Teresa Zuccaro, “Fabbriche”

Quattro poesie inedite di Teresa Zuccaro

La fabbrica di solitudine

Questa fiorente azienda
ha pochi dipendenti
un decina di operai
ben selezionati, abili
manipolatori di cuori,
fra i più instancabili.
Ci hanno cotti a puntino
rosolati per bene, e poi
al massimo grado di fusione,
ci hanno fatti a fette
perfettamente separati
avvolti in una stagnola
chilometrica
di abbaglianti anni luce.
Così ora siamo fragranti
trasudiamo dolcezza
nella stessa scatola
igienicamente confezionati
in singola dose.
Complimenti, signor capitano
diventerà commendatore
per il raddoppio della produzione
nell’anno del signore
duemilaesette.

*

La fabbrica di sogni

In questo consiste il mio lavoro:
nella raccolta prima
poi nella selezione
nell’assemblaggio infine
di memorie e visioni
secondo una precisa procedura
da applicare ad occhi chiusi, con rigore.
Di giorno devo raccogliere tutto
senza sosta
sotto il sole o la pioggia
ovunque mi trovi.
Col turno di notte
procedo alla scelta delle parti migliori
distinte per mezzo di fiuto
o sesto senso
– se vuoi un esempio
sappi che giorni fa ho scelto
l’airone culturista
che più di un turista distratto
aveva trascurato. –
Poi, con quello che rimane,
passo alla terza fase,
non faccio un sogno d’oro solitario
– come il tuo di me mutata in gatta bianca
dopo che avevi visto i mici del giardino –
ma essendo abbastanza poco sveglia
per dote innata, balorda e alquanto rara,
riempio le notti di collane,
le incorono di aureole e diademi.

*

La fabbrica di fantasmi

Della trasformazione subìta
non saprei riferire
perché sono entrata lì da incosciente
e ne sono uscita priva di passato,
con un futuro in cui
non avevo mai creduto
appioppatomi arbitrariamente.
All’appello mancavano:
il gatto
le chiavi della macchina
dieci anni di vita con annessi e connessi.
Potete dunque immaginare
che il prodotto finale
non è un fantasma aggressivo
con tanto di lenzuolo e di catene
ma piuttosto uno spettro
giallastro
dall’aspetto stropicciato e decadente
affiorante dal nulla
come la visione
di una che si chiama Ofelia
catturata il giorno
che ci siamo apparsi l’un l’altro
come la traccia nascosta di un disco
che di sorpresa ti assale
dolcemente
come una storia gotica per costrizione
talmente paurosa che trasale
solo alla vista di un bimbo con la mamma,
di un vecchio o di un cane.

*

La fabbrica di spavento

Un lampo all’improvviso mi colpisce
svanisce il mondo circostante
ricompare in bianco e nero, intermittente
ogni cosa prima dritta, deformata
mi scoppia uno schianto nelle orecchie
un vento portentoso mi travolge.

La terra trema impercettibilmente
topi e serpenti cercano riparo
una massa d’acqua torreggiante
tanto imponente da coprire il sole
si staglia nera dietro la mia schiena
la sua cresta minaccia la mia testa.

E tutto questo avviene in un istante
tu non dai segno di notare niente
soddisfatto del mio sguardo interessato
mentre parli di cose consuete.
Ma io cerco solamente di scoprire
l’evento spaventoso che ti scuote

e se passo la mano nei capelli
non è per un vezzo vanitoso
ma per scrollare l’acqua, il vento, l’uragano.

*

Teresa Zuccaro è nata in Sicilia nel 1968 e vive e lavora a Firenze. Ha pubblicato alcune poesie nell’antologia Nodo sottile 3, Crocetti, Milano 2002, e la raccolta Al mondo, inizialmente nel volume collettivo La coda della galassia, Fara, Sant’Arcangelo di Romagna, 2005, poi in versione autonoma e ampliata per Sinopia, Venezia, 2006 (premio di poesia Diego Valeri, IX edizione).

7 pensieri su “Teresa Zuccaro, “Fabbriche”

  1. RRC

    adde alla biografia: recentemente è stata pizzicata al concerto di Diamanda Galás! 😉

    Ciao Tess, se sei in ascolto, trovo i tuoi nuovi versi carichi di tensione ed urgenza comunicativa.
    Stai scrivendo un ciclo?
    R

    Rispondi
  2. giorgiomorale

    Interessante indizio, Roberto, non sapevo di questa passione musicale, fra l’altro riposta in un’ottima artista.

    Devo dire che avevo notato come in questi testi la musica abbia una precisa linea di sviluppo, mi pare che assonanze, consonanze e allitterazioni costituiscano una sorta di controcanto ironico rispetto al discorso svolto dai testi sul piano del significato.

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  3. teresa zuccaro

    sì, sto scrivendo un ciclo ma vado a rilento. Per Diamanda galas non ho proprio una passione ma nutro della curiosità. Amo ascoltare musica e mi sarebbe piaciuto cantare ma purtroppo sono stonata.
    ciao a tutti, Teresa.

    Rispondi
  4. Fabio Franzin

    Plaudo a questo breve ciclo su un tema a me molto “purtroppo” caro, e ringrazio Teresa per riportarlo fuori da quel contesto asfittico e desolante che è la fabbrica, umanamente desolante.
    Grazie, grazie davvero.
    Fabio Franzin

    Rispondi
  5. giorgiomorale

    In effetti queste “fabbriche”, per fortuna, non sono asfittiche e desolanti, mi pare che questa “fabbrica” sia il mondo, la vita che produce se stessa, il suo sapere, i suoi sogni, i suoi moti dell’animo.

    Né della fabbrica vera hanno lo spirito calcolante. Anzi, l’ironia di alcune espressioni ossimoriche (“secondo una precisa procedura/da applicare a occhi chiusi, con rigore”) mi pare dire quanto sia vana la pretesa di una conoscenza apparentemente scientifica, basata com’è su “raccolta”, “selezione”, “assemblaggio”, in realtà affidata a “fiuto/o sesto senso”, e che inavvertitamente sfocia nel sogno.

    In fondo al quale ritroviamo la stessa poesia, e queste poesie, a costituire quelle “collane” con cui il Poeta riempie le notti.

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  6. alessandroseri

    Un carissimo saluto a Teresa che riconosco sempre nel suo incedere apparente calmo e stralunato. Complimenti per questo nuovo ciclo, per questo ampliarsi.
    un abbraccio a te e alla città che ti ospita e mi manca da un anno.

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  7. giorgiomorale

    Grazie a chi ha letto e a chi ha commentato, e un grazie soprattutto a Teresa per la sua poesia. E per queste fabbriche un augurio di cuore di buon lavoro.

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