la simmetria non è più un fine. Il meglio è uscirne.
Chi vede, non ha visto il distacco tra il segno emesso e la carne tradìta, anche se è bella. Avevi già detto sì, e sì ancora, ad uno spogliarti, tu stesso, tu, tra gli altri nudi e le nude, sotto un getto d’acqua dura, in un cortile di Firenze: e questo non era un simbolo; rispondendo. Lo era per gli altri, e per il nudo no: che pensava: ecco, in me non è più nulla installato, nulla è solido. Per il mio bene! Per la mia coerenza!
*
AI FRATELLI:
un’intesa immediata, o no. perché no? più tardi, una Deposizione e il rumore [ma non parlate]. queste ombre sono masse di attori: ma sono tenui. Non sono vere. Allora parrà: è finito tutto!; le miserie sono finite! DOVETE IMPARARE A PARLARE, DEVO IMPARARE CHE VOI PARLATE. Angelo Rendo ha detto e scritto: «Toglietemi la parola». Ma io, ora, io la voglio.
l’asprezza sposa una compagnia potente. Di necessità sembra che questa poesia si occupi di cose morbide (e attaccabili) e di cose esagerate. Le prime favole non poterono fingere nulla di falso. Quindi: è solo l’inizio.
Al Dio celeste:
stupisce il potere delle ombre, che si muovono. Ma a suo tempo: le ombre scompariranno. Riappare la protezione dell’inverno: «mi pare che l’inverno debba apportarmi una gran gioia» (dolce nella memoria, una fiaba di Capuana: la Fata Neve, il principe che ne parla).
In figura, prima dell’inverno: un pungiglione di metallo, che fascia la punta di un dito (è invisibile; l’uno e l’altro) e batte – non si vede come – sulla cima della testa. Puntualmente, finirà a suo tempo. Così muore il latino rispetto al volgare, più duttile (la tenerezza che vi si sente, perché è vario o trasformabile: uno diventa altro). Quindi: la tendenza al risveglio, e chinarsi sui libri (varianti: sui viaggi, sulla cura della casa, sulle telefonate; la mente accesa sulle sue cose, per scelta; a suo modo felice). Ma prima l’enormità di dormire, molte ore: così non vedere mentre, e come, queste ombre sono; e sono aspre, eccetera.
Superato il limite dei trenta anni (superficie; la prima corazza);
si è sensibili al primo tocco di frusta, guidata dalle dita, quando penetrano piano, dentro, sotto, dolci: e penetrabili immagini, anche, in cui la schiena è nuda e non sensuale; vi compaiono strumenti molti; che significano: come è altra cosa la vita; come la vita è diversa; che nessuno è degno!, ecc. E dura poco!, ecc. Anche questi strumenti non sono degni. O sono incompresi, non difesi quando piove il peggio. L’uomo non è degno. Non ogni uomo, ma questo – che è modello, nelle immagini lievemente imperfette, quasi grezze. Il bianco-e-nero ti corrisponde: quindi anche il profilo, non il ritratto della faccia, in foto. Può essere malata. Ed è ossessione anche questa LETTURA, che è imposta ad un latte [materno] ad una vocazione ad una nascita – evidentemente è tua, ancora. Non basta che ogni notte, o quasi, in compagnia o da solo, l’aria manchi del tutto, per l’asma. La testa farà male tutto il giorno. Anche l’aria manca del tutto: lo spettacolo che – mancando – vorrà dire, di nuovo, più volte: la colpa non è degli uomini.
e questo periodo ha slanci felicissimi. lo stile si sposta su immagini piccole: l’ape il chiostro l’emblema il leone dell’araldica [rampante]. in tutti i modi, il lavoro diceva: io avevo fame, io prima. questo è ciò che NON siete; ecco ciò che NON posso. Per pietà si parlava, sempre, ad un nemico ignorante, per sua colpa.
[2003-2008]

grazie, a tutta lpels, sempre.
e poi, a chi legge: queste cose sono ancora per la voce. non quella di un grande performer, no. ma un po’ di voce, alta, che esce dalla bocca – sì.
e poi: lettore, scusami, dovresti leggere e dimenticare questo paragrafo:
—-l’asprezza sposa una compagnia potente. Di necessità sembra che questa poesia si occupi di cose morbide (e attaccabili) e di cose esagerate. Le prime favole non poterono fingere nulla di falso. Quindi: è solo l’inizio.—-
va cancellato, perché è lento. parla in un altro ritmo. la voce non lo affronta bene. e senza voce – nulla, ora (parlo per me). sono stanco. non sono mai stato forte – quello che scrivo lo sa da prima che lo sapessi io. che cosa fa uno che non è forte? chiede di fare cose, e cerca di farle. e qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure, ecc.
[dalla “scuola di poesia”-il libro / senza formattazione]
…bisogna vedere che cosa si semina: quale indovinello agisca dietro, o quale ironia culturale, o quale disperazione [ma oggi va meglio: stanotte però il corpo urlava; e un po’ di chimica, pesante, ha dovuto fare il suo lavoro]
Chi mi ama mi ha scritto: «In fondo tu non ami nessuno». Per dire che pratico solo la giustizia, e che in fondo si tratta di solitudine, metà monastica e metà freak. Posso ancora dire che «vivo d’amore»? Non lo so. Ma i testi rimangono tali; anzi: la fine di rapporti umani stretti li mostra nella loro potenza vera, se sono potenti. E allora – che cosa importano i miei e i tuoi scatti [anche nervosi]? Sarà bene sostituire la presenza del pudore con la mancanza di silenzio: se c’è da dire, che sia detto. Se c’è da dire, nel nostro campo, che è un campo pubblico – che sia detto, all’interno dello stesso campo.
«La poesia è una stretta di mano». Parla una vittima non tedesca nella lingua tedesca dei suoi carnefici tedeschi. Per noi è solo un aforisma; e si può dirlo forte e più volte, e poi bruciare gli e-books e i links del tuo nemico o ex-amico [sei puerile, sei serpente, e senza grazia]
Ora è tempo di «imitare il frate scalzo», secondo il verso di Marina Pizzi, o di inventare una dimensione pubblica dignitosa [anche pop, avendone i mezzi: perché no? se il tuo lavoro è buono, anche se ti chiami Tiziano Ferro o Nelly Furtado o Robbie Williams, e il Gotha ti considera impresentabile, chi può dirti una parola in contrario, nel 2008? purché il tuo lavoro sia buono ed esprima una comunità].
In un caso e nell’altro, tra monachesimo e prostituzione, è tempo di comportarsi più agilmente e con più dignità: purché il tuo lavoro sia buono.
*questo periodo ha slanci felicissimi*. ma i denti mancano. certo. la testa fa male. certo. e anche la depr., che non è una signorina anarchia, martella. e allora? domani corro a Napoli, con un viaggio notturno che fa bene [il mondo vero viaggia di notte, dorme o ci prova alla Stazione Termini, nelle nicchie grandi sul lato corto – l’ho fatto, non me lo sono fatto mancare].
sui manifesti, vedo: con 134 euro si va a Dakar – chi può, corra, voli – ci voli anche per me. non scherzo.
quello che è fatto, è fatto. ieri alla televisione Madre Teresa: che provava a sorridere, e sorrideva – ma sul viso, sul viso c’è molto altro.
noi siamo mani e teste di altri – Andrea Parodi fu voce per De Andrè. e ora né Andrea né Faber ci sono, e noi siamo orecchie per loro:
http://www.youtube.com/watch?v=zRFQpwgXUiA
e vivete felici, davvero – era il saluto delle prime primissime lettere della scuola di poesia
“La simmetrìa non è più un fine. Il meglio è uscirne”- dice Massimo Sannelli, quasi un’abluzione purificativa per le differenze, o l’intento, turgidus fluvius, in cui prepondera la generosa forza di reazione a pungere con gli aghi del rifiuto aequalitates, appiattimenti dall’ingegno assiderato, tassi d’assenteismo ai desideri. “Ed è ossessione anche questa LETTURA-grida il poeta- che è imposta ad un latte [materno] ad una vocazione ad una nascita”. S’asperge d’acqua benedetta la parola, ma assaggia pure il vino neroacre della morte e d’una colpa che “non è degli uomini”. Ferita aperta che non cicatrizza, granello d’ambra, epicentro di sostanza, fiato d’archè, ma pure ricchezza di Sifno ad assicurarci contro i furti, atavica rudezza, del transeunte. Complimenti Massimo per questi bei pensieri. Covano epifanìe e spanano certezze, recidono le vene alla stanchezza, segano invarianza al divenire