David Foster Wallace

David Foster Wallace (1962-2008),
ha concluso la sua breve, intensa, prolifica vita (ma non sono tutte
brevi, le vite degli uomini?) nella sua dimora in California. Parecchi
titoli al suo attivo tra racconti brevi e romanzi, una decina
tradotti in italiano. Il più noto, Infinite jest, uscito nel 1996,
conta circa 1080 pagine (un centinaio solo di note). Pubblicato in
Italia con lo stesso titolo per Fandango nel 2000, a cura di Edoardo
Nesi (riproposto da Einaudi nel 2006).
Wallace insegnava nel Dipartimento di Inglese di un piccolo college di
Claremont (nei pressi di L.A.).

18 pensieri su “David Foster Wallace

  1. Massimo Maugeri

    Avevo da poco appreso la notizia dalle agenzie di stampa.
    Bruttissima notizia, purtroppo. Grande perdita per la comunità letteraria internazionale.
    Grazie per il post, Roberto.

    Rispondi
  2. Roberto Plevano

    Non ho avuto modo di incontrare Wallace di persona, purtroppo.
    Non c’è stato tempo, ma sarebbe stato bello preparare un piccolo ricordo a due o tre mani, possibilmente aggiungendo qualcosa di più rispetto a quello pubblicato sui siti dei maggiori quotidiani.
    Una voce si è spenta.

    Rispondi
  3. ang

    “[…] e poi quello che risulta essere il significato dell’espressione la mia vita non si avvicina neanche lontanamente a quello che crediamo di dire quando diciamo “la mia vita”. Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livello elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e per cercare di instaurare qualcosa di più vasto o più significativo e vero con gli altri, il che è un paradosso.”

    DAVID FOSTER WALLACE, Caro vecchio neon, da Oblio

    Rispondi
  4. mauro baldrati

    Oggi, giornata tremenda per me. Uscito distrutto da “Un giorno perfetto” di Ozpetek, poi questa notizia. Non ho letto i suoi libri, e non vorrei farlo adesso, perché se n’è andato, anche se la tentazione c’è. Vorrei leggerli perché voglio leggerli.

    Rispondi
  5. Chiara Daino

    Impiccato il 12 settembre 2008 [lo stesso giorno – nel 1981 – si spense Montale…]

    Concordo con Maugeri: “Grande perdita per la comunità letteraria internazionale”.

    “pèrdono tutti”
    “perdiamo tutti”

    Rispondi
  6. Emanuele Kraushaar

    (Per ricordarlo riprendo un vecchio post:)

    Un indizio che c’è qualcosa di non proprio reale nel tempo consecutivo come viene da noi esperito sta nei vari paradossi del tempo che apparentemente passa e di un cosiddetto “presente” che si srotola sempre nel futuro creando sempre più passato alle sue spalle.

    Come se il presente fosse questa macchina – bella macchina a proposito – e il passato la strada appena percorsa, e il futuro la strada illuminata che non abbiamo ancora raggiunto, e il tempo il movimento in avanti della macchina, e l’esatto presente il paraurti anteriore che fende la nebbia del futuro, sicché è ora e poi un attimo dopo un ora completamente diverso, ecc. Solo che il tempo passa per davvero, a che velocità va? Con che ritmo cambia il presente? Visto? Perché se usiamo il tempo per misurare il moto o la velocità – come facciamo, non c’è altro modo – 95 miglia all’ora, 70 pulsazioni al minuto, ecc. – come dovremmo misurare la velocità con cui si muove il tempo? Secondo per secondo?

    Non ha senso. Come fai per parlare di tempo che fluisce o si muove vai subito a sbattere contro il paradosso. Perciò pensaci un istante: e se non ci fosse affatto movimento? E se tutto questo si svolgesse in quel baleno che chiami presente, questa prima, infinitesimale frazione di secondo dell’impatto quando il paraurti anteriore dell’auto in corsa comincia a toccare la spalla del ponte, appena prima che il paraurti si accartocci rincagnando il muso e ti stai proiettando violentemente in avanti e il piantone dello sterzo ti viene contro il petto come se scagliato da qualcosa di enorme?

    Perché insomma se questo ora è di fatto infinito e niente passa in realtà nel modo in cui la tua mente è a quanto pare programmata a capire passa, per cui non solo la tua intera esistenza ma ogni singolo modo umanamente concepibile di descrivere e motivare quell’esistenza ha il tempo di balenare come il neon in forma di lettere corsive unite come quelle che le insegne e le vetrine amano tanto usare tutte assieme nella tua mente nell’istante letteralmente incommensurabile fra l’impatto e la morte, proprio mentre muovi incontro al volante a una velocità che nessuna cintura al mondo potrebbe frenare – FINE.

    David Foster Wallace, Caro vecchio neon, Einaudi 2004, pp. 212-213 (in nota).

    Rispondi
  7. Ezio

    Avevo da tempo in animo i proporre ai sodali di LPELS e/o della Bottega di lettura, una lettura a staffetta di Infinite Jest (in analogia con quanto facemmo un paio di anni fa con Giorgio Morale e altri per Horcynus Orca), anche per motivarmi ad iniziarlo, quel monumentale tomo che mi guarda da mesi dallo scaffale dei passi perduti (come chiamo lo scaffale dei libri da leggere).
    Mi sembra tristemente arrivato il momento. Se qualcuno ci sta…
    Ezio

    Rispondi
  8. Paolo Cacciolati

    Di David Foster Wallace riporto questo:
    “…mi piace insegnare letteratura inglese alle matricole. Alla Illinois University di Bloomington arrivano un sacco di ragazzi di campagna che non hanno avuto un’istruzione particolarmente buona e a cui non piace leggere. Sono cresciuti pensando che la letteratura sia qualcosa di arido, insignificante, poco divertente, tipo l’olio di fegato di merluzzo. Io invece gli metto davanti roba un po’ più attuale: la seconda settimana facciamo sempre un racconto di A.M. Homes che si chiama “Una vera bambola”. Parla di un ragazzino che ha una storia d’amore con una Barbie. È una bella trovata, in superficie, ma è anche molto distorto, malato, avvincente e veramente toccante per dei diciottenni che cinque o sei anni fa giocavano con le bambole o facevano i sadici con le sorelle. Quando vedo quei ragazzi scoprire che leggere narrativa di qualità può essere difficile, ma a volte ripaga lo sforzo, e che quel tipo di lettura riesce a darti qualcosa che non può darti nient’altro, quando li vedo rendersi conto di questo fatto, è una cosa fichissima.”

    Quel qualcosa che non può darti nient’altro, quello che mi dice di insistere nell’aprire libri, nel cercare parole.

    P.

    Rispondi
  9. Guido Tedoldi

    Accolgo l’invito di Ezio nel commento #9, e posterò una recensione di «Infinite Jest». Però non so se rientra nello spirito di una lettura a staffetta, perché in effetti io ho letto tutto quel romanzo… e ho notato una cosa, parlandone con alcuni amici: sono diversi i lettori, anche forti, che NON arrivano alla fine di tutti i libri che iniziano.
    Non è un difetto, intendiamoci, non terminare i libri; a volte possono bastare alcune decine di pagine per capire quello di cui scrive un autore e il modo che preferisce per porre efficacemente al pubblico il suo discorso. E nello specifico di «Infinite Jest», libro da 1?400 pagine peraltro privo di una conclusione ortodossa, il nocciolo del discorso di David Foster Wallace si intravvede anche senza arrivare alla fine.

    Ho letto «Infinite Jest» nel 2004, e all’epoca ho stilato una scheda del libro come promemoria personale. Mi sono riletto quella scheda pochi minuti fa, e ho notato alcuni cambiamenti nella mia valutazione, alcune opinioni che si sono sedimentate nel tempo e adesso hanno un sapore diverso.
    Sono stati anni rutilanti, questi. Sono cambiate tante cose.

    Guido Tedoldi

    Rispondi
  10. mauro baldrati

    Credo che il suicidio, quando non è causato da una malattia terminale, per cui diventa una forma di eutanasia, sia la forma estrema, finale, della sofferenza. Credo che oltre un certo livello dello star male non si possa andare, perché il passo successivo è distruggere la propria vita, la vita come causa unica e irreversibile della sofferenza estrema. Io sono angosciato da tutto questo, da questo livello finale di sofferenza, non immaginabile, perché impossibile da provare se non entrandovi, se non precipitando nel suo pozzo nero.

    Mi angoscia che un uomo giovane come Foster Wallace possa sprofondare senza via d’uscita nel pozzo nero. Mi hanno angosciato i suicidi di Pavese, di Heminway, di Ian Curtis, di tante altre persone non famose. Vorrei che tutti noi potessimo fare nostro questo detto: “la soluzione del problema non esiste, perché non esiste il problema”. Vorrei che tutti noi capissimo che si può anche scegliere di non soffrire fino all’autodistruzione, che ci si può accettare per quello che siamo, coi nostri fallimenti, le nostre umiliazioni, le nostre miserie.

    Rispondi
  11. Roberto Plevano

    Mauro,
    non mi pare che sia così semplice, non è purtroppo materia di scelta (esistono le “libere” scelte?). Wallace aveva scritto sul suicidio delle righe penetranti, e chiunque abbia intrattenuto l’idea del suicidio un po’ troppo a lungo, come un’ipotesi non del tutto irrealistica (perdona la litote) fa fatica poi a liberarsene.
    Al di là delle emozioni che queste morti di personaggi pubblici provocano, pensare alle “cause” di un’azione del genere è già porre il problema del disagio (intellettuale, sociale, professionale) in uno schema di spiegazione “positivistico”.
    Che cosa curiosa… Wallace veniva da una famiglia di docenti universitari, il padre insegnava filosofia, lui stesso aveva fatto studi universitari di filosofia. Ci sono stati pochi filosofi suicidi (viene in mente Seneca), parecchi invece di scrittori/poeti. Nietzsche ci aveva pensato parecchio, ma riusciva a mutare la sua miseria personale in oro (i suoi libri), come un alchimista (parole sue).

    Rispondi
  12. mauro baldrati

    Caro Roberto, io credo che idee sul suicidio, se sono per così dire riflessioni intellettuali o filosofiche, abbiano alla base la difficoltà, o l’impossibilità, dell’individuo di vivere nel mondo. Il rapporto col mondo, con gli altri e con se stessi. Ho parlato della possibilità di scegliere di non considerare la vita come sofferenza, cioè scegliere di non rifiutare se stessi, i propri limiti e i propri fallimenti. E’ un auspicio ovviamente. La sofferenza può divenire un tiranno che ci toglie ogni libertà. Ma il punto è: possiamo vincerla? Oppure conviverci, senza distruggere noi stessi?

    Rispondi
  13. Giorgio

    Caro Ezio, anch’io ho una copia di “Infinite Jest” che aspetta da tempo, ma al momento non riesco proprio… per intanto attendo di leggere quello che ne direte Guido e tu, via via che procederà la lettura…

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *