Intervista di Francesca Rivano a Guido Michelone

Guido Michelone, un nuovo libro, stavolta da Baldini Castoldi Dalai, più altri tre per editori minori quasi un guinness. Si tratta di un caso o di un progetto che sta prendendo forma o ancora di un momento di estro particolare fra creatività e ricerca?


Partirei proprio dalle ultime due parole che ha detto: creatività e ricerca in me si mescolano, si sovrappongono, si uniscono per dar vita anzitutto a una saggistica che vuole raccontare e – se possibile – raccontare bene, sull’esempio della divulgazione di scuola anglosassone dove la chiarezza e la fluidità sono d’obbligo. E poi per dar vita a progetti variegati, in cui intervengono componenti anche molto lontane fra loro, come nel caso dell’antologia per Baldini in cui abbiamo cercato di far convivere fumetto e narrativa breve su un tema comune. Tuttavia, per rispondere alla prima parte della domanda, non si tratta di un caso, per me: io pianifico abbastanza bene ciò che voglio scrivere e soprattutto pubblicare: semmai il caso interviene nel momento della scrittura; talvolta basta un’illuminazione improvvisa per farmi cambiare la scaletta di un indice e di conseguenza i contenuti di un libro di saggistica. E comunque nel caso dei libri tre ‘per editori minori’ c’è proprio un lungo progetto alle spalle, che ho curato personalmente, da solo, anche se accetto, come sempre, i contributi di tutti quelli che vogliono collaborare e che, ovviamente, ritengo validi come studiosi e come esseri umani…

Ci vuole raccontare più in dettaglio ciò che è appena uscito? I titoli e i protagonisti di suoi nuovi lavori?


Certo, l’antologia per Baldini si intitola Narradiohead, Suoni e visioni rock ed è curata da me assieme al filosofo Edoardo Acotto: devo dire che, in questo caso, è più lavoro suo che mio, perché il progetto iniziale era comune, ma poi è stato lui a portarlo avanti seguendo anche le linee editoriali che hanno ridotto drasticamente il numero di partecipanti al libro, al punto tale che sto progettandone un secondo per l’anno prossimo, visto che molti validi contributi sono rimasti fuori. Comunque in Narradiohead ho scritto una lunga postfazione dove illustro la storia del gruppo, i Radiohead, da critico musicale, mentre il libro è composto da sedici interventi ripartiti tra narratori e cartoonist, in cui ciascuno interpreta una canzone dei Radiohead, inventando un breve racconto o una breve storia a fumetti. Per quanto riguarda le altre pubblicazioni, sono tre volumetti editi quest’anno dall’ISU Diritto allo Studio dell’Università Cattolica di Milano. Il più singolare s’intitola 1907-2007. Anno sette, undici musiche e dedico a ogni anno ‘sette’, ossia 1907, 1917, 1927 fino appunto al 2007 un genere musicale che in quell’anno è nato o si è particolarmente sviluppato; ad esempio il 1917 è l’anno del primo disco di jazz in assoluto, nel 1967 esplode la psichedelia, nel 1977 il punk rock e via dicendo; e su questi generi svolgo alcune riflessioni. Poi sono usciti il quinto e il sesto volume della collana Breve introduzione alla storia della musica afroamericana che io dirigo: il sesto Il rock. Estetica e filosofia è tutto mio e raccoglie alcuni articoli in cui discuto la musica giovanile da una prospettiva colta (umanista e illuminista). Il quinto Analisi del jazz è un lavoro a otto mani con il pianista Arrigo Cappelletti, la cantante Laura Conti e l’etnomusicologia Simona Frasca: anche qui idee e riflessioni attorno al principale sound afroamericano.

Da dove arriva l’ispirazione per tutte queste opere?


Direi dal lavoro e dalla conoscenza, anche se come Socrate sono il primo a dubitare del mio bagaglio culturale, a pensare che ‘so di non sapere’. Filosofia a parte, nel caso della saggistica, cerco di far fruttare ciò che periodicamente scrivo per svariate riviste: anche se il mio impegno quotidiano è quasi esclusivamente concentrato sulle recensioni (che alcuni vogliono sempre più brevi), non mi mancano né spazi né occasioni per approfondire alcuni temi, per me legati soprattetto alla storia della musica afroamericana. In fondo basta poco: con una dozzina di lunghi articoli un libro è fatto! Anche un libro serio! Occorre, nel mio frangente, che questi articoli siano tra loro coerenti in modo che possa riunirli assieme. Ma anche in questo caso, quando propongo un pezzo in redazione, spesso parto già con l’idea di scriverne poi un altro che sia collegabile al precedente e al successivo e via dicendo, come una lunga catena, che a un certo punto fermo, per farne un libro! Sull’ispirazione vera e propria, per la saggistica, cerco di proporre libri divulgativi su cui in Italia manca qualcosa di valido o di aggiornato: ad esempio le storie del jazz risalgono tutte o quasi a trent’anni fa! Oppure tento di sedurre l’editore con un argomento nuovissimo, nel senso che su di esso in Italia (o nel mondo) non si è mai pubblicato nulla. E devo dire che in quest’ultimo campo ho un bel numero di primati anche se nessuno si è mai preso la briga di riconoscermeli: ho curato il primo libro di saggi sul videoclip già una quindicina di anni fa, poi il primo libro sul cinema dei Beatles e il primo di racconti sempre sui Beatles, la prima storia del cinema jazzistico, la prima vera biografia su Enzo Jannacci, le prime antologie (due) di letteratura jazzistica italiana, le prime biografie di importanti musicisti piemontesi (Barbiero, Pollone, Gozzelino) e dulcis in fundo il primo ‘dizionario’ sui Simpson (che è il mio best-seller, l’unico su cui ancora mi interpellano di frequente).

Quali sono i primi luoghi in cui presenterà i volumi? C’è una motivazione di fondo per la scelta di una città o di una libreria o di un’istituzione blasonata?


Per Narraradiohead siamo partiti ‘alla grande’: prima Torino, poi Milano, poi ancora Torino, perché sono anche le due città attorno alle quali orbitano quasi tutti gli autori antologizzati. Lo stiamo facendo in una catena di librerie e anche in alcuni circoli culturali, dove si può presentare il libro anche con un gruppo, i Noam, che suonano unplugged alcune canzoni dei Radiohead. Io personalmente non faccio molta differenza tra libreria o università o centro sociale: se ben organizzate, le presentazioni di libri possono funzionare ovunque: su una grande piazza come in un salotto privato. Certo le motivazioni cambiano: in università io tendo a essere più analista che imbonitore, ma credo che in tutti i casi ci voglia sempre un tono accattivante: e poi, parlando di musica, non si può non farla sentire. Quando, ad esempio, presento un libro sul jazz, pretendo che ci sia un lettore di dvd o di cd per fare vedere o ascoltare le musiche di cui sto parlando; e lo faccio per il rispetto di chi mi viene a sentire, che magari non si ricorda o non conosce affatto la musica di Duke Ellington o di Charlie Parker. Ho invece un rapporto difficile, quasi conflittuale con la mia città: non ho mai ricevuto un invito dalle autorità a presentare un mio libro; io mi sono sempre dovuto proporre; quando la cultura è gestita o amministrata dai politici o dai burocrati è un bruto affare: e non aggiungo altro!

Musica e musicisti dunque non mancano mai nel suo orizzonte culturale e letterario: e non mancano né sul versante della saggistica, né su quello propriamente narrativo; ma i suoi sono personaggi che incontra per caso nel corso della sua attività professionale di docente e conferenziere? oppure li sceglie analiticamente come oggetto (e soggetto) dopo lunghi studi? o ancora capitano entrambe o altre cose ancora?


Bisogna naturalmente distinguere tra saggistica e narrativa. Parto dalla narrativa, anche perché ho pubblicato relativamente poco, qualche racconto, un romanzo sperimentale Cinquanta. Secondo Novecento e un doppio romanzo giallo A Charlie Chân piace il jazz?. In parte narrative sono anche le mie sei commedie che ho raccolto nel volume Teatro Jazz, così come è ‘narrativa’ la poesia Tu jazz che leggo spesso durante i reading. Ma non voglio complicare il discorso. Per cominciare da Chân, si tratta di due lunghi racconti – uno di Biagio Bagini e uno mio – che sono l’uno il seguito dell’altro: e hanno entrambi come protagonista un redivivo Charlie Chân, l’ispettore cinese famoso negli anni Venti-Trenta per la serie di libri di Earl Derr Biggers, portata anche su grande schermo. Noi ci siamo divertiti a immaginare che a distanza di circa vent’anni due scrittori americani scoprano due manoscritti con inediti appunto di Biggers. E il nostro libro è appunto un divertissement, non senza implicazioni filosofiche (il nostro eroe cita Confucio in continuazione). Assai più complesso il caso di Cinquanta. Secondo Novecento che per me è un po’ la summa del mie esperienze sia artistiche sia esistenziali, anche se molto filtrate, con diversi registri, dalla Storia con l’Esse maiuscola, all’ironia, dalla satira allo sperimentalismo. In alcuni capitoli, diversi conoscenti hanno detto di aver rintracciato precisi episodi della mia vita, ma non è vero! Inconsciamente ci sono io nel romanzo, così come la personalità dell’autore traspare sempre, persino nella letteratura di genere commerciale o in quella verista, naturalista, neorealista. Io però non mi ritengo uno scrittore realista o realistico e nemmeno mi interessa esserlo. Detesto anche lo psicologismo. Ho un’altra idea della letteratura, più legata ad esempio allo straniamento epico di cui parlava Bertolt Brecht, anche se non è l’unica fonte di ispirazione teorica. Qualcuno ha scritto che sono un romanziere visionario o postmoderno e mi sta bene, anche se in fondo non saprei spiegare la mia visionarietà o il mio postmodernismo! Insomma, non mi piace fare il critico di me stesso: una volta ho assistito a una conferenza di un noto filosofo, che faceva le pulci al suo primo romanzo pubblicato: era così analitico, così ermeneuta, così recensore di se stesso, fino a non lasciare nulla all’immaginazione del lettore, che mi ha fatto passare la voglia di andarlo a leggere; ma scommetterei che alla fine ne sarei rimasto deluso: lasci che siano gli altri critici a dire cosa c’è o cosa non c’è nel suo romanzo! Perché dev’essere lui a interpretare!

Ci può fare qualche esempio concreto al proposito?


No, no, non serve. E poi non faccio neanche il nome del filosofo/romanziere, del resto lo si può immaginare! Piuttosto dovrei terminare con rispondere alla seconda parte dell’altra domanda. Ma sarò breve. Per la saggistica vale quanto avevo già detto prima: lavoro e conoscenza sono le fonti a cui mi ispiro. Capita spesso di incontrare musicisti più o meno famosi: appena entro in confidenza – e possono passare settimane o anni! – chiedo a loro se siano interessati a fare un libro con me, a parlare della loro vita: ma qui ho ricevuto tante riposte differenti. I musicisti più noti sono anche quelli più restii, forse non si fidano dei critici o degli scrittori, chissà… E comunque per i libri musicali, tranne qualche testo su commissione (ma sono rari!), tratto sempre musiche e musicisti che più mi piacciono. Non sarei capace a scrivere un libro su Al Bano o su Orietta Berti!

E non bilancio complessivo della sua attività intellettuale?


Forse non è ancora tempo di bilanci. Sono ancora molto giovane, almeno intellettualmente! Ho cominciato con un giornalino liceale, anzi anche molto prima. Finita la quinta elementare spedii al Corriere dei Piccoli una barzelletta che il direttore mi pubblicò, inviandomi come ‘premio’ l’equivalente di circa cento euro odierni! Contando le parole, queste dieci righe per il ‘Corrierino’ restano il lavoro meglio pagato della mia vita! Invece, a sedici anni scrivevo sulla rivista liceale perché avevo letto nella prefazione che accompagnava un romanzo di Hemingway, che anch’egli iniziò pubblicando articoli su una testata scolastica e che un suo pezzo fu notato dal diretto di un grande giornale che lo assunse subito, intuendone la bravura. Anch’io mi illudevo (invano) di finire come Hemingway! E anche oggi spero (ancora e sempre invano) che qualcuno – dall’alto – si complimenti per qualche mio libro o qualche mio articolo; qualche amico lo fa, ma ho ricevuto molto poco in tal senso! Credo di essere tra gli scrittori più sottoimpiegati in Italia: non dico sottovalutato, perché ho la mia nicchia di super-fans! Ma se penso che, sul quotidiano X o sul settimanale Y, potrei svolgere il lavoro molto meglio di tanti ‘professionisti’ superpagati e superfamosi, allora dico che mi rattristo a pensare come vadano le cose in questo Paese…

Senza fare troppe anticipazioni: esiste già, per lei, un progetto su cui lanciarsi nei prossimi mesi?


Ho collezionato materiali per altri tre-quattro libri, ma aspetto. Vorrei interagire con altri nuovi editori, anche se con quelli per cui normalmente lavoro mi trovo bene. Ma, prima di discutere di singoli progetti, sarebbe bello – per me – poter scrivere in collegamento anche a situazioni molto più allargate: avrei molte idee al proposito, ma non trovo mai gli interlocutori adeguati. Ad esempio un libro potrebbe essere il punto di partenza o di arrivo per una grossa iniziativa comprendente mostre conferenze, dibattiti, workshop, concerti, proiezioni, ma politici, assessori, impresari paiono sordi se non hanno su un piatto d’argento il conto già pagato. E mi fermo qui. Altrimenti fioccherebbero denunce o querele!

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