di don Gino Rigoldi
Che in Italia un adolescente possa essere tolto alla madre perché iscritto a un partito della sinistra alternativa sembra incredibile ma questa è una nazione piena di scelte incredibili per chi ha una cura competente dei giovani ed un convinto sentire democratico. Il pudore chiederebbe di non giudicare indizio di colpa o di sicura criminalità l’appartenenza a un movimento comunista ma occorre appunto aver conservato il pudore. Per uno che come me da molti anni si occupa, sta, guarda con cura e un po’ di competenza il mondo giovanile, questo esempio di violenza si aggiunge a tutta un’altra serie di preoccupazioni.
La retorica corrente dice che i giovani sono il nostro futuro, che la nostra vita di adulti deve essere dedicata alla cura e alla costruzione di un futuro per i giovani che – si dice – sono appunto il futuro dell’Italia. Farei una grande festa con vino salumi e cotillons se su giornali o riviste di grande diffusione trovassi scritto che anche i giovani stranieri residenti o addirittura nati in Italia sono il nostro futuro. Ma forse è chiedere troppo. Mi basterebbe che le scelte che in grande la politica nazionale e ciascuno nel suo territorio gli amministratori pubblici ma anche più in generale i media iniziassero a parlare dei giovani con una qualche competenza e magari con un po’ di simpatia.
Chi come me incontra almeno due volte la settimana insegnanti genitori, preti, amministratori, trova un impressionante analfabetismo educativo. Se educazione significa soprattutto addestrare a una sana, chiara, decisa, costruttiva capacità di relazione con le persone, oggi, il primo danno, la vera corruzione dei giovani, arriva attraverso l’affermazione di un individualismo sospettoso, egoista, discriminatorio e talora anche razzista. Unica alternativa a un modo di vivere muscolare e difensivo sarebbe lo stupido “buonismo”.
La qualità delle relazione è la qualità della vita, è il luogo non solo del benessere ma anche della creatività, della partecipazione della responsabilità. I giovani vivono e crescono nella relazione con gli adulti e tra di loro.
Io mi sento di denunciare una sostanziale incompetenza di troppi che parlano e straparlano dei giovani senza averli visti da vicino, averli ascoltati, aver voluto capire i loro comportamenti simpatici e antipatici, avere anche un po’ studiato un’importante letteratura di tecnici e di testimoni. Una affermazione venduta come intelligente è che ” bisogna cominciare a dire dei no ai giovani” come se la qualità della presenza dei genitori, della scuola, le occasioni di partecipazione, di formazione per giovani fossero un grande tesoro trascurato da questi “bamboccioni”. Certo occorre dire dei no, ma dentro una relazione intelligente e affettuosa. Quando cerco lavoro per i ragazzi che escono dal “Beccaria” o quando nei nostri centri giovanili guardo ai percorsi professionali e agli stipendi, mi trovo troppo spesso a verificare una brutta condizione che ha un termine forse comunista: si chiama sfruttamento. La migliore riforma della scuola sarà quella che prevede il sette in condotta, gli esami a settembre e, perché no?, finalmente la lotta al consumismo dei vestiti attraverso la divisa? Non mi pare. Si parla molto di bullismo e anche a questo riguardo la grande innovazione sarebbe qualche ora in più di educazione civica. Non sarebbe forse più intelligente (competente) lavorare sul gruppo – classe in modo che alunni e alunne imparassero a conoscersi e a darsi valore, cioè ad avere dei rapporti seri, anche conflittuali se è il caso, ma sempre costruttivi? Certo occorrerebbe agli insegnanti una grande capacità nella relazione, indispensabile per chi lavora a contatto con i giovani ma è competenza che si può acquisire, formare.
Non mi sento di affermare che i giovani siano odiati; poco amati, quello sì perché se ami una persona allora la guardi, la ascolti e poi ci sei concretamente nei suoi bisogni, ad aiutarla a diventare adulta e responsabile. Non mi pare che la famiglia italiana, la scuola, il mondo adulto in generale abbiano una cura adeguata nell’ascolto, nel voler capire, nell’offrire gli strumenti concreti per la realizzazione di ciascuno nella sua individualità.
Quando ti impegni nell’educazione ti metti a raccontare com’è giusto, bello e buono vivere. Non sarà che noi adulti non abbiamo questa saggezza per noi stessi e allora i nostri ragazzi diventano per noi una sorta di sfida?
***
Articolo uscito su Liberazione, 21 agosto 2008.

Bellissimo pezzo, grazie don Rigoldi. Molto tempo fa mi colpì il vedere un mio carissimo amico che rivolgendosi a un bambino lo trattava come una persona, un adulto da rispettare e non un oggettino da istruire e catechizzare. Erano tempi non sospetti e l’amico mi disse, io li tratto da persone. Grande lezione ebbi allora, semplice e piatta piatta. Non che sia facile, ma le tue parole incoraggiano molto.
Bello, mi piace questo pezzo, spesso si parla dei giovani come se fossero entità astratte che vivono in un’altra dimensione,finalmente una voce concreta.
Gena
Anch’io non riesco a credere alla notizia, così come è stata data, della sottrazione di un minore alla madre “in quanto comunista”. Voglio sperare che la stampa abbia banalizzato, capito male o strumentalizzato, e che insomma le cose stiano in tutt’altro modo, altrimenti ci sarebbe davvero da disperare della giustizia (sia in un senso che nell’altro).
“Io mi sento di denunciare una sostanziale incompetenza di troppi che parlano e straparlano dei giovani senza averli visti da vicino, averli ascoltati, aver voluto capire i loro comportamenti simpatici e antipatici”.
Concordo totalmente. Io ero tra questi. Poi, con una figlia quattordicenne, ho dovuto osservarli più da vicino, ascoltarli. Non hanno una vita tanto facile. Né un futuro roseo. Né una scuola adeguata, vecchia, classista, autoritaria, piena solo di paroloni e di retorica.
Anch’io ringrazio per questo pezzo.
grazie, amici.
sì, qui si tocca un tema capitale. affrontarlo seriamente vuol dire prendere in mano le sorti della società.
@baldrati:non cadiamo nel luogo comune della scuola vecchia classista autoritaria.
chi non sopporta le generalizzazioni e le astrazioni su “i giovani” non riproduca l’errore di adeguarsi a questo tipo di giudizio superficiale, non veritiero. un giudizio che spesso fa comodo ai genitori che non hanno la pazienza e la voglia di mettersi in gioco, di confrontarsi con chi persegue, in fin dei conti, lo stesso scopo e fa un tratto significativo di strada insieme a loro. giudizio di comodo laddove la demotivazione a scuola, spesso segnale di un disinteresse più ampio, copre manchevolezze educative della famiglia: allora è tutta colpa degli insegnanti. la scuola è stata autoritaria, forse: io veramente non me la ricordo così. ora non ha raggiunto l’autorevolezza che le consentirebbe di lavorare con maggiore efficacia nella complessità dell’oggi, cattivi stipendi in testa che significano scarsa considerazione presso i più. troviamo straordinario che qualcuno tratti come persone i bambini, i giovani? che si dovrebbe fare, e cosa si pensa si faccia tuttodì, a scuola, se non aiutarli ad essere persone? non sempre fuziona, perché i modelli negativi hanno il potere di distruggere in un batterdocchio quello che con tanta fatica s’è costruito.
Picchia duro don Rigoldi e non risparmia nessuno: famiglie, scuola e istituzioni, a vario livello incompetenti o inadeguati a favorire l’educazione dei giovani nel senso di “addestrare a una sana, chiara, decisa, costruttiva capacità di relazione con le persone”.
Cosa fare, ci si chiede,ovviamente? Famiglia, scuola, istituzioni: parliamo di soggetti assai complessi che, idealmente, dovrebbero operare in modo coeso, per non dire in modo strategicamente sinergico; ma non c’è unità e condivisone nemmeno all’interno della stessa famiglia, tra genitori, e all’interno della scuola, tra insegnanti e tra insegnanti e direttori o dirigenti didattici; e non parliamo della politica (viste le scelte finora risibili dei vari governi e ministeri), e delle istituzioni che si occupano dei giovani (uffici giudiziari, comuni, assistenti sociali etc.). Tutto è dunque lasciato all’iniziativa dei singoli, al loro buon senso e alla buona volontà, all’armonia delle famiglie, alla competenza che molti però non hanno.
Delle cose credo che si potrebbero fare senza troppe difficoltà, a partire dalla formazione per coppie e famiglie (obbligatoria per chi vuole ricevere bonus) e per i insegnanti e operatori in genere. Una cosa che ho notato, nelle scuole, è che non è previsto un momento, o più momenti, di incontro individuale con ogni singolo studente, all’inizio e durante l’anno scolastico. (In compenso ci sono molte riunioni: spesso, pare, d’inutile burocrazia.) Guardarsi negli occhi l’uno di fronte all’altro, qualche volta, alunno e insegnante, ascoltandosi fino in fondo, può essere la premessa per un rapporto autentico e di rispetto, e, eventualmente, per una relazione d’aiuto anche con esperti (psicologi, psichiatri, mediatori familiari).
Vanno assolutamente pensate delle soluzioni, e chi ha più voce e argomenti la faccia sentire.
Un grazie a Fabrizio e a don Rigoldi.
Giovanni
Concordo. Da sempre sostengo, inascoltato il più delle volte, che i giovani sono meglio dei vecchi: sempre. Il fatto è che è molto comodo, per i vecchi, parlar male dei giovani, invece di fare ciò che dovrebbero: lavorare anche per il futuro dei giovani.
Sulla scuola non dico nulla, sarei definitivo nei confronti della scuola italiana e quindi sto zitto.
Dire di sì, dire di no ai giovani; io ho faticato e fatico molto di più nel sedermi assieme ai miei figli e preparare con loro la pizza, senza spazientirmi, leggergli un libro a voce alta, magari tentando un’interpretazione, ascoltarli.
Sulla sentenza del Giudice non dico nulla: non l’ho letta e dei giornali non mi fido. Fosse vera dovremmo, quanto meno, togliere la laurea a quel Giudice e rimandarlo a scuola per imparare a interpretare correttamente il significato delle parole. Il termine comunista utilizzato in una sentenza, in quel modo, mi sa tanto di analfabetismo di ritorno e non vedo perché dovrebbe esserne immune un giudice.
Blackjack.
PS: tanto per chiarire: per me la vecchiaia inizia a 35 anni.
Giovanni, già: insegnante e alunno che si siedono vis a vis e parlano alla pari. Ma li vedi gli insegnanti di oggi?
Professore di educazione artistica: classico ex sessantottino frustrato, pelato che la testa sembra la pista di atterraggio di un aeroporto, con il ricordo dei capelli che furono legato in coda cavallina e l’unghia del dito mignolo fuori misura (gli serve per schiccolarsi meglio?)
Professoressa di matematica: capelli perennemente cotonati alla Lucio Battisti prima maniera (secondo me e secondo i suoi allievi dorme con il reggitesta), tacchi a spillo vertiginosi, immancabile soprabito chiaro e tic sparsi alla bisogna. Lasciamo perdere il resto.
Professoressa di francese: ex bella donna perennemente nervosa, e in questo caso mi fermo per pura pietà.
Professoressa d’inglese: al primo e ultimo colloquio con i genitori che ha visto la mia presenza, dopo aver notato alcune correzioni che non mi parevano congrue, ho iniziato la chiacchierata parlando in inglese. Ok, non è inglese oxfordiano, ma americano della west coast; rimane il fatto che, dopo cinque minuti sono tornato all’italiano perché mi sono accorto, dall’espressione e dalle risposte, che aveva compreso, forse, il 50%.
Professoressa di lettere: ambirebbe sicuramente almeno ad un Liceo Scientifico, anche se sogna il Classico;n sono certo e accetto scommesse. Il punto è che non riesco a comprendere perché si ostini a rimanere in una scuola media o perché nessuna la caccia.
E vuoi che Professori simili abbiano la competenza e l’umiltà necessarie per sedersi vis a vis con uno studente e parlare alla pari? Mi viene da ridere solo a pensarci.
No: non vedo rimedi se non l’azzeramento, purtroppo impossibile, di tutto il corpo docente della scuola italiana: dalle elementari all’università. E prima della riammissione all’insegnamento una DURA selezione. Utopia, e quindi rimarranno a pensione fino alla pensione: con o senza i grembiulini.
Blackjack.
PS: la descrizione è quella degli insegnanti del mio figlio più grande.
Sono trent’anni che mi faccio il culo nella scuola, al servizio degli studenti, del rispetto, della partecipazione, della decenza, dell’onestà intellettuale, dell’etica e della cultura, per sentirmi dire da un *** anonimo che devo “essere azzerato”?
Ma chi è che ti permette di sparare qui le tue immonde ***, nascosto dietro un nick? Ma mettici almeno la faccia, per cortesia, o togliti dai ***.
Stai offendendo, e non è la prima volta, migliaia di persone che non conosci, che fanno il loro lavoro fino in fondo, mettendoci impegno, anima, sacrifici, rinunce… “Lavoro”: capisci? Stai parlando di gente che “lavora”. Tu lo conosci il verbo? Ma va ***: il tuo eloquio sprezzante è degno, in tutto e per tutto, della paccottiglia immonda che dirige la baracca dalle Alpi alla Sicilia.
Francesco Marotta
Ho amici che danno l’anima per i propri alunni, Blackjack, anche fuori dell’orario di lavoro, con sacrifici economici e familiari. Hanno umanità e competenza, capacità di ascolto. Mi sembra perciò ingeneroso quanto affermi in modo così generalizzato, anche se si basa su un’esperienza diretta.
Trovo poco da ridere nell’intento di trattare gli alunni come persone: questo non vuol dire azzerare il proprio ruolo. Gli insegnanti, forse, sarebbero meno bersagli, in classe, gli alunni meno numeri.
Ho parlato di formazione per gli insegnanti, intanto. I ricambi generazionali, nella scuola, nella società, nella politica, non sono cosa immediata.
Giovanni
Non avevo letto il tuo intervento, Francesco.
Ciao. Giovanni
Nel finale del suo articolo don Rigoldi scrive: «Non mi sento di affermare che i giovani siano odiati; poco amati, quello sì perché se ami una persona allora la guardi, la ascolti e poi ci sei concretamente nei suoi bisogni, ad aiutarla a diventare adulta e responsabile. Non mi pare che la famiglia italiana, la scuola, il mondo adulto in generale abbiano una cura adeguata nell’ascolto, nel voler capire, nell’offrire gli strumenti concreti per la realizzazione di ciascuno nella sua individualità».
Io, per quella che è stata la mia esperienza, dico proprio il contrario: mi sono sentito odiato. Di più, mi sento odiato, visto che oggi come oggi a 42 anni si è ancora definiti «giovani» quando non «bamboccioni».
E non è una questione di persone che ho avuto la sventura di incontrare, o di avere per parenti o insegnanti a scuola. È proprio una questione di sistema Italia – qualsiasi riferimento a Roberto Saviano è voluto.
Mi scuso se il mio sembra uno sfogo del tutto individualistico ma, per me che vivo molte delle ore della mia giornata in internet, sentire i mass media che demonizzano questo ambiente è doloroso. E sentire i politici (coloro che dovrebbero rappresentare le mie istanze, porca miseria) straparlare della rete senza nessuna cognizione di causa è veramente brutto.
È proprio odio quello che sento. E tentare di rispondere con la bellezza, a volte, è veramente difficile.
Guido Tedoldi
chissà perché della scuola parlano volentieri quelli che non ne sanno niente, se non un’eco lontana e parzialissima attraverso i figli. io non mi permetterei mai di dire ad un avvocato come comportarsi in una causa, né all’ingegnere come progettare un ponte. all’insegnante tutti vogliono insegnare il mestiere. sono insegnante di lettere, faccio con amore il mio lavoro e insieme a me molti colleghi, della mia scuola e di altre scuole. ho colleghi belli e meno belli, nessuno come le macchiette descritte dal nostro giocatore d’azzardo. forse sarò fortunata ad insegnare in una scuola dell’eccellenza (al ministero pare proprio che sia così), ma tutta questa miseria e incompetenza e quasi malignità d’animo io non l’ho vista mai. con i ragazzi parlo e parliamo in luoghi ufficiali e meno ufficiali. li ascoltiamo, cerchiamo di lavorare a partire da quanto hanno di buono, non il contrario. è difficilissimo, collaborazione prossima allo zero da parte di molte famiglie. vi potrei raccontare molti episodi che confermano la qualità del rapporto che ho cercato di instaurare con gli alunni in tanti anni, ma non sto qui a farmi l’autocelebrazione e l’autodifesa o la difesa della categoria. anche perché esco di corsa e vado agli esami di riparazione: no comment.
Il Giocatore d’Azzardo scrive: “Non vedo rimedi se non l’azzeramento, purtroppo impossibile, di tutto il corpo docente della scuola italiana”.
Proporre rimedi impossibili è un’attività intellettuale inutile.
attività intellettuale è un po’ troppo: a me pare una chiacchiera inutile da bar sport.
Se educazione significa soprattutto addestrare a una sana, chiara, decisa, costruttiva capacità di relazione con le persone, oggi, il primo danno, la vera corruzione dei giovani, arriva attraverso l’affermazione di un individualismo sospettoso, egoista, discriminatorio e talora anche razzista.
penso che questo possa essere un buon punto di partenza, non solo per i problemi della scuola.
è la via più difficile, ma forse l’unica che garantisca un risultato.
grazie per gli interventi
fabrizio
In seconda media, nel ’68, l’insegnante di italiano fascistissima (si può dire? Effettivamente lo era, dichiaratamente e orgogliosamente!) convocò mio padre per rinfacciargli, verbatim, che “suo figlio vive in un covo di comunisti”. In effetti ero un ragazzino pieno di problemi e la mia famiglia altrettanto, anzi peggio, ma lei guarda caso colse soltanto quell’aspetto lì.
Nel frattempo pensavo fosse cambiato qualcosa, e avevo ragione: la situazione è addirittura peggiorata.
Un caro saluto,
Roberto
“la situazione è addirittura peggiorata”:
a scanso d’quivoci, nel mio commento precedente mi riferivo alla notizia che apre il post e non alla situazione attuale degli insegnanti ed ai loro rapporti con i ragazzi, di cui so ben poco, non lavorando nella scuola e non avendo figli.
Certo che non abbiamo solo anonimi che tirano mazzate, ma anche ministre; l’esempio, buono o cattivo che sia, come al solito viene dall’alto.
Risaluto,
Roberto
Ma li vedi certi frequentatori di blog letterari di oggi? Pontificano sulle vite e sui lavori altrui con un tono di superiorità (estetica, infatti confondono estetica e morale), senza sapere nulla di ciò che credono di descrivere. In realtà parlano dei loro propri luoghi comuni, allo stesso modo in cui un imbrattatele austriaco tentò due volte l’ammissione alla Akademie der bildenden Künste di Vienna, dipingendo cliché di vita campestre: era quello che lui vedeva, e solo quello.
Qui, caro signore che mostri uno spessore di carta da gioco, si parla di un dramma vero, un paese che sta segando il ramo su cui siede (if you prefer, is painting itself into a corner), un paese che conduce una guerra contro le generazioni che lo abiteranno, e lascia terra bruciata. Un paese che si sta suicidando. E non è solo il fronte della scuola, è tutta la vita pubblica, è la rappresentazione mediatica (giovani dipinti come consumatori e deficienti), è la politica familiare, sono i rapporti economici.
per me la vecchiaia finisce a 25 anni.
ciao giocatore!
giocatore, però a questo punto, date le tue lamentele, potresti mandare tuo figlio in collegio in svizzera: a lugano, lì è pure pieno di casinò, credo, e lo potresti “controllare” meglio.:-)
Pur: non credendo – di poter parlare a nome della “categoria” [di “giovane” ho solo il vino novello in cantina] – credo “La retorica corrente dice che i giovani sono il nostro futuro” solo: retorica. Solo: arte del dire. Solo: privata del “fare”. E non tanto dai non-giovani, quanto dai molti giovani privati/privantesi della sana voglia di “cambiare le cose” per vie pro-positive.
In massima misura – ma con le DOVUTE eccezioni. Resiste ancora chi dice “a volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato” [Jim Morrison].
Sulla scia di Francesco Marotta: ho avuto insegnanti meravigliosi fondanti/fondamentali come pessimi insegnanti/insegnamenti. E per tutto/per tutte le professioni: dipende dalla PERSONA.
Qualcuno mi disse: sai quali sono gli unici mestieri dove l’offerta supera la richiesta? Baby-sitter e Badante… Una ruota: genitori che “non hanno tempo” per i figli che “non avranno tempo” per i genitori. E mi ferì: è sempre un “generalizzare” – e mai generare il cambiamento grande, partendo dai piccoli passi – in direzione opposta e contraria.
Ringrazio Don Rigoldi e chiunque – non dia la fine di ogni futuro – certa.
Chiara
Marotta: io ho un indirizzo e-mail al quale rispondo, esisto, e non gioco saltando da uno pseudonimo all’altro. Se qualcosa non ti quadra puoi sempre scrivermi: sono anonimo tanto quanto te.
Che la Scuola italiana sia un merdaio immondo (non vedo altre definizioni possibili volendo evitare compromessi di comodo) lo testimonia la situazione dei nostri studenti, quelli bravi sarebbero bravi anche se studiassero da soli (che poi è quello che succede), la progressiva scomparsa delle materie scientifiche e tutta una serie di indicatori. Fingere che l’impegno personale di “una parte” (quanta parte? avete numeri voi esperti?) del corpo insegnante sia sufficiente per giustificare lo sfacelo di un sistema formativo è molto più utopico della mia, dichiaratamente utopica e provocatoria, affermazione.
Se non si vuole capire che il sistema scolastico è fondamentale e si continua a difenderlo aggrappandosi al “ma noi siamo buoni”, vedo scomparire le mie poche, residue speranze. Marotta, quanto tempo è che non fai colloqui personali, pianificati e vis a vis con TUTTI i tuoi studenti e non solo con i “bisognosi”? La scuola italiana non lo richiede? Chi cazzo se ne frega dico io! Senza conoscenza reciproca profonda e senza la reciproca messa in discussione non esiste formazione. E chi lo decide chi è più “bisognoso” di un colloquio, di un confronto? La sensibilità personale che porta a fare le manfrine, cosa diversa dal colloquio, sempre all’alunno che fa casino e va male? O magari, indagando, si correrebbe il rischio di scoprire che fra i “bisognosi” devono essere annoverati anche quelli con voti buoni che non creano mai problemi?
Mi dispiace di aver offeso la sensibilità professionale tua e di Lucy e di tutti quelli che frequentano LPELS e lavorano nella scuola; sicuramente siete ottimi insegnanti, e non potrei affermare il contrario, ma che la scuola sia uno sfacelo, nonostante il vostro impegno, è un dato di fatto ed è un dato di fatto che abbiamo un corpo docente penoso: i risultati sono lì a testimoniarlo. Voi esclusi ovviamente.
Siete malpagati? Ne sono convinto, ma sono altrettanto convinto che, per quello che danno in termini formativi, i professori di mio figlio sono pagati persino troppo e senza che nessuno li possa mettere in discussione: mai! No, non mi sta bene che a dirmi che siete bravi e buoni e donate tutti voi stessi per la scuola, siate voi. E’ come chiedere all’oste se il suo vino è buono. In qualunque paese civile (quelli che io considero civili) esiste un sistema di misurazione delle capacità professionali dei docenti e, se il docente non va bene, si provvede prima con una formazione mirata e poi, se continua a non andar bene, lo si manda a fare un altro lavoro. Niente di disonorevole, mi pare, succede normalmente: ma non nella scuola italiana. La scuola italiana, supponente come sempre, boccia solo gli studenti. Anche qui c’è qualcosa che non mi quadra.
Lucy: e come fai ad essere così certa che della scuola io non so nulla? Se questo è il tuo modo di rapportarti all’interno di una discussione (squalificare l’interlocutore e degradare alla chiacchiera da bar) non vorrei essere al posto dei tuoi studenti.
Chiara: tutti abbiamo avuto i nostri docenti “fondanti” (io anche qualcuno “fondente”) e il tempo – e la lontananza – li rendono ancora più fondanti. Non è questo il punto. Il punto è che il SISTEMA scuola italiano non funziona: nonostante i professori “fondanti”. Se compariamo i risultati del nostro sistema formativo scopriamo che siamo in fondo a tutte le graduatorie, che abbiamo un tasso di accesso alle università fra i più bassi tra i paesi ricchi, che abbiamo il più alto numero di fuori corso, il più alto numero di abbandoni, il minor numero di brevetti depositati, una fuga continua di teste all’estero e un elenco di anomalie che potrebbe continuare per ore. In compenso abbiamo i ricercatori con l’età media più alta fra tutti i paesi ricchi: iniziamo a ridere subito o fra 2 secondi?
E si torna al tema giovani: in Italia i giovani sono vissuti come un fastidio. Si inizia a tollerarli appena prima che acquisiscano il diritto di voto. Ed è così anche per la scuola: è pensata per chi ci lavora e non per gli studenti. Sono molto più importanti i diritti dei lavoratori del sistema scuola, dei diritti degli studenti, ovvero dei giovani, e si arriva all’assurdo che qualunque professore può affermare, senza tema di smentita, di essere un ottimo docente, mentre questo diritto è negato allo studente (essenza del sistema scolastico), che non può mai affermare di essere un ottimo studente.
Mi dispiace, sinceramente, per i lavoratori del sistema scuola, ma fino a quando questo sistema non troverà la sua vera essenza, rimarrà il fallimento totale che, dal ’68 in poi, è diventata (tranne le rare eccezioni da giornale) la scuola italiana.
Mozzi: hai ragione e sono d’accordo!
Blackjack.
vedi G.d.A.: tu ed io non ci capiamo mai. tu intanto pensa a quello che dici e non squalificare tu per primo questa o quella parte della società. la scuola è un merdaio lo puoi dire quanto ti pare e troverai sempre chi ti dirà che non è così o ti manderà direttamente al diavolo. in secondo luogo per come ti butti a peso morto nelle discussioni ti squalifichi da te. io ho un difetto: non ho pazienza con gli adulti, forse perché la spendo in sovrabbondanza con i giovani. tu lascia stare come insegno o discuto io, mentre ti ridico: quello che sostieni, la foga tendenzialmente offensiva con cui lo sostieni è chiacchiera da pianerottolo, da bar. e tu offenditi. non dici niente di nuovo. fa’ quello che ti pare: manda i tuoi figli negli stati uniti, in svizzera, in inghilterra. hai il denaro per farlo. ma lascia ai noi mer…i la pace.
Franz, i Casinò svizzeri sono Casinò da morti di fame (sono frequentati da arricchiti della Brianza che fanno i ganzi con la finta amante russa di turno raccattata in loco) e non li ho mai frequentati molto. I collegi svizzeri non riscuotono la mia simpatia e, credo, non riscuoterebbero nemmeno la simpatia di mio figlio. Poi, lasciami fare il finto saggio una volta tanto, mica è un pacco postale, un figlio, che i genitori possono spedire alla bisogna dove vogliono. 🙂
Plevano: l’importante è conoscere il proprio spessore e io sono cosciente che il mio è simile a quello di una carta da gioco. Potessi scegliere opterei per una Fournier 18 standard (le mie preferite): hanno il giusto spessore, la giusta flessibilità, sono difficili da segnare e possiedono un’estetica gradevole. Poi è vero, non sono laureato in filosofia, mi ha sempre annoiato, e non mi sognerei mai di passare le mie giornate a insegnare in un Liceo Scientifico: non sono sufficientemente forte e non ho lo spessore sufficiente. Lo so e ho scelto di sprecare la mia vita rincorrendo puntate “with six figures” in girò per i Casinò del mondo. Ce n’è uno molto carino anche a Toronto, l’ultima volta ci sono stato circa un paio di anni fa. Ah, dimenticavo: il tuo spessore con quante carte da gioco sovrapposte si riesce a misurare? No, unità di misura errata: con quanti tomi di filosofia sovrapposti è misurabile? Mi pare più confacente.
Blackjack.
Lucy, è vero: ho sempre avuto grossi problemi nel capirmi con chi, di mestiere, fa l’insegnante. Ho anche sviluppato una mia teoria in merito: sono talmente assuefatti a insegnare e dare voti, che pensano sempre di essere in cattedra. Io ero rompicoglioni da studente, figurati ora che, per il normale sentire, posso considerarmi “arrivato”. Non chiedermi dove però: non l’ho ancora capito e dubito che ci riuscirò.
E’ vero anche che nelle discussioni, sugli argomenti (pochi) che mi interessano, mi getto a peso morto e senza mediazioni. Che ci vuoi fare, non mi riesce di dire che tutto va bene solo perché qualcuno potrebbe offendersi; è uno dei grossi problemi del nostro Paese: anche quando si naviga nella merda si cerca sempre il lato estetico per giustificare la puzza.
Blackjack.
A parte le esagerazioni verbali più o meno offensive (perché non ci rinunciamo?), e stabilito che non ha senso fare di ogni erba un fascio (è ovvio che nella massa ci sono anche un sacco di ottimi insegnanti), sembra abbastanza accertato che la scuola italiana, così com’è, non funziona. C’è la percezione dell’opinione pubblica, ma ci sono anche dati e cifre. Per contestare tutto ciò servono argomenti, altri dati e altre cifre.
sono talmente assuefatti a insegnare e dare voti, che pensano sempre di essere in cattedra. anche questo è un modo di dire, e abusato, non è una TUA teoria, non darti arie. vedi io sono proprio brava come insegnante, ma proprio tanto. e sai perché: perché non ho mai smesso, né mai smetterò, di imparare. assuefatta a… tuo nonno!
“Non è questo il punto. Il punto è che il SISTEMA scuola italiano non funziona” – e mi/ti/vi chiedo: NOMI CONCRETI. Nel Senso: non mi fido delle astrazioni/assolute. E delle categoria-stringa.
Ogni individuo – appartiene/non appartiene a un determinato “insieme”: la differenza regna nel come si comporta/rapporta. Il macro è nel micro. Nella “marcia” che si sceglie – o si scarta e scatta per migliorare – o si resta: passivo pasto dei vermi.
Come LE STORIE TESE, come ELIO:
Parcheggi abusivi, applausi abusivi,
villette abusive, abusi
sessuali abusivi; tanta voglia
di ricominciare abusiva.
Appalti truccati, trapianti truccati,
motorini truccati che scippano
donne truccate; Il visagista
delle dive e’ truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo,
una lacrima sul visto: Italia si’,
Italia no.
Italia si’ Italia no Italia bum,
la strage impunita.
Puoi dir di si’ puoi dir di no,
ma questa e’ la vita.
Prepariamoci un caffe’,
non rechiamoci al caffe’:
c’e’ un commando che ci aspetta
per assassinarci un po’.
Commando si’ commando no,
commando omicida.
Commando pam commando papapapapam,
ma se c’e’ la partita
il commando non ci sta e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone
non piu’ il sangue scorrera’;
infetto si’ ? infetto no ?
Quintali di plasma.
Primario si’ primario dai, ueeee!
primario fantasma.
Io fantasma non saro’
e al tuo plasma dico no.
Se dimentichi le pinze fischiettando
ti diro’: Fi fi fi fi fi fi fi fi
ti devo una pinza, fi fi fi fi fi fi fi fi,
ce l’ho nella panza
Viva il crogiuolo di pinze,
viva il crogiuolo di panze.
Quanti problemi irrisolti
ma un cuore grande cosi’.
Italia si’ Italia no Italia gnamme,
se famo du spaghi.
Italia sob Italia prot, la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia,
una pizza da solo; un totale di due pizze
e l’Italia e’ questa qua.
Fufafifi fufafifi Italia evviva.
Italia perfetta, perepepe’ nanananai.
Una pizza in compagnia,
una pizza da solo;
in totale molto pizzo, ma l’Italia non ci sta.
Italia si’, Italia no.
Italia si’ ue’, Italia no uo’ ue’ ui’ ua’.
Perche’ la terra dei cachi
e’ la terra dei cachi.
No.
No.
No.
No.
No.
No.
No.
No.
E si canta: all’Italia! Requiem? E gli Italiani dove sono? Allo stadio? Allo stato – gassoso?
Quale cambio di materia? Lo studio parte dalle suole – e dove poniamo i piedi! E continuerò a pestare le piante: “NO! CHI LO DICHE CHE – FUNZIONA COSì!- E SEMPRE SARà COSì?”.
Nei miei *minuti*: mulini dopo mulini – non mi rassegno.
Chi come me incontra almeno due volte la settimana insegnanti genitori, preti, amministratori, trova un impressionante analfabetismo educativo.
Cito!
Vorrei far notare che non si parlava solo della scuola, nel post.
Ma di educazione!
Gena
Cher Ferrazzí ( et alii),
il problema non è tanto la scuola italiana, ma il resto. Sulla scuola si può dire quello che si vuole, è un mondo così complesso che buona parte delle cose che si dicono sono comunque vere, in parte.
Il punto è pensare sull'”impressionante analfabetismo educativo” di cui parla don Rigoldi, che non vuol mica dire solo “scuola”! La mia impressione è che qui, in questo paese (e faccio un po’ fatica a dire “il NOSTRO paese”), alcuni elementari meccanismi di trasmissione di competenze e cultura si siano inceppati, e inceppati di brutto, e cpn essi alcuni movimenti di avvicendamento generazionale. Che molti ricercatori italiani lavorino all’estero è indice di una loro buona formazione di base, ma è un segnale molto brutto sulla ricezione sociale in senso lato di competenze specialistiche in Italia. E d’altra parte, chiunque abbia a che fare con ragazzi dai 15 ai 25-27 ann, non può fare a meno di percepire, al di là di atteggiamenti di comodo (che sono difesa), un’angoscia sul futuro che la mia generazione non ha conosciuto. È la paura di finire in basso nelle fessure del lavoro, della società (in inglese suona meglio, slip in the cracks), le fessure chi si vanno allargando e sotto cui non c’è più nessuna rete.
Di fronte a ciò, l’idea di società che si fa strada nel discorso pubblico è quello tipico di un corpo che reagisce istintivamente alla paura: elementare e in definitiva irrealistico.
In confidenza: ho paura del mondo in cui dovranno vivere i miei figli.
Lucy, ma io ti credo. Rimane però il dato di fatto che, per verificare la tua affermazione, non ho che una strada: fidarmi di quanto mi dici. Un po’ troppo poco, non ti pare? Se Bolt afferma che è l’uomo più veloce del mondo nessuno lo può smentire: ci sono i risultati del cronometro a confermarlo inequivocabilmente. Il tuo cronometro qual è? Meglio: dov’è il cronometro degli insegnanti italiani?
Vogliamo usare come riferimento il numero degli iscritti all’Università? Oppure dei fuori corso? Oppure di chi abbandona? Oppure il numero dei lavori originali di ricerca brevettati? Hai qualche altra idea? Io, se utilizzo questi semplici riferimenti, posso arrivare a un’unica conclusione: la scuola italiana fa schifo e non produce per quello che costa.
Gena: il fatto è che i giovani trascorrono molto del loro tempo a scuola e la scuola è fondamentale (uno degli elementi basilari) per fornire ai giovani gli strumenti corretti (educazione compresa) di cui hanno bisogno per crescere. E la scuola italiana è la stessa che ha insegnato (?) a quel Giudice il significato della parola comunismo.
Blackjack.
Insomma il solito ritornello: le famiglie contro gli insegnanti, gli insegnanti contro le famiglie (e magari un pizzico di stato), poi i preti contro tutti.
A parte questo alcune considerazioni sull’articolo:
Quando il prete afferma: la retorica corrente dice che i giovani sono il nostro futuro, che la nostra vita di adulti deve essere dedicata alla cura e alla costruzione di un futuro per i giovani… mi sento di condividere, la retorica corrente è proprio quella.
Quando il prete dice: io mi sento di denunciare una sostanziale incompetenza di troppi che parlano e straparlano dei giovani senza averli visti da vicino, averli ascoltati, aver voluto capire i loro comportamenti simpatici e antipatici, avere anche un po’ studiato un’importante letteratura di tecnici e di testimoni… mi sento di dissentire, perché la competenza non si acquisisce certo con la letteratura di tecnici e testimoni, né guardando i ragazzi da vicino o ascoltandoli (mi sembra pretenzioso ridurre la vita alla letteratura dei “tecnici” o incatenarla al lettino di uno psicologo).
Quando infine il prete dice: non mi sento di affermare che i giovani siano odiati; poco amati, quello sì, perché se ami una persona allora la guardi, l’ascolti e poi ci sei concretamente nei suoi bisogni, ad aiutarla a diventare adulta e responsabile… mi sembra di poter dire che sta affermando una stupidaggine. La presunzione più grande, da parte degli adulti, è proprio quella: credere di poter offrire strumenti per la realizzazione dei ragazzi. I primi ad aver bisogno di strumenti, invece, sono proprio gli adulti, generalmente non in grado di osservare il mondo, di capire come evolvono i sistemi e le strutture di una società, di rapportarsi all’aumento della complessità generale, e per questo sempre più confusi, disorientati, impauriti, e in quanto tali incapaci di una vera azione educativa. Dopo tutto i ragazzi non fanno altro che rispecchiarsi nella loro generale incertezza.
@ Blackjack. Fondamentalmente è compito della famiglia dare l’educazione ai figli, almeno finchè lo “Stato” te lo consente!
Il fatto che i bambini e i ragazzi stiano otto ore a scuola non agevola, questa possibilità .I bambini della scuola elementare fanno orari da metalmeccanici.
Personalmente non potrei delegare ad altri, l’educazione di mio figlio, se poi parliamo di istruzione allora è diverso!
Gena
@Carlo, credo che nel post don Gino parli con cognizione di causa, che va oltre la sua missione di fede.
Lavorare con ragazzi problematici richiede una continua messa a fuoco, non ti puoi permettere distrazioni.
Certo, voler bene è un grande impegno,ma saper ascoltare sarebbe già un grosso traguardo, per tutti gli adulti che hanno a che fare con i ragazzi.
Gena
La categoria del giovane, come dell’adolescente, del bambino sono tutte categorie della modernità, luoghi comuni di quell’altro paradigma altro luogo comune che è l’educazione, ben svelato da quell’ex prete che è stato Illich. Siamo in una società di controllo. E mi fa un po’ specie che sia suppongo dal don un prete a dire certe cose, più o meno condivisibili. Difficile creare relazioni sane, positive quando le relazioni sono prive di autorevolezza (con il 68 questo concetto è stato spazzato via e qualsiasi opinione ormai vale quanto un altra e viene chiamata punto di vista)o alla pari quando oggettivamente si mostra questa possibilità. Prendiamo il caso infatti dell’indottrinamento religioso nei bambini ancora piccoli, che sono privi di alcuna difesa. Liberare i bambini dai virus della mente, come dice Dawkins, mi sembra il primo passo necessario. Senza fondamenta, tutto il resto viene storto. Il risultato è sotto i nostri occhi e nel grande calderone tutti credono di potere ricostruire la logica esatta dei rapporti di causa ed effetto. Ma, ormai, ci sono solo effetti
Gena: nemmeno io voglio delegare l’educazione dei miei figli alla scuola, ma quanti genitori e quante famiglie hanno le possibilità economiche per poter dedicare ai loro figli il giusto tempo? Trenta o quaranta anni fa, una famiglia campava con uno stipendio, ora non è più possibile e il tempo che la famiglia riesce a dedicare ai figli è sempre meno e i figli cercano i loro modelli sopra tutto fuori dalla famiglia. E’ sempre successo ed è giusto che sia così, ma ora il rapporto è saltato e se la scuola che è, volenti o nolenti, il luogo nel quale i nostri figli passano la maggior parte del loro tempo, è popolata da insegnanti macchietta (fatte sempre salve le lodevoli e presenti eccezioni) il problema è maggiore di trenta o quaranta anni fa. Sopra tutto se la scuola (come struttura, come organizzazione, come sistema di protezione del posto di lavoro) non fa nulla per migliorarsi e premiare le eccellenze, anche dei docenti, ma appiattisce tutto al livello delle ‘macchiette’ ridicolizzando gli sforzi personali sia dei docenti, sia degli studenti.
Stiamo riportando la scuola, con l’atteggiamento di negazione della situazione critica in cui si trova, ai tempi in cui era un bene disponibile solo alle famiglie più abbienti e, se penso alla scuola, non mi passa per la testa quel luogo che ti insegna a leggere e scrivere (banale!), ma quel luogo che deve insegnarti a pensare autonomamente e, anche, educare.
Reagire a critiche anche pesanti sbandierando il “io sono bravo e mi stai offendendo” è esattamente lo stesso meccanismo protettivo dei ‘gruppi di appartenenza’: se non sono sufficientemente maturi e forti, forgiano regole orientate solo al mantenimento dello status quo e alla conservazione degli equilibri interni. Ma un gruppo che non accetta contaminazioni e cambiamenti, anche radicali, è destinato a morire ed è il destino della scuola pubblica italiana: o sarà in grado di reggere un terremoto che ne sconquassi le fondamenta e a rimettersi in discussione, oppure morirà. A pagarne le spese saranno sopra tutto i giovani delle famiglie meno abbienti, ma l’Italia è un paese nel quale i giovani non contano nulla, nessuno li vuole in mezzo ai piedi, nessuno è disposto a dar loro fiducia e tutti ne parlano solo per le stragi del sabato sera: un cliché dettato dall’invidia dei vecchi che, ai loro tempi, non potevano permettersi di andare in giro in macchina e schiantarsi in santa pace. Al massimo, quando erano ubriachi, cadevano nel fosso con la bicicletta.
Blackjack.
Blackjack:Il problema non è solo della scuola, ma dell’intera società, che se non trova gli equilibri tra passato e presente è destinata a scomparire in un nulla assoluto. Si prospetta una nazione composta da persone non persone che non sanno cosa sia l’autodeterminazione la conoscenza di se e dell’altro e a riconoscerlo come essere umano. Si corre il rischio di avere invidui condizionati al semplice mero consumo di beni, cosa, che del resto è già molto diffusa. Credo che l’educazione da parte dei genitori, sia un punto fondamentale e non penso che sia solo un problema economico.
blackjack io sono brava e mi stai…rompendo. ho fatto leggere i tuoi commenti a qualche collega. mi hanno detto che sono troppo paziente a perdermi dietro a questo sciocchezzaio. i nostri studenti traducono il latino a vista e lo scrivono, concorrono a livello mondiale in astronomia, informatica, fisica, conseguono il pet e il first tra i primi. ti basta? che mi importa di avere certificazioni. e oggettive su quali basi? chi le fa le regole della verifica? il padrone delle ferriere? su parametri di “produttività”, perché è questo quello di cui vai parlando. ma per piacere! a te chi dà il patentino del bravo genitore? quanti figli teste scariche girano creando danno al corpo sociale e a se stessi? eppure… ah scusa, ma anche lì è colpa degli insegnanti. dietro ogni incidente del sabato sera, in ogni morto per sballo scommetto che, con un po’ di buona volontà, possiamo scovare l’insegnante carogna assente sordo macchietta ignorante macchiglihadatolalaurea pusillanime ipocrita magnapagnotteaufo isterico e infine contento, in quanto vecchio, superato, decotto che un suo studente o quello di un collega sia andato fuori dalle palle. urrah! una pulce in meno! eccome se mi offendo.
io avrò il vizietto di salire in cattedra, ma tu quello di azzardare, e trinciare, giudizi: tanto, che ti costa, l’azzardo è il tuo pane.
ops! grazie gena. quello che penso detto con un grado di civiltà che io un po’ smarrisco perché non sono paziente con i “grandi”.
Di niente, Lucy, sono abituata ad essere paziente con tutti!
Gena
Caro Plevano, (non so perché mi chiami cher), cari tutti: la percezione generale è sbagliata, i riscontri statistici non vanno bene, la colpa è della società che andrebbe rivoluzionata dalle radici. Va bene. E allora che si fa?
Conoscendo l’eleganza dei tuoi romanzi, ‘le cher’ mi è venuto spontaneo.
“E allora che si fa?”
E che ne so?
ciascuno il suo, ecco che si fa. con coscienza con determinazione senza compromessi. con amore con chiarezza. con umorismo. ciascuno nella propria professione. da profiteor, che non vuole dire profitto. questa è la grande rivoluzione.
Lucy, ho capito che sei brava, ma non sarebbe male se non fossi tu (ti utilizzo in rappresentanza di tutto il corpo docente italiano) a dirlo. Se lo sostieni tu, così come lo sostengono i tuoi colleghi, mi dispiace: non siete attendibili. Poi mi piacerebbe sapere dove vivi; la scuola che dipingi in Italia esiste? “concorrono a livello mondiale in astronomia, informatica, fisica, conseguono il pet e il first tra i primi”, così scrivi; già, peccato che, tolte le eccezioni, rimane la regola: siamo il Paese con il più basso numero di iscritti alle facoltà scientifiche, la più alta mortalità universitaria, la peggiore produzione scientifica mondiale, nessuna società che produca uno straccio di software commerciale con respiro extranazionale (a parte qualche software di contabilità o ERP se ti piacciono le sigle), l’industria elettronica è inesistente, quella chimica alla frutta, delle telecomunicazioni non è rimasto più nulla, per la fisica chiedere all’ex progetto APE di Trento e l’età media dei nostri ‘ricercatori’ (di pepite fasulle) sfiora i 50 anni quando è noto a tutto il mondo della ricerca SERIO che le scoperte si fanno da giovani, quando la testa funziona, e non da bacucchi con i neuroni a spasso (tranne le rare eccezioni, ovviamente e non raccontarmele che le conosco, probabilmente, meglio di te e dei tuoi colleghi insegnanti irreprensibili e dei quali nulla si può dire). Ah, vero: produciamo le migliori piastrelle del mondo e abbiamo il maggior numero di insegnanti rispetto alla popolazione scolastica. Che cosa facciano tutti questi insegnanti non è chiaro, ma ne abbiamo un sacco! Anche se non ti fa piacere, questo è lo scenario (la regola) della scuola italiana.
Qui mi sa che chi gioca d’azzardo per il posticino non sono io, ma tu. Tu che auto-sostieni una bravura non misurabile (e chi ha mai parlato di produttività?) e, non l’hai detto chiaramente ma ci sei andata vicino, sei quasi pronta a sostenere che la bravura di un docente non si può misurare e, se proprio si deve fare, la misura deve essere inventata e gestita dai docenti. Sorridi: è la vecchia storia del gruppo solidale che si autoprotegge.
Per i giovani del sabato sera, beh, stai forse cercando una via d’uscita per spostare l’argomento e ricominciare la tiritera sui giovani d’oggi che sono peggio di quando eravamo giovani noi? Non so quanti anni hai, i miei sono 50 e, se guardo i giovani d’oggi e li confronto con me e chi mi era intorno all’epoca, posso arrivare a un’unica conclusione: sono molto meglio di noi!
Io non mi prendo nessun patentino da buon genitore; probabilmente sono il peggior genitore d’Italia. Ho solo la fortuna di avere un figlio che è molto più intelligente e serio e paziente di me; riesce a perdonarmi quasi tutto quello che combino e a giustificare persino le mie lunghe assenze. Ma ciò non cambia il fatto che abbia, tranne una lodevole eccezione, dei professori incompetenti.
Gena: tu sarai anche paziente, ma dopo che abbiamo constatato e concordato che tutta la società è da rifare che si fa? Cambiamo tutto per non cambiare nulla? Se devo cercare incongruenze le trovo, in Italia, nella categoria dei vecchi: non vogliono mollare il pallino, pretendono di essere sempre giovani e i giovani gli vanno bene solo quando fanno ciò che i vecchi vogliono che facciano. I vecchi sono il vero problema in Italia, non i giovani. Sono i vecchi che, per stare tranquilli, preferiscono comperare la macchina nuova al figlio, mollargli un centone a mandarlo in giro a fare ciò che vuole. Così sono liberi di andare a rincorrere, mimetizzati pateticamente da giovani e aiutati dal viagra, l’amante di 25 anni e, se non hanno successo, possono sempre ripiegare sull’extracomunitaria o provare il brivido del trans. Questa è la situazione, per chi se lo può permettere, e chi non può oltre a lavorare lui e la moglie, deve anche darsi da fare con qualche lavoro extra per avere una vita almeno dignitosa. Poi manda i figli a scuola e, tutti gli anni, con la complicità degli insegnanti (non quelli bravi ovviamente) si vede aumentare la spesa dei libri perché qualcuno ha mescolato gli esercizi di matematica o spostato qualche fotografia; ma anche in questo caso la colpa è degli studenti: lo sanno tutti che sono loro a scegliere i libri. Se poi parliamo delle Università si arriva alla barzelletta dei docenti che pretendono che gli studenti diano gli esami SOLO sui libri che LORO (geni incompresi, che il resto del mondo è scemo), hanno scritto; peccato che in alcuni casi questi libri non siano ancora stati stampati.
Vogliamo parlare delle assunzioni e dei concorsi pilotati dai baroni? Prego, a voi esperti la parola. Neppure un Fisico come Faggin, che tra le altre cose è stato uno dei progettisti dei moderni personal computer, è riuscito a vincere un banale concorso come assistente in un’Università italiana e se n’è tornato in America. Però ci siamo tenuti Zichichiricchichi: che in tv, camuffato da Einstein da strapaese, riesce benissimo e fa audience. Sicuramente quello che ha vinto il concorso al posto di Faggin, era molto meglio (ridiamo per non piangere). Oppure vogliamo parlare delle migrazioni alle Università del Sud per superare gli esami di stato?
Questa è la fotografia della scuola italiana, non quella delle eccezioni che dipinge Lucy per difendere, senza alcun pudore, interessi di parte; peccato che siano sempre dalla parte di chi nella scuola ci lavora e non di chi, dalla scuola avrebbe diritto di ricevere la migliore istruzione possibile: gli studenti.
Che si fa? Se continuiamo su questa strada, se ci ostineremo in questa difesa senza senso dello status quo, ciò che succederà è più che chiaro: la scuola è un boccone che fa gola e lo smantellamento della scuola pubblica è già iniziato. Tempo un decennio, forse anche meno, nella scuola pubblica rimarranno le seconde linee, gli sfortunati, gli sfigati e gli studenti migliori finiranno, con insegnanti migliori, nelle scuole private. L’azzeramento dell’attuale corpo docente, ci sarà comunque; in barba ai Marotta e alle Lucy, bravi o meno che siano.
Blackjack
Ah, se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che l’azzeramento (traumatico) dell’attuale corpo docente ci sarà comunque, non deve fare altro che andare a visitare Vibrisse e da lì il link al blog di Federica Sgaggio.
Si può essere o meno d’accordo (non ho letto nulla in merito e quindi mi astengo, per ora), ma l’azzeramento è iniziato.
Blackjack.
gda: ma non ti passa mai per la testa che le persone ti dicano anche cose grosse, che mai direbbero e oltretutto non pensano solo per il gusto di scocciarti un po’? perché ce l’hai tanto con gli insegnanti? la scuola che ho dipinto esiste, è in provincia di venezia e, ma guarda! pur avendo da lungo tempo i numeri per chiedere il trasferimento sotto casa continuo a lavorare lì facendomi un bel po’ di km al giorno, nonostante marito figlia e un mucchio di altri impegni familiari e non. come me molti altri. e checché tu ne pensi non siamo proprio un’eccezione. ti ricordo inoltre che nel panorama dell’assenteismo italiano siamo agli ultimi posti, e che tutti i colleghi con cui lavoro, e ho lavorato in varie scuole del veneto, se ne vengono a scuola con la febbre, se c’è una scadenza importante. leggiti “diario di scuola” di daniel pennac. non è una lettura tecnica, né niente di particolarmente esaltante in termini letterari, così come “ehi, prof!” di mccourt, due scrittori che hanno fatto gli insegnanti per molti anni. lì si vede un po’ perché l’insegnamento non è quantificabile inquadrabile e valutabile con metodi che pretendano obiettività. non è questione di autoprotezione: è questione che l’insegnamento è un mestiere con molte variabili, non è destinato a produrre macchine medicinali cibo, ma a lavorare sulle famose “persone” a cui tutti sembrano tendere e di cui a nessuno importa.
sai, quello che dici è vero: è probabile che la scuola così com’è nell’arco di dieci anni scompaia. ma gli intenti non sono quelli di rimediare a tutte le brutture che tu QUALUNQUISTICAMENTE le trovi:no! sarà per trasformarla in un bizness (ferma tutto: business!) come tutto in questo belpaese con il migliore dei premier possibili. lo dici con le tue stesse parole alla fine del tuo pistolotto. e comunque non so di quale azzeramento parli. cattedre in meno solo per questioni di bilancio, classi di trentuno alunni? è così che si fa la qualità, signori! porta in salvo i tuoi figli.
C’è un’articolo molto interessante su l’ L’unità, di Concita De Gregorio nell’editoriale “Il nostro posto”. Ve lo posterei ma non ho tempo!
L’articolo da alcune risposte, premetto che non mi occupo di politica in nessun modo, e non ho nessun interesse per la destra e neanche per la sinistra.
Gena
Ma non pensate che il concetto stesso di scuola sia interamente da rivedere, ripensare?
“Nell’attuale assetto dell’insegnamento, ogni intellettuale o lavoratore cognitivo deve essere il maestro di se stesso e l’acquisizione di un certo grado di capacità di lettura eidetica è, insieme, espressione di una necessità e progetto di una possibilità: nella storia dell’umanità l’acquisizione di strumenti segnici nuovi e operativamente molto più efficaci è stato – insieme – sintomo e fattore di mutamento (nelle transizioni successive alle forme sempre più appropriate di scrittura della seriazione pittura-pittogramma-ideogramma-sillabario-alfabeto; nel passaggio dalla numerazione classica a quella comunemente detta araba; nell’invenzione della notazione musicale; nell’invenzione – dal Rinascimento in avanti – dei mezzi di comunicazione di massa e nella straordinaria accellerazione della loro crescita e diffusione negli ultimi centocinquantanni; nell’invenzione della macchina da scrivere, della stenografia, dell’alfabeto Morse; nei linguaggi artificiali e di programmazione; nel word-processor;).
Al presente, SENZA UN’UTILIZZAZIONE MOLTO PIù AMPIA DELLE CAPACITà MENTALI E DEI TALENTI PERSONALI, la speranza di sfuggire alla frammentazione e alla deconnessione dell’orizzonte culturale è minima (Sergio Piro).
Caro Giocatore D’Azzardo,
penso di aver sbagliato a rispondere in modo intemperante al tuo secondo post. Ti prego di accettare le mie scuse. Devo essere allergico agli stereotipi, mi provocano una reazione urticante, e la serietà del tema, che tocca tutti ben oltre le differenze di gusto, censo, inclinazioni, ideologie, merita una discussione intellettualmente onesta, lunga e approfondita.
Lucy, continui a rimanere nel dettaglio della tua scuola perfetta e il tuo sostenere il dettaglio, come fanno altri che in un dettaglio felice operano e lavorano, e negare la ‘regola’ non ottiene altro risultato se non quello di fornire un punto d’appoggio per la leva che è già in uso e sarà utilizzata sempre di più per azzerare la scuola pubblica. Il tuo è qualunquismo, non il mio. Negare l’evidenza perché si vive una realtà che piace è qualunquismo.
Le brutture non sono io a trovarle, semplicemente esistono e, tanto per fare quattro risate, l’organismo che (forse) in futuro valuterà l’operato degli insegnanti lo inventò il primo governucolo Prodi (per sistemare i soliti noti vista l’insufficienza di fondi e di personale, deduco) e se non sbaglio si chiama INVALSI.
Lo scenario che dipingi, con classi di 31 alunni, potrebbe anche avverarsi e fa parte “dell’azzeramento”. Sarà accompagnato, così pare, dall’autonomia decisionale degli istituti e dalla possibilità di gestire la chiamata diretta degli insegnanti saltando quegli assurdi concorsi pubblici che non servono a nulla. Funzionerà? Solo se esisterà un sistema coerente e omogeneo di valutazione dell’operato delle singole scuole/università che consenta a noi, poveri genitori coglioni, di capire finalmente se una scuola è buona oppure no; se i soldi e gli sforzi che vogliamo fare per i nostri figli troveranno dall’altra parte una risposta coerente e quanto meno uguale agli sforzi economici e non solo, che le famiglie mettono in campo per garantire un’istruzione adeguata ai propri figli.
Io non ce l’ho con gli insegnanti, ce l’ho con alcuni insegnanti – troppi – che popolano la nostra scuola a qualunque livello e che dell’insegnante non hanno nulla e contro i quali non puoi fare nulla. Ce l’ho con questa scuola che appiattisce al livello più basso e se vuoi fare di più e hai la capacità di fare di più (vale per studenti e professori) non c’è verso. L’unica soluzione è andarsene.
Ce l’ho con tutte le anomalie che ho già elencato e non mi pare il caso di ripetere.
Blackjack.
PS: se pensi che, mentre scrivo e rispondo sia con la faccia cupa e lo sguardo vendicativo, sei sulla cattiva strada; non sopporto l’approccio italico che cerca di minimizzare, sempre, il tanto che non funziona con il poco che funziona, ma di solito sorrido.
Roberto, nessuna scusa: hai detto la tua, io ho detto la mia. Siamo diversi, vediamo le cose in modo diverso, le interpretiamo in modo diverso e, a fronte di un tema serio come quello della scuola, va bene qualunque diatriba, anche pesante, se raggiunge il risultato, anche minimo, di far pensare e vedere e valutare anche un solo grado di diversità.
Non ci vado mai leggero, quando mi attaccano direttamente (sono un giocatore d’azzardo presuntuoso e non lo fossi non potrei fare ciò che faccio), ma finita la partita nessun problema per una birra. No, correggo: per me acqua minerale e limone, che sto provando a buttar giù qualche chilo di troppo. Sei autorizzato a sghignazzare.
Blackjack,
Ho impiegato diversi minuti per leggere i commenti dei lettori di LPELS, e ho notato – mi sembra di aver notato – che come dice Lucy, il livello è quello da bar, soprattutto i ragionamenti del Giocatore.
Io sono un giovane insegnante di lettere al liceo, uno che quando faceva le superiori aveva fisso 8 in condotta e voti da promozione risicata. Poi per fortuna, l’università mi ha rimesso in riga…
Il Giocatore da un lato avrebbe anche ragione, nel senso che nelle innumerevoli scuole dove ho prestato il mio servizio – sono superprecario – ho incontrato davvero dei pessimi docenti: le donne, in genere, con ingioiellate e con i capelli fatti e una didattica stantia, gli uomini spesso privi di carisma. Ma questo è generalizzare e non vorrei. Di prof bravi, ma bravi bravi, ne ho conosciuti molti, giovani e meno giovani, esistono e si fanno un culo pazzesco, per ascoltare (esistono ore messe a disposizione per il colloquio singolo con gli studenti), per formare i saperi e attraverso le proprie discipline trasmettere valori.
Ce ne fosse uno tra voi lettori che abbia detto qualcosa sui genitori. Davvero triste. Ci dicono a noi che siamo frustrati, ignoranti come le bestie, anacronistici: ma qualcuno dei colleghi qui presenti non si ricorda dei colloqui con le famiglie? Ma vi rendete conto di che gente viene? Io a certe persone non affiderei nemmeno un gatto, figuriamoci l’educazione di un giovane.
Ho insegnato nelle scuole italiane all’estero, e lì gli adolescenti erano letteralmente parcheggiati per permettere lauti stipendi e carriere mirabolanti ai propri genitori. Ho insegnato nella scuola “in” della mia città, ho visto diciottenni venire a scuola con decapottabili da 40 mila euro, vestiti all’ultimo grido, sfrontati e facili nei calcoli, persino dei nostri stipendi, arrivando anche a mortificare i professori sull’aspetto economico. Ho insegnato in un liceo di provincia, e lì ho goduto davvero: molti dei miei studenti erano figli di persone “normali”, di lavoratori, di operai, di impiegati da mille euro al mese di stipendio.
Ho ritrovato la vera educazione, il rispetto sincero, quello che ti fa dare del “lei” perchè è giusto dimostrare rispetto verso chi è più grande d’età, verso chi occupa un posto importante, verso soprattutto chi ha qualcosa da insegnare. Ed i loro genitori erano all’altezza del compito educativo.
Putroppo in Italia si gioca sempre allo scaricabarile: un genitore non educa perchè ci deve pensare la scuola, o la parrocchia o gli scout. Ma stiamo scherzando??? In Germania i professori sono venerati perchè custodi di intelligenze, saperi, capacità di analisi, profondità di pensiero. Ma che è, io devo sobbarcarmi anche l’incuria delle famiglie?
Poi ci sono quelli che romperebbero pure al panettiere sul modo corretto di fare il pane, ma quella è una categoria immarcescibile. Mi fa ridere il Giocatore, lo immagino ai colloqui rompere con una saccenza premeditata, come a dire “gliel’ho fatta proprio vedere io a quel fallito”.
L’articolo postato da Fabrizio è interessante, ma ha il solito vizio: si demanda alla scuola quello che dovrebbero fare i genitori.
Signori, non è colpa mia se i genitori dei miei alunni sono degli inetti, degli amorali, degli arrivisti, che antepongono i soldi all’educazione, che divulgano la cultura dell’arraffo, del “volemose bene”, che vengono a chiedermi “ma secondo lei a mio figlio devo proibire tutte quelle ore davanti al messenger?”. Se uno di 40 anni fa una domanda del genere, soprattutto a me che ne ho 31 e non sono sposato nè ho figli, allora vuol dire che il fallito è lui, l’incapace è lui, anche se guadagna 5 mila euro al mese.
Non so se mi sono spiegato…
Un caro saluto a tutti
Francesco
francesco: grazie! se sei una new entry della scuola e pensi di rimanerci e molti altri sono come te credo che l’azzeramento apocalittico minacciato dal nostro gda in puro stile berlusco-schifanoide non avverrà. anch’io insegno in provincia per tutte le ragioni che hai menzionato. mi sono trattenuta dal fare battute sul giocatore in veste di genitore ai colloqui, ma vedo che l’ideuzza t’è balenata. sui genitori qualcosa l’ho detta io implicitamente, ironizzando su tutte le estreme responsabilità che ci vengono addossate. ma è lettera morta.
molti a dire io non insegno, ma… io non ho figli, però…e io provo a dire non so niente di case da gioco, ma… non so niente di calcio, ma…non so niente di economia, ma…
un’ultima cosa: se i nostri studenti e ricercatori vanno con successo all’estero lo devono a qualche liceo e università italiana, o no? risposta di gda: no, lo devono a se stessi e al buon esempio delle famiglie.
ah: il trovarmi d’accordo con te naturalmente fa parte di un patto di sangue tra prof.: sssssssssss!
ah: e sei giovane quindi migliore di noi vecchi. ma se sei prof. mi spiace, non vale. vale per l’astrazione “i giovani” di oggi, meno che per gli sfigati che hanno deciso di insegnare.
saluti e salute! chiacchiere dal baretto sotto casa. mi bevo un bello spritz. ach! la prof. è un’ubriacona.
Mentre voi discutete sul nulla, ma bisogna anche riconoscere che siete quasi tutti impantanati con successo dentro l’idea che la scuola, l’università, gli insegnanti si possano cambiare, giudicare se vadano bene o meno, uomini ingegnosi, come Sergio Piro, Edward De Bono, Nassim Nicholas Taleb, Pierre Lévy e Michel Authier, Edgar Morin, avevano già proposto idee su questi argomenti, radicalmente nuovi, realmente innovativi. Ma sappiamo anche che ci vorrà ancora del tempo perché vengano presi sul serio. Non si è ancora battuta la testa in maniera suffcientemente forte sul muro per capirlo. E ognuno continua a difendere il proprio orticello, dimenticando che i cervelli dei giovani sono cambiati.
@lucy “io non mi permetterei mai di dire ad un avvocato come comportarsi in una causa, né all’ingegnere come progettare un ponte”.
Quindi se poi il ponte crolla non devo dire nulla?
Se mi manda alla malora una mia causa mi devo stare zitto?
Se l’idea del sapere è quello di un luogo inaccessibile a chi non è una specialista, allora siamo proprio fritti.
Credo che ci sia sempre spazio per giudicare ciò che non conosco. Vi sono tanti modi per giudicare prendendo coscienza dei propri limiti conoscitivi
eccome se sono cambiati. in meglio? è possibile nutrire qualche dubbio?
sì: lamentati. poi prendi e va’ a progettare un altro ponte. perfetto però.
Si potrebbe – per quanto riguarda la scuola – ripartire da qualche domanda.
Ad esempio:
– che cosa vogliono dalla scuola, esattamente, i cittadini?
– che cosa vogliono, dalla scuola, esattamente, i genitori? (che sono una categoria distinta dai cittadini).
– che cosa vogliono dalla scuola, esattamente, gli insegnanti?
– che cosa vogliono dalla scuola, esattamente, i ragazzi?
– che cosa vuole questo governo dalla scuola?
e simili.
Poi:
– quali scopi hanno perseguito, esattamente, le politiche della scuola, negli ultimi quarant’anni?
– questi scopi sono ancora accettabili? Sì? No?
– se non sono più accettabili, quali sono gli scopi che dovrebbe avere una politica della scuola, oggi?
Una considerazione. Credo che parlar male della scuola sia un modo per farla andare male. Maggiore è la frequenza e l’autorevolezza dei discorsi che dicono che la scuola va male, che gli insegnanti non sanno fare, che tutto è allo sfascio, eccetera eccetera, e più – credo – gli insegnanti si deprimono e demotivano, i genitori perdono fiducia negli insegnanti, i ragazzi arrivano a scuola convinti che sia solo una rottura di palle, eccetera.
Non dico che dovremmo tutti metterci a cantare che tutto va ben, madama la marchesa. Ma proviamo a dire che cosa c’è di bello e buono, nella nostra scuola.
la proposta di Giulio mi sembra ottima: se ne può ricavare una rubrica, che del resto già da tempo avevamo pensato di affidare a Giorgio Morale, insegnante di grande esperienza. Giorgio per il momento è fuori per le ferie. intanto si può cominciare con la raccolta di materiali.
Lucy, simpatico il siparietto con l’ultimo arrivato. Comunque nessun problema da parte mia, le motivazioni (rovesciate verso i genitori) di Francesco, sono da bar tanto quanto le mie (se questo è lo schema che si vuole utilizzare): dagli al genitore che è sempre un coglione tranne quando guadagna mille euro al mese. Sorrido.
Va da sè, Lucy, che anche se avessi fatto battute su di me come genitore ai colloqui, saresti cascata male. Sono un genitore degenere, sono andato a un unico colloquio (quello con la prof. di inglese) e la grande fortuna che ho, già detto, è che mio figlio è molto più intelligente, paziente e saggio di suo padre. Tra l’altro è di una “noia” mortale con la sua sfilza di Eccellente e non saprei proprio che fare, tranne che stimolarlo, raramente purtroppo, cercando di collegare ciò che sta studiando con la vita reale di tutti i giorni. Ho iniziato, per colpa mia, a conoscerlo negli ultimi tre anni ed è molto di più quello che lui ha dato a me di quello che io ho dato a lui, molto poco: solo più tempo.
Francesco, mi piace il tuo entusiasmo nel dividere il mondo fra bianco e nero, però mi pare di capire che non è tutto oro quello che luccica, nemmeno fra gli insegnanti. Visto che sei fresco di studi, ci racconti qualcosa della bellissima università che hai frequentato?
Mozzi, questioni interessanti, ma ogni singola questione meriterebbe giorni o settimane. Provo ad abbozzare un paio di risposte lapidarie sul fronte cittadini e genitori.
Come cittadino mi aspetterei una scuola che funziona, al passo con i tempi, in grado di stimolare la curiosità degli studenti, che restituisca in conoscenza il denaro che serve per mantenerla e, soprattutto, costruita per gli studenti e non solo per chi ci lavora.
Come genitore mi piacerebbe trovare, all’interno della scuola, insegnanti che hanno qualcosa da insegnare, voglia di insegnare e capacità. Che sappiano mettersi in discussione e confrontarsi. Non solo nelle ‘isole felici’, ma nella maggior parte delle scuole italiane. Che siano in grado di ascoltare anche i loro studenti. Vorrei che la scuola fosse in grado di scegliere DIRETTAMENTE gli insegnanti e che l’operato delle scuole fosse pesato e valutato.
Blackjack.
Un contributo alla riflessione.
Sul sito del Corriere della Sera sono disponibili i risultati della famosa indagine PISA/OCSE, sui quali si basano alcune riflessioni di questi giorni sulla scuola.
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2008/08/26/pop_scuole.shtml
I dati analizzano le capacità matematiche e di lettura e le conoscenze scientifiche; non entrano quindi nel merito dei programmi (serve il latino? bisogna studiare filosofia nei tecnici? bisogna fare educazione sessuale, civica, artistica, musicale? facciamo leggere Moccia o Manzoni? bisogna conoscere la guerra dei Sette Anni?) e delle metodologie didattiche, ma misurano semplicemente tre competenze che nessuno può negare essere di fondamentale importanza per la vita “reale”.
Ammesso che questi dati siano veritieri e che i criteri con cui si è svolta l’indagine siano validi (non capisco ad esempio se gli studenti delle medie inferiori sono stati sottoposti agli stessi test somministrati alle scuole superiori), mi pare emerga chiaramente, ancora una volta (lo si sa come minimo dai tempi di don Milani), l’enorme importanza delle condizioni socioeconomiche nella formazione di un individuo e, quindi, la relatività del “peso” che ha la scuola: gli studenti dei licei del Nord e del Centro superano abbondantemente la media OCSE; e gli studenti liceali del Sud, almeno per quanto riguarda la lettura, sono nella media; anche gli studenti dei tecnici del Nord sono sopra la media, quelli del Centro se la cavano; gli studenti dei professionali del Nord e del Centro, vanno comunque peggio dei liceali del Sud e non raggiungono la media.
D’accordo con Giulio Mozzi e con Fabrizio.
Giovanni
Problema molto spinoso. ho letto i commenti. la scuola, ultimamente ha cambiato più volte la sua identità. non c’è stato tempo per fare attecchire un’idea.
la famiglia, ultimamente ha cambiato più volte la sua identità. non c’è stato tempo per capire i cambiamenti della scuola. Restano gli insegnanti, quelli bravi e di buona volontà che devono rivoltarsi le classiche maniche ad ogni giro di boa dei vari governi. restano gli studenti che necessiterebbero di più figure carismatiche che li motivassero allo studio. resta la società tutta dalla quale i giovani prendono ciò che è più facile prendere.
Credo che non sia produttivo prendersela o con gli insegnanti o con i genitori perchè sia tra gli uni sia tra gli altri , come per altre categorie umane, c’è del buono e del meno buono.
Riconosco che questo mio è un intervento poco esaustivo, ma mi sono stancata.
ci risentiremo.
jolanda
grazie ancora per gli interventi.
un grazie particolare a Giuseppe per il suo contributo.
Cari lettori e caro Giocatore,
credo che fondamentalmente l’atteggiamento verso la scuola oggi sia anch’esso figlio del più becero dei relativismi. No, non è retorica, credo che sia un buon punto di partenza.
Vedi caro Giocatore, io vengo da una famiglia umile, vivo in provincia, e sono cresciuto prima di tutto con l’etica del lavoro, del sacrificio e dell’impegno.
Qualità che, come ho scritto prima, ho ritrovato negli studenti figli di famiglie comuni, di quelle che guadagnano nella media, che fanno la fila per ogni cosa, che ammucchiano i soldi per le vacanze come delle formichine durante l’inverno.
E se per te è dividere tutto tra bianco e nero, non c’è problema, sono oramai immune a queste risposte qualunquiste.
E’ un po’ il discorso che il ricco soffre quanto un povero, è avvilente sentire una cosa del genere. Però, quando parliamo di fatica e di lavoro, ah bè, tutti si impegnano al massimo.
No, caro mio, quando da giovanotto sei costretto a lavorare e dare gli esami e farti un mazzo tanto, non ti stai impegnando come il figlio del “cummenda”, lui i calli nelle mani non ce li ha, le occhiaie da nottate sui libri non ce le ha, non deve scegliere cinema o pizzetta nel giorno libero (tutti e due sarebbero una spesa eccessiva).
E’ ora di dirle chiare le cose, basta con questa ipocrisia che siamo tutti uguali e patiamo alla stessa maniera. Ma che, per davvero ci siamo rimbecilliti? A furia di farci vedere Lucignolo e il Billionaire, sembra che siamo tutti sulla stessa barca!
Giocatore, vuoi sapere della mia università? Bene, io ho studiato a Macerata, lettere classiche ad indirizzo archeologico e sono strafelice e onoratissimo dei professori e delle professoresse che ho avuto: mi hanno insegnato materie straordinarie, mi hanno fatto capire come solo con il duro lavoro si ottiene qualcosa di importante per se stessi. Ho avuto come docenti quelli che sono considerati tra i migliori d’Italia nelle loro discipline, e sai una cosa?
Erano loro stessi i primi a venire e fare lezione, ad essere presenti agli esami, mica mandavano qualche assistente leccapiedi.
Oggi va per la maggiore questa frase, di matrice molto americana: ho dato il massimo, ho lavorato duro.
Lavorare duro significa ben altro, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, ma se invece vogliamo fare finta di aver lavorato, di alibi e di pacche sulle spalle ce ne sono davvero tante.
L’università mi ha formato, mi ha dato una cultura “marziale” del lavoro: poche chiacchiere e pedalare. A scuola insegno in questa maniera, non ci sono alibi da cercare, non ci sono “maddai prof!”. Alla fine mi ringraziano, i ragazzi e i genitori. Quelli da mille euro al mese. Gli altri, i benestanti, oramai sono abituati ad imbrogliare le carte.
La scuola non sta male, è ora di finirsela, non è questione di debiti/crediti, di esami a settembre, di progetti e portfolio.
C’è da lavorare, punto. I genitori devono insegnare ai loro figli il rispetto dell’impegno e del sacrificio, gli alunni vanno seguiti in questa crescita senza abbassare la guardia, e i prof (Lucy non mi riferisco a te) devono tirare fuori gli attributi e finirsela di regalare gli 8 a destra e a manca, specie ai figli del farmacista, dell’avvocato, del dottore e del notaio, dell’industrialotto ignorante come una bestia ma arricchitosi in breve tempo.
Questo non è bianco o nero, è la quotidianità, se ti sta bene Giocatore è così, altrimenti davvero, iscrivi i tuoi figli all’estero.
Domandate ad un ragazzo che cosa vuole dalla scuola: vi risponderà mille amenità, materie più interessanti, orari più flessibili (ho dato un tema a proposito ai miei studenti), salvo poi ottenere l’autogestione per qualche giorno, riempire le classi di corsi di yoga, di cinema, di musica e bivaccare per i corridoi con la medesima noia che osserviamo durante le ore canoniche. E allora?
Nella mia breve esperienza ho notato alcune tipologie di studenti: i volenterosi a prescindere dalla materia, quelli appassionati di una disciplina per vocazione naturale o perchè riguarda il mestiere dei propri genitori, i sognatori romantici, gli annoiati da una noia genetica e spesso familiare, che s’annoierebbero anche in mezzo ad una festa.
I ragazzi non sono cambiati, e lo dico da trentenne, i ragazzi sono sempre gli stessi di quando ero adolescente io: a cambiare sono gli strumenti di cui dispongono, le tecnologie. Ma il bisogno d’affetto, la passione per qualcosa che li coinvolge, il rispetto per chi ha carisma (i ragazzi sanno ancora pendere dalle labbra dei proprio prof), l’amore che compare in quell’età come una tempesta di emozioni, quelli sono rimasti inalterati.
Parlano diversamente? Beh, anche noi avevamo uno slang diverso da quello dei nostri genitori, ma sulle basi umane non v’era differenza.
Questo è quello che ho vissuto io in provincia, non posso parlare per la situazione nelle grandi città. Ma di grandi città in Italia non ce ne sono poi così tante…
Un caro saluto a tutti e un ringraziamento a Fabrizio per darci la possibilità di queste chiacchierate!
Il giocatore d’azzardo è quello che mi è più simpatico, non tiene il prosciutto sugli occhi almeno
Francesco, cercherò di essere breve per non annoiarti (che poi non ci riesco mai). So ESATTAMENTE cosa vuol dire campare anche con meno di 1000 euro al mese. E’ vero, ho anche un titolo nobiliare (una cagata tremenda per come la vedo io) ereditato da uno dei miei genitori, peccato che fosse rimasto solo quello perché il solito pirla si era bruciato tutto il patrimonio e le nozze dei miei furono coi fichi secchi.
Sono “scomparso” da casa appena maggiorenne e mi sono mantenuto da solo (e mi mantengo tutt’ora da solo) senza mai chiedere una lira e divertendomi con i lavori più strani: barista, pizzaiolo, insegnante di italiano alle figliole delle famiglie bene (divertente anche per altri aspetti meno culturali…), commerciante e, alla fine, anche giocatore d’azzardo; che poi è diventato il mio lavoro.
Non venire a farmi la morale sulla fatica della vita dura; quando avevo sei anni andava con mio Padre alla seriola (il fosso!) a due chilometri da casa con il trattore e la botte per recuperare l’acqua che poi serviva in casa, scaricata nel pozzo, per gli usi domestici, e l’acquedotto, anche se vivo nel profondo nord, ha portato l’acqua dove abitavamo quando di anni ne avevo già otto. Pari e patta mi pare e quindi smettiamola con la retorica del duro lavoro.
Una volta sbrogliata questa matassa infinita, tipica del bizantinismo italico (che dipinge di bianco e cosparge di profumo persino la merda) vorrei ricordarti che siamo il paese con il MINOR numero di pubblicazioni scientifiche serie, la peggiore formazione d’Europa (dopo di noi solo Portogallo e Grecia), il più alto livello di abbandono a partire dalla scuola media superiore, il minor numero di iscritti alle facoltà scientifiche (a Milano ci sono circa un migliaio di iscritti a fisica e matematica e 3800 e rotti solo alla Bocconi, e tralascio per pura pena gli iscritti a economia e commercio, giurisprudenza, lettere varie e seghette universitarie con lauree di fantasia che hanno abbondato negli ultimi dieci anni: Fonte MIUR), il minor numero di brevetti depositati, 63 punti di distacco (anche per il nord) nel punteggio PISA rispetto alla Finlandia (equivalgono a circa DUE anni di scuola, valutazione dell’INVALSI, il ‘robo’ inventato dal governucolo Prodi per monitorare la scuola italiana), università del Sud che rilasciano lauree e maturità a tutto spiano (basta che tu legga qualche giornale per capire cosa combinano), un sistema di assunzione degli insegnanti basato su concorsi pubblici assurdi che vedono migliaia di persone stipate in un palazzetto dello sport manco fosse la selezione delle veline per Striscia.
Mi fermo per pura pietà e ti rimando alla descrizione dei docenti di mio figlio che ho fatto in uno dei primi commenti. Ah, vorrei ricordarti che la scuola (non sempre per colpa degli insegnanti, ma ci mettono del loro visto che sono loro, non io, che ci lavorano) sta diventando sempre di più una scuola di classe (chi è che abbuona 8 al figlio del ricco di turno? Io? Scusami ma di solito ai ricchi di turno io i soldi li levo!!!). E non voglio parlare di quella grandissima cagata che è l’equiparazione di una laurea presa a Macerata con una laurea presa al politecnico di Torino. Scusami se utilizzo la tua Università, ma è così: le lauree NON SONO tutte uguali ed è ora che qualcuno lo affermi ad alta voce. In caso contrario non mi spiego perché (e succede adesso) gente che non riesce a superare gli esami a Milano o Torino o Padova, se ne va al Sud e ZAC: torna esaminata e rampante. Se vuoi un elenco nominativo sono in grado, con un minimo di sforzo e ricordando solo le persone che conosco, di citarti almeno una cinquantina di nominativi.
Se io chiedo, come ho fatto, a mio figlio cosa vuole dalla scuola la risposta è semplice: professori che non abbiano l’unghia del dito mignolo lunga mezzo metro, che non siano preoccupati più dei loro tacchi a spillo e dell’acconciatura che del resto, che la smettano di rompere i coglioni ai ragazzi perché una volta erano belle e ora sono invecchiate. Ma le domande, bisogna saperle fare, per ottenere le risposte che contano: le risposte dipendono dalle domande e da come sono poste. Sei giovane, non iniziare a comportarti come i vecchi che pongono le domande in modo che le risposte dei giovani confermino la loro convinzione che i giovani sono più stupidi di loro! Non è vero e i ragazzi che tu ora consideri stupidi (a fronte delle risposte di comodo che ti danno) sono stupide, fra dieci anni ti mangeranno in testa e ti faranno sentire un fallito. Non pensare MAI di essere il più bravo: quando inizi a sentirti bravo è il momento giusto, per quello veramente bravo di inchiappettarti. Un po’ di gioco d’azzardo non ti guasterebbe…
Ovvio che esistono anche un sacco di docenti bravi e di ricercatori bravi, ma si PERDONO all’interno di un sistema che NON produce una ricerca e un’invenzione seria dai tempi dei neutrini beccati sotto il Gran Sasso; tanto per chiarire: merito più della composizione del granito del Gran Sasso che delle deduzioni di quel Nobel che dal CERN di Ginevra hanno accantonato senza grandi problemi perché non ha imbroccato un progetto che è uno (dopo il Nobel) e l’acceleratore lineare sembrava un acceleratore curvilineo. A me non è che dispiacesse la cosa, abbiamo già un altro paio di acceleratori lineari che generano micro buchi neri che prima o poi creeranno qualche casino e il fatto che quello di Ginevra non funzionasse lo vedevo come un vantaggio 🙂
Sono invece d’accordo sulla chiusa del tuo commento, nulla da dire ed è perfetta. Solo una nota: hai ancora 4 anni (se non ricordo male ne hai 31) per considerarti giovane, dopo di che anche i tuoi neuroni, come i miei che sono un pochino più vecchi, andranno in pensione e ti toccherà campare di esperienza, che l’originalità sarà definitivamente perduta.
Blackjack.
PS: scusami per il ritardo nella risposta, ma oggi (di giorno) ho ‘lavorato’; mi è anche andata bene.
“non mi spiego perché (e succede adesso) gente che non riesce a superare gli esami a Milano o Torino o Padova, se ne va al Sud e ZAC: torna esaminata e rampante”.
Se è per questo c’è un sacco di gente che non riesce a superare esami ad Ancona, “sale” nella dotta Bologna e ZAC.
infatti…hai ragione Carlo…..la laurea di Macerata vale molto, ma molto di più di quella di Torino.
Qualche marchigiano ha mai dato latino con Broccia? Se c’è qualche anima pia potrà confermare l’impresa….
Per il resto soliti dati. E infatti nelle università statunitensi non ci assumono mai, i nostri cervelli li teniamo tutti in Italia, poverini….
Giocatore, sai come si fanno le statistiche? ahahahhahaha!!
E’ meglio che stendiamo un velo pietoso sui dati, già ce n’è sempre uno che presenzia da la trasmissione di Vespa e sciorina dati su dati, e basta e avanza….
Cari saluti a tutti!
le grandi università americane, forse non tutti sanno che sono in realtà istituti benefici che prendono, pur di impiegarli qualche ora al giorno, sempre meglio che su una strada, i poveri ignoranti ricercatori italiani, usciti da queste scuolacce e da queste università pietose. loro che possono ci fanno la carità di prendere questi nostri fratelli sfortunati, gratis et amore dei.
avòja, se li prendono!
Francesco, Carlo e Lucy, e poi chiudo qui: ma perché continuate a dipingerVi in testa una realtà che non esiste? Le università italiane fanno pena (escluse le solite rare eccezioni) altrimenti quelli buoni non se ne andrebbero, ma rimarrebbero qui a fare ricerca!
Nessuno discute i meriti dei bravi, e ci mancherebbe, ma il bravo è l’eccezione che conferma la regola. Vabbé, è come pretendere che un tifoso interista ammetta che il Milan ha giocato meglio.
A buon rendere e tenetevi le vostre certezze.
Blackjack.
se permetti, io mi tengo delle opinioni, non delle certezze.
Ho esitato a lungo, se infliggervi il mio parere, se corredarlo da note autobiografiche (più difficile capire se non so nulla di chi mi parla)alla fine ho deciso di riassumere (si fa per dire) la mia posizione di genitore:
LA SCUOLA CHE VORREI
Il mondo è quello che è, pieno di cose fantastiche e di merde puzzolenti.
Non esistono ricette magiche, fanno ridere (o piangere, dipende)
quelli che pensano di risolvere alcunché con regole, strutture o altri marchingegni pratico-burocratico.
Ci sono dei principi generali su cui dobbiamo confrontarci poi potremo scendere nel dettaglio del numero di insegnanti, dei voti, degli esami, degli orari, …
Qui, non so se ho capito bene Giocatore d’azzardo (Gda), ma mi pare di condividere buona parte delle sue opinioni di fondo – anche se picchia sempre solo su pochi punti, diciamo così, negativi (la scuola fa schifo) e distruttivi (azzeramento),ricordo pochi spunti “costruttivi”, ma uno è per me fondamentale (dico fra poco quale).
La scuola come fu impostata nel dopoguerra e nel dopo 68 è utopistica: Diritto allo studio, possibilità a tutti, ugualitarismo, …
Tutte cose belle e giuste, ma non adeguatamente inserite nel mondo, in pratica una scuola inadatta all’ambiente in cui doveva crescere, senza possibilità di sopravvivere.
Gli insegnanti non sono classificabili come categoria,ma sono una categoria, apparentemente attenta ai propri diritti e privilegi in pratica sbeffeggiata perché incapace di fare il gioco duro per cui, come categoria, hanno ripiegato sul “guadagno poco e faccio poco” – a parte, ovviamente, la % che ha una vocazione diciamo così “a prescindere”, si può discutere quanti siano, ma si tratta di una minoranza netta (certamente sotto il 30%).
Il punto 1 (e qui credo di essere d’accordo con gda): Dobbiamo avere un modo di verificare i risultati della scuola per premiare il merito, sia degli insegnanti, sia degli studenti in modo standardizzato (almeno nazionale, meglio se europeo).
(per standardizzato intendo un modo comparabile, con regole che lo rendano verificabile)
La privatizzazione morattiana non porta su questa strada, ma all’opposto in una giungla di scuole di classe.
La difesa corporativa dello stato di cose enfatizza gli aspetti negativi che tendono ad incistarsi, degenerare, decomporsi
(come il dibattito ha, mi pare, chiaramente mostrato).
La scuola deve essere flessibile in base alle esigenze delle famiglie, che sono assai diverse dall’una all’altra; non ci può essere una scuola ben fatta a prescindere dalle esigenze delle famiglie.
L’assegnazione delle risorse deve avvenire in un mercato competitivo:
Scuole e professori, si scelgono come le imprese scelgono i professionisti di cui hanno bisogno
Allievi e scuole, si scelgono in base alle proprie esigenze in un ventaglio di possibilità.
So che molti arricciano il naso, ma non abbiamo soluzioni migliori a disposizione.
Attenzione: il mercato competitivo è una merce rara, in molti casi il mercato competitivo è distorto o impossibilitato ad operare
(monopoli, accordi di cartello, posizioni protette, …)
Altri sistemi per allocare le risorse sono stati pensati a decine, nella pratica, però tutte le soluzioni che ho potuto conoscere si sono dimostrate, diciamo così, assai deludenti.
Non sto qui a ripetere tutto il mio pensiero in proposito,
in sintesi condivido l’opinione di chi ritiene che democrazia e mercato siano strettamente connessi.
Il punto 2 è, secondo me, che la scuola è socializzazione, incontro con l’altro e il diverso.
Prima e più di ogni altra cosa (anche più che apprendimento nelle diverse materie), la scuola è imparare le regole della convivenza civile, il rispetto dei beni comuni e delle regole condivise.
Nulla di male, quindi, se i ragazzi hanno un «orario da metalmeccanici».
Ci vuole tempo per imparare ciò che serve per essere felici
(e, ce lo dicevano già i primi filosofi greci,
non sono i soldi fine a sé stessi a fare la felicità,
ma le buone relazioni con il mondo e con sé stessi,
che sono aiutate da un ambiente sicuro e senza
ansia di sopravvivenza materiale,
ma la ricchezza, specie se ottenuta a scapito di altri,
rende diversi, isolati, timorosi, chiusi,
tutti fenomeni che rendono assai difficile
la felicità – personale e delle persone che incontri).
Stare in casa con la nonna, tutti i pomeriggi, non credo sia una buona regola (naturalmente c’è nonna e nonna, anche in questo caso non si può generalizzare)
Socializzare all’oratorio … può essere un’idea,
… ma non per i miei figli.
(vi risparmio le storie sull’oratorio ed i preti, alcuni
bravissimi, ma … è un altro discorso).
A casa davanti alla televisione è uno dei punti più critici della vita dei giovani di oggi.
Soprattutto per chi sta in città, almeno dieci (meglio quindici) ore alla settimana di movimento (ossia di sport: atletica, sport di squadra e individuali).
La scuola al sabato è anacronistica.
Sabato e domenica in famiglia (come i metalmeccanici),
ma non tutti ne hanno una di qualità accettabile.
Non appena crescono un poco, gruppi diversi come
scout, squadre sportive, club alpini, circoli di scacchi,
gruppi ambientalisti, … .
E’ importante che l’offerta di aggregazione su scopi sia molto ampia.
Tutti dovrebbero avere almeno una terza opportunità
(oltre a scuola e famiglia).
Se impari a stare al mondo, il resto viene sa sé,
ti sarà facile capire cosa ti serve.
Se non impari a stare al mondo, l’istruzione più completa,
la cultura più vasta, la scuola più bella e la
famiglia più ricca di affetti sono solo inutili sprechi.
O no?