VIVERE ARDENDO E NON SENTIRE IL MALE (2007) di Roberto ROSSI TESTA

VIVERE

Va il fiume con lentezza
esasperante e tronfia.
Ma d’un tratto si gonfia,
rompe gli argini, esonda,
dilaga distruttore:
quando incontra la stalla
v’irrompe e la dilava,
trascinando oro e paglia,
e malvivi e cadaveri.
Quando poi si ritira
lascia rovine e germi
e germogli di genesi,
senza dar spiegazioni
né serbare memoria.
Inondazione o peste
il nome è Provvidenza:
le scienze si accapigliano
su cause secondarie,
chi dovrebbe parlare
ha le labbra cucite
e la lingua incollata,
altrimenti direbbe:
“Vivere è solo questo
tremare appesi al ramo,
attaccati allo scoglio
fra l’acque che si alzano,
balbettando e cantando
per intervalla fletus”.

ARDENDO

Più nessuno fa fuoco
con la sua propria legna:
un ciocco nel camino,
una coperta in più.
Nelle case il calore
fa saltar la vernice
dei mobili e li sgretola,
rovina le cornici
dei quadri e degli specchi
che cadono e si spaccano
frammentando e storcendo
irreparabilmente
la visione del mondo.
Così s’inganna il gelo,
ancora più infernale:
con il riscaldamento
centrale, tutti liberi
dalla cura del fuoco,
d’uscire e di rientrare
senza mai dare conto.
Però il fuoco si vendica,
si spegne e il ghiaccio trama
il vero sulla neve,
o avvampa fra le tende
e corre lungo i mobili
finché deflagra tutto.
L’athanor scricchiolava,
il bollitore sbuffa,
nessuno vede o sente:
tutti occupati altrove,
a cercar di far fuoco
senza usare la legna.
Ché la legna è introvabile
per chi non guarda e ascolta,
trovarla già richiede
un fuoco che precede
ogni cosa del mondo:
lampada che permette
d’addentrarsi nel bosco
evitando le lucciole
e le loro promesse,
o di avere contezza
della loro natura:
d’impermanenti sogni.

E NON SENTIRE

E per meglio sentire
non sentire: assentarsi:
è ciò che importa e vale,
quel che resta, se resta,
nel non sentire più.
Non trattare che gli echi
come fossero saldi,
mettere il cibo in tavola
ma tazze e piatti a terra
presso la porta, fuori:
necessaria alternanza
fra il vicino e il lontano,
fra l’estraneo e il prossimo;
ed intanto, sorridere…
Alla finestra aperta
dal confuso spettacolo
del mondo saper trarre
chiare e ferme parole.
Non duole più, non duole:
solo il tanto che basta
per memoria di sé,
e di chi ha posto il cuore
in un letto di neve,
piano piano cullandolo.

IL MALE

Ma sentire si deve
il male che sentire
non può fare che bene.
Il male che trattiene
giù nel mondo a combattere
il buon combattimento,
dal buon scrigno traendo
le armi, e il nutrimento.
Non con odio, ché questo
è solo un palcoscenico,
ma il fatto e il detto qua
altrove lascia il segno.
E il Regno è dappertutto.
La sua pienezza è il vuoto
provato in mezzo al petto,
la pena, il mancamento,
la nostalgia di quello
che non fu mai davvero.
Così il male del male
ci tiene vivi e in marcia
lungo una via che pare
dritta e invece è a spirale,
e condurrà alla fine
quasi alle nostre spalle.
O forse è un’illusione,
male e bene son pari,
usciti da una fonte;
magari generoso
ma inutile il conflitto.
Per noi però c’è un compito.
Difficile da leggere,
per noi ben altro è scritto.

8 pensieri su “VIVERE ARDENDO E NON SENTIRE IL MALE (2007) di Roberto ROSSI TESTA

  1. robertorossitesta

    Troppo buono, caro Fabrizio.
    In effetti il tempo è “il” problema di tutti, ma la percezione del suo vento che sospinge e disperde è il mio assillo continuo, da sempre.
    Donde il sogno, che riconosco un po’ patetico, di fermarlo appena un attimo per sbrogliarne le matasse.
    Un abbraccio,
    Roberto

    Rispondi
  2. Giovanni Nuscis

    “Ma sentire si deve
    il male che sentire
    non può fare che bene.
    Il male che trattiene
    giù nel mondo a combattere
    il buon combattimento,
    dal buon scrigno traendo
    le armi, e il nutrimento.”

    Questi, Roberto, alcuni dei versi che mi sono più piaciuti, e questi:

    “O forse è un’illusione,
    male e bene son pari,
    usciti da una fonte;
    magari generoso
    ma inutile il conflitto.
    Per noi però c’è un compito.
    Difficile da leggere,
    per noi ben altro è scritto.”

    dentro la bella silloge che fonde pensiero e canto, col “coraggio della classicità”.

    Un abbraccio

    Giovanni

    Rispondi
  3. robertorossitesta

    Grazie anche a te, caro Giovanni.
    Ma se devo essere sincero non credo che in questi, come negli altri versi miei, ci sia poi molta classicità, a parte la secchezza e sentenziosità alle quali, facilitandole, invita il mio prediletto verso breve.
    Certo, molto sta nel definire che cosa si intenda per classicità, una di quelle questioni (per fortuna) mai chiuse.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  4. Giovanni Nuscis

    La forma e il tema, Roberto; la forma chiusa e classicissima del settenario e i temi cari – il bene e il male, il senso dell’esistenza… – agli uomini di tutti i tempi e le civiltà; per classicità può intendersi proprio questa dimensione e suscettibilità dell’opera ad essere compresa da uomini di culture diverse. Sono di corsa, ma mi viene subito in mente un saggio di Eliot sull’argomento, e Goethe, che più di chiunque altro ha voluto e saputo fondere tradizione e contemporaneità.
    Un abbraccio
    Giovanni

    Rispondi
  5. lucy

    ci vuole molto coraggio per abbracciare ed imbracciare la classicità. il settenario, come metro esclusivo, sa di canzonetta a ballo. qui dà un tocco apparentemente lieve e cantilenante, interrotto appena da alcuni enjambements. tutto sembra scorrere: ma i temi ti costringono a rileggere, a riprendere, a scovare sensi ulteriori in questa apparente semplicità-verità. credo che oggi “classico” (finito, spero, il postmodern modaiolo) risieda nella ripresa innovativa di temi centrali, con la limpidezza di una lingua comunicativa, lontana dagli sgrammaticati grovigli post-tutto. se posso leggere cose così dico: grazie! ho avuto un’occasione di godimento etico-estetico.

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  6. robertorossitesta

    Cari Giovanni e Lucy,
    termini come “romanticismo” o “classicismo” oltre che etichette crono-qualitative e categorie dello spirito possono essere considerati distintivi dietro ai quali raccogliersi.
    In quest’ultima accezione quindi mi va bene quell’”imbracciare la classicità” di Lucy, anche se poi, ribadisco, non sento d’essere più classico di quanto fosse Gaspara Stampa alla quale ho rubacchiato il verso, uno dei più belli della letteratura mondiale, che ha ispirato e dato il titolo a questa sequenza poetica.
    L’eterno problema è quello della verità: se ce ne sia una, e se si possa esprimere. Ebbene, con la baldanza della mia attempata giovinezza rispondo affermativamente ad entrambe le domande; ma non credo più, come facevo quand’ero giovane davvero, di poterla mostrare in piazza dandole familiari pacche sulle spalle, o di poterla tenere in equilibrio sul naso come facevano con i palloni le foche nei circhi di un tempo. Posso tutt’al più cercare di girarle attorno scambiando con i passanti cenni d’intesa e parlando rigorosamente d’altro, nella speranza che una scintilla susciti il miracolo.
    In me, di conseguenza, quel po’ di classicità è un rito
    “ipocrita” (attenzione,
    “ipocrita” nel senso etimologico) al quale invito miei simili e fratelli, “ipocriti” almeno quanto me.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  7. lucy

    grazie per la bella risposta e condivisibile. grazie per avermi ricordato di chi erano le parole del titolo. gaspara stampa mi piacque immensamente a sedici anni. nella tua risposta sento vibrare le parole di montale (cenni d’intesa, miracolo) oltre all’invito baudelairiano alla fraterna ipocrisia. ti dispiace se ti faccio l’occhiolino incrociandoti?

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