“Era mio padre”

Con questo libro Franz Krauspenhaar ci parla di suo padre, è vero. E di tutta la famiglia. Ma questa è soprattutto la sua storia, l’autobiografia dell’autore.
Dopo l’intermezzo noir di Cattivo sangue, Franz torna alla tematica di Le cose come stanno, e sceglie la strada della biografia per tornare alla domanda centrale della sua poetica: perché siamo imprigionati in situazioni più grandi di noi, che non possiamo capire fino in fondo e alle quali non riusciamo a sfuggire?
La vita secondo Franz (e non solo lui) è un gioco dell’oca nel quale si avanza di casella in casella affidandosi ai dadi e preparandosi a fronteggiare un imprevisto in ogni sosta. Tanto che, alla fine, uno tira quattro conti e conclude che, con tutto il daffare che si è dato, non è riuscito a concludere niente di suo: tutto ciò che può dire di aver costruito (o distrutto) è stato in realtà il prodotto di qualcosa che andava al di là del suo controllo. Sorte, fato, destino, fortuna, scalogna, buona o maligna stella: chiamala come ti pare, il risultato è sempre quello.
Franz indaga il senso, il significato della vita. Va a cercarlo nel Sudetenland, la terra di frontiera dove è nato suo padre, dove slavi e tedeschi si fronteggiano da millenni senza mischiarsi, alternandosi a posare il piede sul collo dell’altro, rovinando la vita a una generazione dopo l’altra con vittorie e sconfitte che non mettono mai fine a una guerra secolare, condotta con spirito da faida, senza mai intravedere un futuro di collaborazione. Carl Krauspenhaar è stato buttato nella fornace del fronte orientale quando la guerra era persa e strapersa. Una zia o una nonna gli scrisse a mo’ di commiato: fa’ il tuo dovere. E lui ha visto la morte in faccia. Forse l’avrà anche data (di queste cose i padri non parlano mai ai figli: non l’ha fatto neanche il mio). È quasi morto di fame: ha perso metà del suo peso, proprio come gli internati badogliani e i forzati della Todt. Ha fatto il suo dovere, come no? E a che prezzo! Ha visto andare in polvere tutte le cose con cui gli avevano riempito gli occhi e le orecchie per i diciannove anni della sua vita di allora. Ha saputo di Amburgo e Colonia e tante altre città distrutte al 95%. Ha saputo di Dresda rasa al suolo. Ha visto la Germania tagliata in due e divisa da una frontiera con reticolati, campi minati e soldati tedeschi che sparavano sui tedeschi in fuga. E ha saputo anche di Auschwitz, di Buchenwald, di Dachau.
C’è un limite negli esseri umani. Da qualche parte, nel corpo o nell’anima, ci deve essere una specie di cassonetto nel quale stivare tutte le delusioni, i disinganni, le vergogne e le sconfitte. Ma la capienza del cassonetto non può essere illimitata, e chi è costretto a riempirlo fino all’orlo semplicemente non ce la fa più. Carl Krauspenhaar, che non si è arreso ai russi, ha dovuto arrendersi a una vita che l’ha saturato di problemi, guai, responsabilità. Una vita che gli ha chiesto più di quanto è umanamente sopportabile.
E, come sempre capita, non ha potuto andarsene chiudendo tutti i conti. Ha lasciato debiti e crediti. Nessuno può dire se il bilancio è attivo, passivo o, magari, miracolosamente in pareggio. Nemmeno Franz. Certo, fra i debiti ce n’è uno che pesa più di tutto il resto: è l’insicurezza, la paura del futuro, l’incapacità di individuare un senso nella vita, la difficoltà di capire qual è “la cosa giusta”. Insomma: l’angoscia esistenziale.
Ne ho discusso con Franz, qualche giorno fa. Era preoccupato. “Non avrò parlato troppo di me?”. No, non mi pare. Al contrario. Sono convinto che Franz abbia bilanciato perfettamente nel testo la sua presenza e quella del padre. E ha sostenuto tutte e due con la sua capacità (rara!) di scrivere interessando il lettore anche quando gli parla di cose così lontane da apparire un po’ ritoccate, come la Montagna incantata o un film neorealista.
Sono stato contento di sapere che Franz e Marino Magliani hanno presentato insieme a Firenze i loro ultimi libri. Sono convinto che, in due modi diversi, ma allo stesso ottimo livello, Era mio padre e Quella notte a Dolcedo segnano una svolta qualitativa nella letteratura italiana contemporanea.

9 pensieri su ““Era mio padre”

  1. Gaja

    Bellissima recensione, Richard.
    E splendido il libro di Franz. No, sono d’accordo anche io: non ha parlato troppo di sé, Franzo. E, come al solito (come sempre, come accade ogni volta che leggo le sue parole), ha scritto qualcosa di necessario.

    Abbraccio entrambi.

    Rispondi
  2. nadia agustoni

    Libro che ho letto tutto d’un fiato.
    Si rimane con le domande sulla vita e consapevoli che abbiamo paura di guardarci tra noi veramente.
    Coraggioso Franz e più che mai.

    Bella la recensione.

    Rispondi
  3. fabrizio centofanti

    quando Franz – rimasi colpito dal suo cognome impossibile – mi chiese di pubblicare su Ni, non sapevo quello che sarebbe successo. nemmeno quando entrò in Lpels. le nostre sono vite così: sempre in discussione.
    grazie a Riccardo per aver rinfrescato questa memoria.
    e in bocca al lupo al general.
    fabry

    Rispondi
  4. Plessus

    Scrivere spesso significa liberare, non solo raccontare.
    I primi due terzi del libro sono quelle che mi sono piaciuti di più, ove, appunto, Franz libera i propri ricordi, tramite una prosa fluida e piacevole, vivacizzata da cambi di registro linguistico e priva di futili leziosismi.
    Il mordente sul lettore è costante, quasi tignoso, anche quando l’oggetto del narrare si mette in movimento come una farfalla, spostandosi dal padre ad una donna, alla propria città, alle presenze in Rete, addirittura al proprio libro. Come in un gioco di specchi in cui l’Autore prova a riconoscersi, a misurare le proprie diverse espressioni vitali, di fronte alla morte.
    Il lavoro introspettivo è bello perché sincero e coinvolgente, quasi da ispirare tenerezza. Per le pulsioni che trasmette sembra un testo scritto di testa, di torace e di pancia. Necessario – come dice Gaja – liberarle.
    Trovo anch’io molto ben bilanciata la presenza del padre e di Franz all’interno della narrazione, quasi ancora potessero dialogare insieme.
    L’esposizione molla un po’ la presa sul lettore nelle ultime pagine, quando Franz ha già dato molto. I contenuti non perdono pathos ma la prosa si fa un po’ stanca, meno vivace, meno riflessiva. Sembra caracollare verso una conclusione che sia di pari livello contenutivo, di pari spessore emozionale delle pagine che la precedono.
    Ma sono solo impressioni.
    Il libro si fa amare, eccome.

    Rispondi
  5. Gena

    Bella recensione, se non avessi già letto il libro, lo leggerei sicuramente.
    Il libro è molto intenso, a partire dalla copertina, che fa pensare ad un mondo pieno di speranza, ormai scomparso.

    G.

    Rispondi
  6. elio

    Io l’ho appena cominciato, quindi, per non farmi condizionare, leggerò tutto questo solo a posteriori.
    Ricambio l’abbraccevole a Franz 🙂

    Rispondi
  7. Giovanni Nuscis

    Ho letto anch’io solo i primi capitoli, ma sono rimasto colpito dalla scrittura sfavillante eppure onesta, pulita, precisa come un sismografo, che tutto registra senza omissioni, senza zone franche.
    Un caro saluto, per ora.
    giovanni

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *