Manibus date lilia plenis

golia 28

              MANIBUS DATE LILIA PLENIS

È un maestro che parla alle ombre – Virgilio
i suoi gigli sono colpi di luce
nel buio della specie dentata
nei suoi fragili specchi
di umori di assenza

fuori è inverno
ma da tempo il sole di Giada non splende
da tempo va covando furtiva
florescenze di rovo
la spina che annuncia a distesa
cammini deserti – sbarrati

non segue più il canto
che dal coro sommerso dei secoli
fino a ieri muoveva i suoi occhi
a cercare l’incontro
inventare orizzonti
ritagliare altri accenti alla voce

::

Oggi guardo un amaro silenzio
frantumarle alla gola il respiro
imbrattare di suoni taglienti
il suo mondo bambino
che cancella con furia dagli anni

stretta a guscio nel vuoto
opprimente
di un sogno svanito
insegue la traccia di polvere
di una passione caduta ai suoi piedi

un orgoglio deforme la svela
la consegna ignara al destino
– messaggera di morte
con in mano una pagina
strappata di netto
dal breviario fraterno del cuore

::

Ecco –
gonfia d’odio la voce
e la sparge feroce nell’aria
non si accorge che lascia per terra
un seme che lievita sangue
tra risate di scherno

è niente – lei pensa
solo vento che passa
e trascina l’insegna
di un altro dolore
poi la lascia svanire e domani
si tace

Filippo
è un ricchione

è scritto su un foglio
che inalbera come un trofeo
Filippo ti ama – mi grida
e ride a quei versi
che spalancano abissi
nelle pupille dell’amico
ormai perso per sempre

perché un verso stavolta
è tutta quanta la vita
e lui ha già impressi sul volto
i segni di quando la morte
vedrà galleggiare
come spuma di mosto
sprofondare libri e speranze
i suoi anni annegare in un bicchiere
di neve

::

Filippo ora è solo
si è già arreso –
gli fa schifo Virgilio
rinnega anche il cielo stellato
la legge morale

e quel dio da lampioni arenati
senza luce – che lo angoscia
che risponde con folate di sale
al grido che ferisce le labbra

– lui che parla da sempre
senza parole
dei morsi subìti nella tela di un ragno
del suo corpo segnato
dai lacci di una solitudine
immensa – che imprigiona il respiro

ora chiude i capelli in un nodo
li accarezza con cura
abbassa le palpebre
sotto un peso di piume
che stritola
prima di affidarsi all’aria
stretto in uno con ogni paura
con ogni segreto tormento

::

Fermati per dio
ferma la tua corsa – Filippo
datur ora tueri,
nate, tua et notas audire et reddere
voces?

io ti avrei amato davvero – figlio
se era questo
che chiedevi alla vita
perché fosse ancora la tua vita

ti avrei amato come oggi ti amo
come il più caro
dei miei ricordi feriti

ti avrei gridato non farlo – ti imploro
sarò qui ogni volta che chiami
a donarti parole
a inventarmi per te una carezza
la voce stupita
che cerchi

(No –
tu hai già figli a cui tendi le mani
e una voce per filare mattini
ore rivestite di luce
dove sciamano sicuri
al riparo dei tuoi occhi –

tu sei padre –
io vengo solo a mostrarti
miserabili ali
intrecciate di ombre di versi di lampi
confusi
di segni illeggibili
che non so decifrare

guardami ora
è questo che chiedo –
reggimi appena lo sguardo
come non ha mai fatto mia madre
e qualche volta
sognami –
lasciami l’illusione di un pensiero
che vegli i miei passi come un lume
dietro i vetri annottati
dell’ultimo sonno

io sarò là ad attenderti –
sarò l’acqua
che scivola a fatica sulla pelle
e goccia dopo goccia
trasforma anche il vuoto
in miraggi di sorgente
per le labbra assetate
delle stagioni che non fioriranno

sarò il soffio
vivente
l’eco che si attarda
sul confine della sera
per accendere colori di fiamma
a ogni tramonto

– perché è là che io volo
oltre le spine e l’oltraggio
di un mondo che odia chi ama

proprio oggi gli offro altro sangue

il mio schianto)


Dietro piccole grate
che mai più si apriranno sull’alba
ora Giada dimora
la penombra di un velo dipinto
una preghiera di rose
mai colte

trascina radici nei sandali

la sua mano
ha la forma di un foglio
riflesso dall’onda di mari d’inchiostro
la sua voce è un sussurro
un alfabeto
di croci
tracciate su un panno
con forbici
e
resina

mostra il dorso –
le piaghe infette ereditate dal padre
dai padri confusi
e lascivi
di un dire che non sa più ascoltare
osservare amare
capire

mi offre
la sua nudità di giardino inviolato –
nel palmo tutto il peso
di un cielo caduto a frantumi
le parole
che ieri germogliavano giorni
all’insaputa degli occhi
– i tremori
che mancano ai giorni
per essere giorni…

              non ho mai visto recidere un fiore
              senza immaginare una lacrima
              affiorata sul labbro delle zolle

              ho sulla pelle mille tagli di falce
              gli echi di un alfabeto sconvolto

              la mia età
              è il ricordo di rose divelte

::

(Sul bordo ingiallito del foglio
c’è una data –
proprio ieri Filippo compiva trent’anni

ho portato i miei fiori
sulla pietra che aprì le sue braccia
per accoglierne il volo

petali di mille colori
a immagine delle gocce raccolte
nell’ultimo sogno

anche il manto che Giada vi stese
cresce al tempo stelo su stelo
nodo su nodo
croce su
croce

ora copre anche il marmo

– è l’erba che tesse
nei silenzi di un chiostro
per varcare a piedi nudi il suo guado

il cammino di un’indicibile

incolmabile

attesa)

::

Sic memorans largo fletu simul ora rigabat.

***

16 pensieri su “Manibus date lilia plenis

  1. jolanda catalano

    Francesco, impossibile per me, questa sera, commentare questi testi.
    Troppo forte la commozione, troppo gonfio il cuore.

    Al di là della fredda rete, un sapore salato sulle mie guance e sempre un forte,forte abbraccio per te.
    jolanda

    Rispondi
  2. Roberto Plevano

    Non deve esserci dolore più grande della morte di un figlio. Si può riconoscere una sorta di ordine naturale nella morte di un genitore, ma che un genitore sopravviva a un figlio mette in questione la vita tutta.
    C’è solo allora la parola. Anch’io vorrei dire che è una bellissima poesia, come bellissimo e commovente è il canto VI dell’Eneide, di padri morti e discendenze a venire. Bellissimo come ogni esperienza umana fondamentale, che attraverso la poesia diventa di tutti.

    Rispondi
  3. Chiara Daino

    Grazie – Grande – Francesco:

    *comme un grand lys* – il tuo Giglio è *Guscio* e *Grotta di Grazia* e rende Giustizia [alla Poesia, al Poeta, alle Persone]- e gonfia l’occhio, è la *spinta verticale* di segni fluidi e fondi.
    *Un alfabeto di croci* – “crux desperationis” – compresa, capita, commossa: il sofferto svolto nel sublime.
    Dire e Dare.
    Come pochi.
    Non si può che rimanere muti: nel silenzio che schiuma il sentire.

    Chiara

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  4. gaja

    Francesco, è un onore per me conoscerti. Ogni giorno di più.
    Ciò che hai comunicato con questi versi è indescrivibile. Paradossale che non si riescano a usare parole per “definire” altre parole. Eppure per me, ora, è così.
    Il silenzio – giustamente chiamato in causa da Chiara – è l’omaggio più grande, più profondo e più sentito.
    Come se tutto quel che vorrei dire si confondesse in un bianco abbagliante e pieno.

    Grazie.

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  5. fmarotta

    Grazie a Chiara, Gaja e Nadia.

    “Compresa” – è il termine che dice, più di ogni altro, dello sguardo partecipe e profondo che su questi versi è stato portato.

    Ed è giusto che venga da una donna.

    Perché “qui”, in questo testo, la scrittura “è agita”, fino ai limiti del silenzio e del dolore (molto vicino a quello del “parto”), dalla “componente femminile” dello spirito e della “sensibilità” dell’autore: perché la memoria è “madre” – sempre: e sempre si riprende, e custodisce, ciò che, in quanto “vita”, aveva generato.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

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  6. liliana

    Come dire il dolore e la perdita con l’esattezza di chi sa, terribilmente.
    Toccante e “vicina”.

    La memoria custodisce, sì,custodisce anche “il ricordo di rose divelte”. E scava.

    liliana

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  7. Roberto R. Corsi

    È difficile esprimere “consenso” su fatti così dolorosi e personali, meglio “empatia”.
    La poesia è validissima soprattutto in quanto mi sta molto a cuore, cioè nel restituire l’aderenza tra modello culturale e “grondante esistenza”. Si avverte scorrere la lettura del Purgatorio dantesco, assieme alla vita.

    FM è uno dei “pezzi meglio” (come si dice a Firenze) che afferisce a LPELS (oltre al sottoscritto ovviamente, benché incompreso dal volgo).

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  8. francescomarotta

    Grazie, Roberto, della tua attenta lettura (il riferimento al Purgatorio è un’intuizione possibile solo a chi si è totalmente immerso nel testo).

    Però, permettimi: lasciamo perdere i “pezzi meglio” (e i conseguenti “pezzi peggio”): la “poesia” è fatta di tanti piccoli frammenti, del contributo di quanti, dalle più svariate direzioni, portano la loro “tessera”, ridente o dolorosa che sia, a costruzione di quel “volto”, interminato e interminabile, che nella sua estensione fa tutt’uno con l’esistenza stessa.

    Un carissimo saluto.

    fm

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