V’è chi sostiene che uno degli agenti importanti del passaggio evolutivo – il grande balzo in avanti – dalle cosiddette scimmie antropomorfe alla specie Homo Sapiens sia stata la possibilità sviluppatasi in quest’ultimo di articolare suoni complessi, possibilità fornita da un’essenziale modificazione dell’apparato fonatorio, laringe, lingua e muscoli connessi. Sviluppo che ha reso possibile, nel giro di qualche migliaio di anni, la comparsa del linguaggio complesso come oggi lo conosciamo. Io non mi propongo minimamente di discutere questa congettura, proposta appunto come tale ad esempio da Jared Diamond in Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, Torino 2006, II ediz., cap. 2), ma la nomino per dare l’abbrivio a un flash sull’importanza della parola e sui pericoli connessi con il suo uso disinvolto da parte della specie uomo. Ovvero, le conquiste della specie, ancorché importanti e straordinarie, possono essere anche usate in modo assai negativo. Esempi a iosa, fisica atomica e bomba ecc.
A me interessa qui un filo solo, una citazione, un’intuizione, tra le innumerevoli, presenti nel Faust di Goethe, nel primo Faust. E precisamente il momento in cui egli, dopo la passeggiata iniziale con Wagner, entra nello studio col can barbone – che si trasformerà di lì a poco in Mefistofele –, apre un gran volume e comincia a leggere:
« Sta scritto “In principio era la Parola!” Eccomi già inceppato! Non posso proprio dare alla “parola” una sì grande dignità. Devo tradurre altrimenti; e se ben m’illumina lo Spirito, ecco che sta scritto: “In principio era il Pensiero”. Medita questa prima riga, non aver troppa fretta! È poi proprio il pensiero che tutto opera e crea? Forse dovrei scrivere “In principio era la Forza”. Ma già mentre traccia questo vocabolo, qualcosa mi ammonisce che non mi arresterò lì. Ed ecco che lo Spirito m’illumina, ecco ch’io ci vedo chiaro. Appagato scrivo finalmente: “In principio era l’Azione”.»
Come si vede, Goethe si studia di interpretare il famoso inizio del Vangelo di Giovanni, En arch? ?n ho lógos – In Principio erat Verbum – tradotto nella bibbia luterana con Im Anfang war das Wort – cercando di captare tutta la ricchezza del termine greco lógos. Sul quale biblisti iilustri hanno discettato per secoli. A me salta agli occhi un riferimento luminoso: il film Ordet (1955) di Carl Theodor Dreyer, (nella figura una scena del film) centrato sul potere della fede attraverso la parola (in danese appunto Ordet).
Dunque una parola, un Wort, forte, denso, ricco di valore e di significato, una parola che crea, che assume su di sé un pezzo di realtà viva, una conquista straordinaria dell’essere umano che anche grazie ad essa ha raggiunto la sua piena umanità.
Ma, sempre nel Faust, il rovesciamento arriva poco dopo, quando ormai Mefistofele e Faust stanno chiacchierando nello studio di quest’ultimo, ed è apparso nel frattempo uno studentello che chiede lumi e consigli sulla facoltà universitaria alla quale iscriversi; Mefistofele prende l’iniziativa di rispondere, spiegare e consigliare, ascoltatelo:
«Studente:
Il giure non mi va
Mefistofele:
Non saprei troppo darvi torto; so bene come vadano le cose in quel campo. Leggi e diritto si trasmettono di padre in figlio come una malattia ereditaria, si trascinano di generazione in generazione, di luogo in luogo. Ciò che era ragionevole diventa assurdo, ciò che rappresentava un benefizio diventa una calamità. Che disgrazia essere un postero! Quanto al diritto nostro coetaneo, nessuno ne parla mai.
Stud.
Voi aumentate la mia ripugnanza. Felice colui che voi istruite!… Quasi quasi penserei di iscrivermi a Teologia.
Mef.
Non vorrei indurvi in errore. Per quanto riguarda questa facoltà è tanto difficile evitare la via falsa. C’è in essa tanto veleno nascosto che appena si distingue dalla buona medicina. Anche qui il meglio è ascoltare un insegnante solo e poi giurare sulle parole del Maestro. In massima, attenetevi alla parola. [Und auf des Meisters Worte schwört. / Im ganzen – haltet Euch an Worte!] Così per la porta più sicura accederete al tempio della certezza.
Stud.
Ma sotto la parola ci ha pur da essere un concetto.
Mef.
Certo, certo! Ma non è il caso di tormentarvi e affannarvi per questo; infatti proprio dove il concetto manca ecco la parola giungere a proposito a prenderne il posto. [Denn eben wo Begriffe fehlen / Da stellt ein Wort zu rechte Zeit sich ein.] Eccellenti le discussioni a base di parole, ottimi i sistemi fondati sulle parole; nella parola si può sempre credere; ……»
Ecco che qui la stessa parola Wort ricopre, sulle labbra di Mefistofele, un ruolo del tutto opposto, quello di un vuoto, di qualcosa che nasconde la mancanza di contenuto, un supporto formale per l’assenza di sostanza. Ed è, osservate bene, la stessa parola!
Quest’ultima citazione goethiana è stata presa a prestito da un grandissimo fisico, anch’egli viennese, del Novecento, Erwin Schrödinger – che non fu mai d’accordo con l’interpretazione “astratta” (la cosiddetta interpretazione di Copenaghen) della meccanica quantistica, teoria che lui stesso aveva molto contribuito a costruire – per stigmatizzare ironicamente le parole mediante le quali invece i fisici di Copenaghen quella interpretazione promossero e sostennero; pure parole, invece, secondo lui, che nascondevano il vuoto. Così, in una lunga lettera al collega fisico dublinese John Synge, scritta da Bolzano nel 1959 durante una di quelle notti in cui la bronchite che lo affliggeva gli impediva di dormire, Schrödinger dichiarava:
«la complementarità è uno slogan senza senso [thoughtless slogan]. Se non fossi perfettamente convinto che l’uomo [allude a Bohr, il grande artefice danese della nuova meccanica e creatore del “concetto” di complementarità] parla onestamente e crede realmente nel suo – non dico teoria ma – risonante verbo, la chiamerei intellettualmente iniqua: Denn eben wo Begriffe fehlen / Da stellt ein Wort zu rechte Zeit sich ein.»
La parola vuota, come si vede, è opera e voce diabolica.
Su questo tema sono corsi fiumi d’inchiostro, mi vengono in mente, per contiguità d’ambiente, gli scritti corrosivi di Karl Kraus sul versante del dibattito pubblico nella Vienna del primo Novecento e gli impervi e distruttivi scritti di Fritz Mauthner, anch’egli austro-ungarico, su quello della linguistica più specializzata.
Come ultima riflessione, lascio ad ognuno meditare, a mo’ di esempio, sull’uso che della parola fanno, in generale, gli uomini e le donne con qualche pubblica responsabilità.
Riporto, per chi è interessato, gli originali dei due passi citati del Faust, che sono rispettivamente i vv. 1224-1237 e i vv. 1969-1999. Nell’edizione italiana (Einaudi, NUE, Torino 1965) di cui mi sono servito, salvo lievissime modifiche, per la traduzione di Barbara Allason, sono alle pagine rispettivamente 38 e 54.
I° passo:
Faust:
Geschrieben steht: »Im Anfang war das Wort!«
Hier stock ich schon! Wer hilft mir weiter fort?
Ich kann das Wort so hoch unmöglich schätzen,
Ich muß es anders übersetzen,
Wenn ich vom Geiste recht erleuchtet bin.
Geschrieben steht: Im Anfang war der Sinn.
Bedenke wohl die erste Zeile,
Daß deine Feder sich nicht übereile!
Ist es der Sinn, der alles wirkt und schafft?
Es sollte stehn: Im Anfang war die Kraft!
Doch, auch indem ich dieses niederschreibe,
Schon warnt mich was, daß ich dabei nicht bleibe.
Mir hilft der Geist! Auf einmal seh ich Rat
Und schreibe getrost: Im Anfang war die Tat!
II° passo:
Schüler:
Zur Rechtsgelehrsamkeit kann ich mich nicht bequemen.
Mephistopheles:
Ich kann es Euch so sehr nicht übel nehmen,
Ich weiß, wie es um diese Lehre steht.
Es erben sich Gesetz’ und Rechte
Wie eine ew’ge Krankheit fort;
Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,
Und rücken sacht von Ort zu Ort.
Vernunft wird Unsinn, Wohltat Plage;
Weh dir, daß du ein Enkel bist!
Vom Rechte, das mit uns geboren ist,
Von dem ist, leider! nie die Frage.
Schüler:
Mein Abscheu wird durch Euch vermehrt.
O glücklich der, den Ihr belehrt!
Fast möcht ich nun Theologie studieren.
Mephistopheles:
Ich wünschte nicht, Euch irre zu führen.
Was diese Wissenschaft betrifft,
Es ist so schwer, den falschen Weg zu meiden,
Es liegt in ihr so viel verborgnes Gift,
Und von der Arzenei ist’s kaum zu unterscheiden.
Am besten ist’s auch hier, wenn Ihr nur einen hört,
Und auf des Meisters Worte schwört.
Im ganzen – haltet Euch an Worte!
Dann geht Ihr durch die sichre Pforte
Zum Tempel der Gewißheit ein.
Schüler:
Doch ein Begriff muß bei dem Worte sein.
Mephistopheles:
Schon gut! Nur muß man sich nicht allzu ängstlich quälen
Denn eben wo Begriffe fehlen,
Da stellt ein Wort zur rechten Zeit sich ein.
Mit Worten läßt sich trefflich streiten,
Mit Worten ein System bereiten,
An Worte läßt sich trefflich glauben.


Bell’intervento.
Il Faust è l’opera che mostra come la trasparenza delle cose viene meno, e la parola diviene appunto un terreno infido. È tutta la tradizione platonica che arriva fino alla modernità: l’asse cosa-mente-parola pone il verbum come la struttura razionale riconoscibile (e su cui il consenso è scontato). Secondo Agostino, «ogni cosa qualsiasi che conosciamo genera in noi conoscenza di se stessa, e la conoscenza nasce in parti uguali dal conoscente e dalla cosa conosciuta».
Questa concezione non è proprio defunta, tra l’altro. Le argomtentazioni di Mancuso talvolta eccheggiano l’illusione che le pratiche di discussione razionale debbano essere ancorate a questo supposto ordine conoscitivo parallelo all’ordine del mondo.
Goethe vede la faccenda da poeta e narratore. Davvero singolare che la corrispondenza tra fisici teorici riprenda i versi di una tragedia (come a dire: il mondo, anche quello della fisica delle particelle, è una narrazione).
in effetti, Roberto, su quel Logos stiamo ancora cercando di capirci qualcosa. ogni tanto arriva qualcuno che ci informa su un significato definitivo. ma di definitivo pare che ci sia poco, oltre la sostanza in cui si può credere o non credere.
grazie, Anthony, hai colpito ancora.
Molto interessante, mi ha fatto venire in mente una storia, forse una leggenda, sui sufi, un cui ordine custodirebbe un libro di pagine bianche, senza nessuna parola.
Bello. Il Faust, poi, è per me un oggetto di tormento. Più volte ho deciso di leggerlo, ma non sono mai riuscito a partire veramente. Il fatto è che alcuni anni fa andai a trovare Pietro Citati, in Maremma, grande lettore di Goethe, che disse: “il Faust? Non esiste una sola traduzione decente”. Segato, senza pietà.
Caro Sparz, sul Terzo scimpanzè dobbiamo trovare il tempo di farci una bella chiacchierata.
Come ultima riflessione, lascio ad ognuno meditare, a mo’ di esempio, sull’uso che della parola fanno, in generale, gli uomini e le donne con qualche pubblica responsabilità.
Ci vorrebbe la punizione toccata a Papageno.
Un bel luchetto sulla bocca.
Senza il condono finale però.
Ma, si sa, in Zauberflöte nessuno è realmente cattivo, ed anche chi è cattivo alla fine è un po’ buono.
http://www.youtube.com/watch?v=fIMElFWgx2E
Prima damigella
(a Papageno)
La Regina ti concede la grazia,
Tramite me ti condona la colpa. –
(gli toglie il lucchetto dal muso)
Papageno
Ora Papageno può nuovamente
chiacchierare!
Seconda damigella
Sì, chiacchiera pure! Solo non mentire più.
Papageno
Non mentirò mai più, no, no!
Le tre damigelle
Questo lucchetto ti sia d’ammonimento!
Papageno
Questo lucchetto mi sia d’ammonimento!
Tutti
Se a tutti i bugiardi si mettesse
Un tale lucchetto sulla bocca:
In vece di odio, calunnia e rabbia nera,
Ci sarebbero amore e fratellanza!
[ nel senso che ci si dovrebbe preoccupare a volte più che di dire di non dire ]
,\\’
Opera enorme, il Faust, concepita e scritta nell’arco di circa sessant’anni; scrivendo, se non erro, cinque versi al giorno, in parallelo con molti altri lavori e studi. Altro che genio e sregolatezza…
Questi versi, curiosamente, mi hanno fatto invece pensare ad una recente e nostrana nefandezza:)
“…il meglio è ascoltare un insegnante solo e poi giurare sulle parole del Maestro…”
Grazie, Antonio
Giovanni
Post molto intrigante e suggestivo, bravo.
grazie a tutti voi: sottolineo che si tratta di riflessioni tutte di tipo suggestivo e parziale assai: un tema affascinante è quello dell’importanza ancora della parola presso molte popolazioni cosiddette primitive. Un esempio per tutti i Dogon, nel Mali, assai studiati dagli etnologi, a comiciare dal grande Marcel Griaule e da sua moglie Geneviève Calame-Griaule (di ques’ultima Il mondo della parola, Bollati Boringhieri). Così come altre popolazioni dove ad esempio il nome di ciascun individuo è un segreto noto a pochissimi, perché la sua conoscenza fornisce un vero potere sull’individuo stesso.