Il profeta cieco (scuola di poesia 3:2)

di Massimo Sannelli

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Gramsci studia la profezia in due «tempi bui»: nell’aprile 1918 (*Sotto la Mole*, Einaudi, Torino 1975, pp. 392-393) e nel terzo anno di carcere, con il Quaderno 4 e con la lettera a Tatiana del 21 settembre 1931. I dati sono sempre gli stessi: il cieco Tiresia e i personaggi danteschi, la storia recente, la poesia popolare e il valore della poesia. Nel 1918 il problema è già chiaro: due bambini diventati ciechi, dopo aver predetto la fine della guerra, sembrano Tiresia, cieco e credibile, e Cassandra, vedente ma non creduta. E Dante incontra due dannati nel canto X dell’*Inferno*. Uno, Cavalcante, chiede: *e mio figlio, Guido, il tuo amico, perché non ti accompagna?* Dante risponde con un verbo al passato: *egli ebbe*. Cavalcante fa il ragionamento più semplice: azione conclusa, figlio morto. Crede di capire e crolla: il figlio è morto, il padre tace e non si alza, come se fosse morto un’altra volta.
Come profeta, Cavalcante «non conosce il presente: vede il futuro e nel futuro il figlio è morto; nel presente? Dubbio torturante». Il dramma è «difficile» e «ha bisogno di riflessione e di ragionamento». Farinata spiegherà: siamo dannati e la nostra profezia è imperfetta. Ma il problema, per Gramsci e per Dante, è un altro: se io non capisco il dolore di chi vede il futuro e il passato, ma non il presente, *non posso* capire il dramma del canto X. Se lo capisco, mi convinco che il commento accompagna la lirica; che non c’è differenza tra teoria e canto; e che il poema è sempre *uno* solo. Non a caso è un *poema*. É facile, sì – ma non ci penso mai. Capisco anche che la profezia *deve* essere imperfetta: perché non posso vedere *tutto* e perché il poco/molto che vedo vuole una «compensazione ineluttabile» [parole di Gramsci, che ha già capìto il rapporto tra emergenza, eccezione, conoscenza, prezzo]. Chi vede *oltre* paga e si marchia per sempre: nel caso di Tiresia e dei bambini del 1918, la cecità; nel caso di Cavalcante, un nuovo dolore, nella dannazione; nel caso del cacciatore Ogotemmêli, la cecità e la perdita di molti figli. [Il grande cacciatore, ricco di figli, non andrà più a caccia e non si glorierà più dei figli: *per questo*, secondo la «compensazione ineluttabile», sarà un grande maestro, per i Dogon e per Marcel Griaule, che ne ha scritto].

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Il politico associa la lirica (l’entusiasmo, la vita, la lotta) alla conoscenza (altrimenti si cade in un eccesso dionisiaco e mortale: è la critica di Furio Jesi agli sprechi dello Spartachismo tedesco). Il politico commenta continuamente se stesso, con armi intellettuali, e si espone. Dunque l’intellettuale – perché Tiresia è un intellettuale mitico – è in grado di intuire il futuro, con una certa approssimazione: ma a che prezzo? Nel mito e nella leggenda popolare, la cecità. Nella realtà, il prezzo è il rischio: un carcere, una tortura, una privazione della vita o della vista.

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Il politico ideale assomiglia al buon interprete di testi: la suggestione è accompagnata dalla ragione, l’entusiasmo spartachista/rivoluzionario non si divide dallo studio. Si tratta di arginare la chiacchiera isolata e l’esaltazione distruttiva, in nome di un edificio intellettuale più saldo e più utile a tutti. Se la riflessione di Gramsci su questi temi arriva durante l’emergenza – guerra, prima, fascismo e carcere dopo, con crollo fisico – è perché nessuna ricostruzione *pubblica* vive senza ragionamento (glossa e struttura) e con l’ambizione perversa di separare la struttura dalla poesia. «Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto» (Quaderno 4, § 78). In tempi di resistenza, il politico deve trasformare se stesso in una struttura – che in tempi bui «è anche poesia».

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Quando leggi queste cose, tu ti rappresenti il rapporto tra pensiero, testo, azione, esposizione al rischio e punizione (con la cecità, con il carcere). Gramsci parlava per esperienza: immerso, a suo modo, nel suo girone infernale e amputato dal presente politico. E anche Gramsci poteva riconoscersi nel contrappasso del profeta e dei dannati: «la mia memoria non è molto buona (nel senso che dimentico le cose recenti, mentre ricordo spesso minutamente le cose di dieci, quindici anni fa)» (lettera a Julka, 5 gennaio 1937). L’esperienza, di cui si parla [*da cui* si parla, perché l’esperienza del cieco è *permanente*], è «ineluttabile», come la «compensazione» che ti sarà richiesta.

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La resistenza del profeta è possibile solo in due modi: SE qualcuno lo riconosce come profeta (un epistolario serve anche a farsi accogliere *e ricordare*); e SE la «struttura» è ben incarnata nella «poesia». Allora *la precisione renderà credibile il profeta cieco*, il cui canto sarà anche dolce. [Lettore, quando si parla di poesia, queste cose non sono marginali: dove c’è parola c’è conoscenza, e dove c’è conoscenza c’è anche rischio, a seconda delle cose e dell’ora. Se agisci nei tempi bui – come Gramsci e Brecht, e noi – questa conoscenza potrebbe essere luce per gli altri, i tuoi lettori, e danno per te, il loro amico. Ma in questo caso – vorresti essere solo «poesia», senza nervi, e tacere come «struttura»? e penseresti più ai tuoi occhi o alle loro vite?]

10 pensieri su “Il profeta cieco (scuola di poesia 3:2)”

  1. Carla

    ogni punto meriterebbe un post a sè!

    per ora la cosa che mi balza alla mente e che mi viene da scrivere è che:
    l’umanità va incontro alla cecità senza accorgersene…

    Ciao Massimo

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  2. Giocatore d'Azzardo

    Massimo, io queste tue ‘puntate’ – come ti dicevo – le sto collezionando; che altro dovrei fare? Complimenti!

    Blackjack.

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  3. massimo

    grazie… scrivo dal webpoint dei pakistani, ad Albenga. e avevo letto questa pagina in francese in Lussemburgo. tutto si tiene, il mondo è uno (non le lingue). vi abbraccio forte! (e abbraccio Fabrizio)
    massimo

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  4. massimo

    e ieri – ieri ho iniziato a riscrivere le prime poesie, di dieci e otto e sei anni fa. perché lì non c’è la buona e santa cecità di questi grandi (anche Gramsci, con la sua memoria corta e lunga nello stesso tempo, si riconosceva in Tiresia e negli altri). c’è un semplice tapparsi la bocca e gli occhi con le mani, un gridare “non voglio vedere!”, e fare il còmpito bene, così l’amico sraà contento, il critico sarà contento, ed è meglio non parlare di Dio se l’allievo di Sanguineti mi dice “le chiese devono diventare tutte piscine!”.

    Griaule *credeva* al suo maestro Dogon. nell’ultimo numero di http://www.Kritya.in : Rati Saxena dice: la poesia cerca di andare oltre la morte – noi ci crediamo? ci crediamo ancora? come sempre, e più che mai, questa scuola non può insegnare a scrivere poesie; ma cerca le persone. cerca le condizioni dell’uomo – esterne (che per Stalin e Sanguineti “esistono realmente”) e INTERNE (e interno non significa *simbolico*).

    *

    prima sembrava tutto vecchio – eppure tutto è non nuovo, ma *presente*: si ripresenta di nuovo. intanto il cuore (anche il cuore) fa le sue scelte. non solo o non tanto sentimentali. si tratta di capire: dove vuoi camminare? e perché? e per andare *dove*? e con quali occhi? tuoi o di altri? e le piccole cose? e la sorella virtuale che te le rappresentava? non c’è, l’hai lasciata andare. nessuno è escluso (dalla poesia) (dalla prosa). ma l’uomo interiore ha fatto una scelta – da cui non si stacca (e le opposizioni non mancheranno). (e l’India cresce, nel mondo e anche nel cuore, che non è più un “paese straziato”).

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  5. Antonio Porta

    era il 30 del mese scorso che vi ho scritto che in pochi
    sottovoce dicevano la parola: genocidio e oggi che è il 30
    del mese successivo per la prima volta un giornale che dicono
    di opinione laica a diffusione nazionale ha scritto in grande
    la parola tabù: genocidio per informarci di quello che succede
    da un mese a Tall EI Zaatar dove da una settimana non c’è più
    acqua: perché mi chiedi sono passati trenta giorni prima
    cile si decidessero a pronunciare la parola che rispecchia bene
    le intenzioni: perché ormai il genocidio è compiuto o almeno
    si spera e grazie a Dio c’è il terremoto in Cina di cui occuparsi
    con sollievo filocinese e rimuovere anche le immagini
    dei feriti lasciati lì a morire delle tubature tagliate
    delle donne incinte inseguite per essere sicuri
    che non partoriranno mai più…
    se guardo dentro il fogliame dell’ontano gigante
    i gomiti appoggiati al davanzale gli spazi tra le foglie
    si riempiono di lenzuola strappate da fantasmi

    30.7.1976

    da Il Re del magazzino, ristampa Lampi di Stampa, giugno 2008

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  6. alessandroseri

    Massimo, io credo che questo sia stato il tuo più illuminante, perchè illuminato, poest tra quelli della scuola di poesia. L’ho mangiato, e ora sto ruminando. Mi permetto una risposta personale che diventerà qui pubblica all’ultima tua domanda. Penserei di più alle loro vite. I miei occhi non valgono nulla rispetto anche soltanto ad una delle loro vite. Mi sento di abbracciarti.
    Alessandro

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  7. massimo

    forse siamo già nella “fornace dei tempi” e ci viene chiesto qualcosa. forse la fornace deve arrivare. non lo so. già dire le parole giuste è qualcosa: dire la parola “genocidio” quando è il caso. bisogna essere pronti, a consegnare la lettera, forse – e non di metafora in metafora – ma realmente… e l’abbraccio è qui, è ricambiato, sempre
    massimo

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  8. Carla

    La poesia va oltre la morte, eccome, Non ha limiti la voce di chi crede.
    Chi crede in qualcosa ha la spinta per proseguire ma chi non crede è già morto.
    è come quando si vuole edificare ma il terreno è troppo fragile per accogliere i pilastri.
    la base è l’idea.

    ciao Massimo!
    C.

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  9. massimo

    quando Luzi scrisse “fornace dei tempi” era già *guerra fredda*. scrisse così nella poesia dei vecchi, a cui “tutto è troppo”. la notte lava la mente, a volte. altre volte si tratta della *nuttata*, non mistica, che deve passare. essere pronti – a che cosa? non si sa. c’è un racconto giovanile di Hesse, *Karl Eugen Eiselein*: Karl Eugen è sano ma scrive come se fosse malato, vuole cambiare la storia perché è poeta ma il poema che *non* riesce a scrivere si intitola *La valle delle anime pallide*, pubblica ma pubblica *solo* sulla rivista a cui è abbonato, e che lo pubblica in quanto abbonato – e sua madre non gli ride in faccia per pietà, ma ride sulla scala… saranno 15 anni che penso a quel racconto, ogni tanto: per quello parlavo di corpi dissimili ai testi, di testi che sono deboli rispetto alle cose. e Hesse non è parodico… e la fornace è più presente e viva della “morta stagione” e delle “anime pallide”…

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  10. massimo

    Gramsci, dal carcere, parlava per simboli e allusioni – come ogni persona *non libera* (di parlare, e non solo). lanciava un segnale a Togliatti – non sono io a dirlo, sono cose abbastanza note. ma nel 1918? le emergenze non sono solo private, e quelle di un leader politico sono pubbliche E private, nello stesso tempo e alla stessa velocità (negli Anni Settanta Berlinguer viveva sotto scorta; e non usciva di casa per non impegnare troppo il servizio d’ordine: in questo caso, pubblico e privato sono *la stessa* cosa).

    nel 1918 l’emergenza era totale. e Gramsci *non contesta* la cronaca dei bambini profeti ciechi. non la sistema nel campo delle *leggende metropolitane*. si comporta da razionalista, e fa i dovuti confronti. insomma – non si stupisce. perché? perché il fatto è pubblico: da studioso, e da politico, non lo mette in dubbio. lo mette nel circolo delle cose che “esistono realmente”.

    e poi – nessuno è così. nessuno è così preciso – nemmeno Sanguineti. nemmeno Voltaire. e fabula narratur de te et me: Gramsci era *non libero*, il suo cervello era stato condannato a non funzionare per vent’anni, la sua memoria era imprecisa – e lo dice -, il suo spirito profetico era monco e rigoroso: *nello stesso tempo*. questa condizione – il privato investito dal pubblico, la danza delle metafore delle allusioni dei senhals – è poetica. un pianto interno, sì – per cause ben note; non banali; e in uomini non facili al pianto (lo stesso Dante; e Gramsci).

    *

    qualcosa porta luce. altro porta strazio. luce e strazio *nello stesso tempo*; nella stessa ora. e poesie, tante poesie, non recenti, che subiscono lama e lima e tagli e amore; e tutto il passato viene ricomposto. allora non ci sono più gli amori futili, ma nemmeno le due sorelle, prima e dopo; non era vero “l’addio che non riesci”; si riesce, e si può tutto. e poi? il mondo è più vasto di queste cose. e chi dice “io sono nato *qui*” non sa dove siano nati gli altri (la clandestinità *non* è reato). nessun vivente, umano e no, dovrebbe dire, nemmeno una volta che *la vita è degli altri*.

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