Relazioni tecniche. Via Francesco Cagni. 2003

Dalla via Francesco Cagni ci sono passato una volta dieci anni fa. E’ una strada ripida pavimentata con grossi blocchi di basalto, che s’inerpica in uno dei quartieri storici della città. Il Casalotto non è un posto di gente ricca. Per di più è una comunità chiusa e la gente mi studia diffidente mentre cerco la perdita fognaria. Sono uscito come mi trovavo: magliettina simil-lacoste e pantaloncini sformati di maglina e preferisco non dire a nessuno chi sono: non crederebbero che sono un tecnico comunale Una signora getta acqua sul marciapiede davanti alla porta di casa. Il filo liquido prende subito la linea di massima pendenza e scorre veloce verso valle. Ci sono panni stesi tra un balcone e l’altro, parallelamente alle pareti esterne degli edifici. Che hanno un aspetto eterogeneo. Credo che il colore delle facciate dipenda dalla frequenza con cui arrivano i sussidi di disoccupazione e dalla regolarità con la quale vengono pagati i cinquantunisti e i centunisti della forestale. Quando ci sono i soldi, facciata color pastello, con assurdi disegni geometrici (rombi o trapezi, in genere) sui cantonali; talvolta vistose bande marroni marcano la separazione tra un piano e l’altro. Quando i soldi non ci sono, vecchi intonaci scrostati e, nei casi migliori, pietra a faccia vista, un bella arenaria gialla che diventa rossiccia al tramonto. Mi sento a disagio. Mi sento osservato. Mi sento inadeguato con i miei pantaloncini di maglina e il marsupio agganciato a mo’ di sottopancia. Vedo un rigagnolo. Annuso l’aria. C’è odore di fritto e di detersivi, di cipolle e di cavoli. Insomma, c’è odore di quartiere. Di fogna no. So che non vuol dire nulla; basta che giri il vento e le zaffate d’aria pesante ti investono come automobili. Ma per ora il vento non gira e non riesco a trovare il punto della perdita. Certo, ammesso che la perdita ci sia. Una volta la polizia mi ha chiamato all’una di notte per via di una perdita della rete idrica che metteva a repentaglio la sicurezza della circolazione. Quando sono arrivato dove mi aspettava la Pantera con gli agenti del turno di notte, mi immaginavo di trovare una pozzanghera grande come il Nilo. Invece ho trovato un tubo da un quarto di pollice dell’irrigazione di un’aiuola che perdeva dentro la stessa aiuola. Un bambino di tre anni avrebbe pisciato con più vigore. Forse sto divagando. Insomma, non trovo la perdita e mi rimetto in macchina. Percorro la vecchia strada, quella che tutta saliscendi che segue l’estrema periferia orientale del paese. Davanti all’asilo nido Grottacalda (su un lato della strada l’asilo nido nuovo nuovo, ancora inutilizzato; dall’altro case ex abusive coi tetti di coppi grigi e gli infissi di alluminio anodizzato color bronzo) vedo uno fermo sul bordo della carreggiata (non c’è marciapiede). Mi sembra di riconoscerlo: Giuseppe, il mio idraulico. Mi fa un cenno. Mi fermo.
“Vai verso Sant’Andrea?” mi chiede.
Faccio segno di sì con la testa.
“Sali!” gli dico.
Sale. Riparto. Mi sembra imbarazzato. Giuseppe è un testimone di Geova e non ho mai capito se la sua timidezza sia spontanea o solo dovuta al fatto che io sono un Gentile. Comunque sale.
“Puoi lasciarmi verso San Giorgio. C’ho la macchina là vicino” mi dice.
“Che c’entra” gli rispondo. “Dov’è la macchina?”
Me lo dice. Strada facendo lo osservo. Ha gli scarponi sporchi di terra. Da muratore. Cazzo, lo sapevo che s’arrangia a fare di tutto, ma credevo fosse troppo impegnato con l’impresa in cui lavora, che monta impianti termoidraulici. Be’, penso, in fin dei conti non sono affari miei.
“Senti ” fa lui. “Tu che lavori al comune non sai se stanno formando cooperative… Società… Cose così? ”
Mi prende in contropiede per due motivi. Primo perché, se dubitavo che fosse Giuseppe, dicendomi questa cosa dimostra che ci conosciamo, e quindi potrebbe essere Giuseppe, perché altre persone con la faccia di Giuseppe ma che non sono Giuseppe io non ne conosco. Secondo, perché dovrei spiegargli tante cose di come funziona un comune e le società e ditte che gli gravitano attorno e ora, sinceramente, non ne ho ne’ tempo ne’ voglia. Gli faccio un discorsetto rabberciato sul perché e percome le società, che peraltro devono essere considerate, inoltre, come… ma se tieni conto dell’ultima finanziaria, ecc., che dura fino a che arriviamo al posto dove m’ha detto d’avere lasciato la macchina. Cerco il suo Opel Combo con la scritta Impianti termoidraulici.
“La mia macchina è là” dice lui indicando una panda bianca.
Mi fermo. Lui scende. Mentre scende dice:
“Stiamo facendo movimenti terra” e mi indica un escavatore con la cucchiaia decisamente piantata in un mucchio di terra di riporto. Rifletto. Muratore e idraulico. Anche conduttore di macchine da cantiere? Mi sembra un po’ troppo. La panda bianca. Certo, Giuseppe mica andrà sempre in giro con la macchina dell’impresa.
“Grazie. Ciao…” esita sul mio nome. Cazzo, ma la faccia è quella di Giuseppe.
“Ciao” gli rispondo sorridendo. Chiude la portiera. S’allontana. Guardandolo da dietro mi sembra proprio Giuseppe. Ma Giuseppe non aveva meno capelli?

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