumina quanto si estende al di là di ogni forma sensibile, secondo la metafora indù ricordata da Elémire Zolla (6) .
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(1) Il ciclo è composto dai seguenti volumi: Terrestrità del sole, Vallecchi, Firenze, 1927; Vincere il drago! Ribet, Torino 1928, postumi : Simili a melodie rapprese in mondo, Al Tempio della Fortuna, Roma, 1929; Zolla ritorna cosmo, a c. di Mario Gromo, Ribet, Torino, 1930; Suoni del Gral, Al Tempio della Fortuna, , Roma 1932; Aprirsi fiore, a c. di D.Buratti, Gambino, Torino, 1935.
(2) Questa citazione e le successive sono desunte dalla ristampa anastatica del volume A.Onofri, Nuovo Rinascimento come arte dell’io, La Finestra editrice, Trento, 2000.
(3) Raimon Panikkar, Tra Dio e il cosmo, Laterza, Bari, 2000 , pp. 172-3.
Elémire Zolla, Archetipi, Marsilio, Venezia, 2005, p. 134.
(5) C.G.Jung, IL fanciullo e la Core. Due archetipi, Bollati Boringhieri, , Torino, 1981, p. 48.
(6) Cfr. Elémire Zolla, op. cit., p. 135.
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POESIE DI ARTURO ONOFRI
Da Terrestrità del sole (1927)
10
Chi è questa improvvisa dea che appare?
Occhi diafani stellano di luna
sotto il manto ondeggiante delle chiome.
Da quella bocca, che sui denti abbonda
nelle labbra imbronciate come un fiore,
la voce non la intende altri che il mare.
Perché venne fra noi come una donna?
Quel suo piccolo capo trasparisce
di mattinate, d’angioli e di giuochi,
e nel girarsi addita in sua dolcezza
che le pietre traboccano di foglie,
le flore mettono ali, e mandre brute
s’appassionano d’ansie e di pensieri.
E noi, pregando che assuma figura
di beltà, la parola in noi rinchiusa,
ne intravediamo, come un sogno, il volto
nel modello che in lei donna respira.
30
L’identità del cuore, che asseconda
i cicli e le stagioni dei pianeti
e il respiro dell’acque e il crescerne erba
e i colmi avvenimenti d’ogni vita,
persuade in un ritmo di consensi
anche l’avvicendarsi in creature
che rientrano e escono dal mondo
nel gran flusso e riflusso della morte.
Gloria del sole, la tua luce è ordito
d’anime che si librano in amori
immateriali nell’oceano d’angeli
del tuo torace cosmico; e il mio breve
polso è la tua battuta, e il mio pensarti
è la tua riva, e in te nutro il respiro
assiduamente del mio verbo d’uomo
Da Vincere il drago! (1928)
30
Una voce inaudita addorme o stratta
gli oceani, e scrolla i continenti. Eppure,
schiude i fiori in dolcezza, e cauta allatta
i cuccioli ora nati, e crea figure
del suo divino afflato
in me ch’ella ha creato.
La sua pienezza d’essere si libra
sulla vita di tutti, in un amplesso
che insinua sé nella più tenue fibra
d’ogni suo nato, e non per farlo ossesso
d’una potenza aliena
ma per prestargli lena:
lena che imprime, risonando, l’orma
della musica sua nella nascente
cosmicità d’ogni terrestre forma,
che sarà vita, un giorno, in sé vivente,
pari, per proprio amore,
al proprio creatore.
23
Da curve di nuvoli aleggia,
in grembo al meriggio turchino,
la voce dei mondi: è un bambino,
che guida una candida greggia
a pascer gli steli
di sole, nei cieli.
E il piccolo bimbo è il pastore
celeste, che parla e risponde
all’umili pecore monde
lungh’esse le prata sonore,
dov’erbe e mentastri
fioriscono in astri.
Con flauto d’angelico argento
dà voce alla melodia grande
che sboccia fra i mondi, e s’espande
fin dentro la terra, col vento
che in nubi sorregge
candori di gregge.
Da Simili a melodie rapprese in mondo (1929)
Simili a melodie rapprese in mondo,
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiracola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo;
azzurreggiar di tenebra, che intima
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.
Da Zolla ritorna cosmo (1930)
47
Le penombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della femminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.
Da Suoni del Gral (1932)
75
Mestizia d’un arcangelo è il tuo volto
generato dal casco dei capelli
che nei tuoi sguardi amplifica l’ascolto
del mare in salmodie d’astri gemelli.
La chiusa ansia del seno, ove è raccolto
il tuo voler ricevere i novelli
spiriti del mio sangue, insù rivolto,
freme d’ardore nei tuoi fianchi snelli.
Ma il molleggiante ritmo dei tuoi lievi
piedi, ove siamo entrambi un cielo solo,
alia da terra angelici sollievi.
O creatura emersa dal mio petto,
tu sveli in me l’altro inattinto polo
del voler mio, che in te si fa perfetto.
Da Aprirsi fiore (1935)
Il gruppo dei tuoi boccoli, che il vento
sviluppa di sollievi musicali
sulla fronte infantile, suona argento
di voci, nei miei sogni prenatali.
Con l’onda che al mio petto ansa in accento
di fanciullezza eterna, ecco trasali
fra l’impeto dei giuochi in movimento,
e mi sfiori con gli occhi pieni d’ali.
Si stende il prato color giorno, e sembra
vivo tappeto d’oro sulla terra
oscura, che vi occulta le sue membra.
Tu sorgi come un fiato dalla zolla
profonda che il tuo calice disserra:
farfalla in fiore, o volo di corolla.
ARTURO ONOFRI
Nacque a Roma il 15 settembre 1885 da padre romano, Vincenzo, e da madre di origine polacca, Beatrice Shreider. Nel 1907 esordì come poeta con il volume Liriche, cui seguirono le raccolte Poemi tragici (1908) e Canti delle oasi (1909).Tra il 1910 e il 1917 collaborò con poesie, articoli critici e prose liriche alle maggiori riviste letterarie del tempo come «La Nuova Antologia», «La Diana», «La Voce» dove furono editi anche i suoi saggi critici sul Pascoli. Nel gennaio 1912 fondò con Umberto Fracchia la rivista «Lirica» il cui programma rivendicava la completa libertà dell’artista nella scelta dei mezzi espressivi. Nello stesso anno pubblicò il racconto Disamore, mentre nel 1914 riunì poesie vecchie e nuove nel volume Liriche, considerando conclusa una fase significativa della sua poesia.
Dall’adesione alla poetica del frammentismo e dalla lezione simbolista di Mallarmé trasse ispirazione per la serie di prose liriche raccolte in Orchestrine (1917). Intorno al 1917 scoprì l’opera del filosofo Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia, che influenzerà la sua successiva produzione artistica. Con Arioso del 1921 celebrò la serenità famigliare raggiunta dopo il matrimonio con Bice Sinibaldi e la nascita dei figli Fabrizio e Giorgio. Nel 1924 pubblicò la raccolta di prose liriche scandite in versetti, Le trombe d’argento e il volume Riccardo Wagner, Tristano e Isotta. Guida attraverso il poema e la musica.
Nel volume teorico Nuovo Rinascimento come arte dell’io (1925) elaborò una concezione dell’arte e della poesia, in parte derivata dall’antroposofia, come immagine delle Spirito che unisce tutti gli esseri del cosmo. Per attuare la nuova poesia iniziò a comporre il ciclo lirico della Terrestrità del sole, i cui primi due volumi Terrestrità del sole e Vincere il drago! furono pubblicati rispettivamente nel 1927 e nel 1928, mentre uscirono postumi i volumi Simili a melodie rapprese in mondo (1929), Zolla ritorna cosmo (1930), Suoni del Gral (1932) e Aprirsi fiore (1935). Morì a Roma il 25 dicembre 1928.

Profondamente interessante e, di più, coinvolgente, questa guida all’opera di Onofri, che è un invito alla Lettura, frutto di una autentica riscoperta della studiosa. Induce a guardare al valore e al potere della Poesia, quasi ‘parola-che-dall’anima-esce’, per comunicare tra gli uomini l’incanto della Vita e dell’Amore che ci ha creato. In un momento storico come questo, che vede una scarsa presenza della poesia, un po’ abbandonata come forma d’espressione, ripensare al valore e alle possibilità che questo strumento ha per chi se ne fa portavoce e per chi l’ascolta, è la preziosa spinta alla ricerca poetica, ma, soprattutto, alla lettura degli artisti che quel soffio d’ispirazione sanno cogliere dentro di sé, per sé e per gli altri. Sicuramente è un invito a Leggere, anche per imparare a guardare la bellezza della complessità.
Credo sia essenziale per i tempi moderni riscoprire in modo genuinamente spregiudicato poeti della levatura come Onofri. Lui rappresenta non solo lo slancio artistico tipicamente italiano, ma anche e soprattutto un punto di riferimento concreto per tutti coloro (non pochi) che vivono la vita nella perenne ed estenuante ricerca di quel quid, nebulosamente presagito, che sta alla base della propria esistenza. Coloro i quali ricercano in sè e fuor di sè quella sorgente primigenia tanto descritta nei testi di ogni vera Sapienza, spesso si sentono isolati nei loro stessi desideri e pensieri e, temendo derisioni da chi si ritiene “realista”, si rinchiudono nell’intimità di poche letture il più delle volte ostiche e incomprensibili.
Onofri ci ha lasciato 5 raccolte di liriche che rappresentano un crescendo evolutivo-esperenziale frutto d’un modo di vita fuori dagli schemi sia dei suoi tempi che dei nostri.
Le poesie citate ad esempio da Magda Vigilante possono, da sole, già bastare al lettore per avvertire nell’intimo una potenza evocativa di notevole portata che inducono nell’anima esperienze qualitativamente universali e liberano dolcemente il respiro dalle anguste angosce vissute in solitudine.
Gli spazi e le aperture onofriane verso cieli ancora sconosciuti fanno di lui un vero pioniere dello Spirito.
Magda Vigilante ci regala la sua paziente osservazione sull’arte onofriana che, per certi aspetti, richiede approfondimenti particolareggiati. Un sentito ringraziamento.
Alfredo
Davvero affascinanti le pagine di Magda, pervase da un ampio respiro interdisciplinare, antropologico, storico-religioso, e dunque immuni dalle strettoie e dalle secche dello specialismo e del tecnicismo.
Pagine che mostrano bene come, in Onofri, il Logos giovanneo (reinterpretato attraverso Steiner, che accostava il “Mistero” rituale del cristianesimo a quelli orfici e dionisiaci, per la comune ansia di immortalità che li ispirava) si fonda con la Parola di D’Annunzio e con il “Verbe” di Mallarmé – lambendo e costeggiando, del pari, la “Parola” assoluta e pura degli ermetici, che si dilata fino ad un abbraccio cosmico, ad uno sguardo universale, toccando “nadir e zenit della sua significazione”.
Come in Mallarmé e negli ermetici, le immagini, le percezioni, le esperienze tendono a dissolversi, quasi ad evaporare in puro suono senza però, con questo, svanire e disperdersi, senza perdersi nel nulla e nel vuoto, anzi proprio in quel vuoto ed in quel nulla apparenti trovando (come in tutta la tradizione mistica, d’Oriente come d’Occidente) la trasparente, cristallina rivelazione della loro essenza assoluta e perenne (“Gloire du long désir, Idées…”).
La religiosità, la spiritualità si fanno, così, poesia senza snaturarsi, senza divenire pretestuose e strumentali – e viceversa. La mistica si traduce – con studiata e conscia naturalezza – in meditazione sul linguaggio poetico, in coscienza teorica, riflessa (esplicita o meno poco importa), del fare letterario.
Un poeta ciclico, lirico ed epico insieme, Onofri, che non cessa di parlare, e chiede di essere riletto e ripensato, anche e proprio in questa nostra irredimibile epoca di minimalismo e “oblio dell’Essere”.
Matteo Veronesi
Ringrazio Edel, Alfredo e Matteo perché tutti e tre sono riusciti a comprendere il profondo messaggio della poesia di Onofri che scopre la scintilla divina viva e palpitante nel cuore dell’uomo.
Magda
Che bello!
Grazie Magda e grazie dei loro pensieri Edel, Alfredo e Matteo : me ne sono nutrito.
Marco Albertazzi
Bell’intervento. Finalmente qualche critico che non si incaglia nella letteratura secondaria, cosa rara. Qualche tempo fa c’era un altro ottimo scorcio dedicato a Onofri nella “Sala Garibaldi” di http://www.phemios.net, ma putrtoppo sembra che non sia più consultabile. Peccato, perché anche lì si faceva un lavoro sciolto dalle solite pedanterie bibliografiche da dipartimentuccio accademico.