La scrittura o il vaccino della follia

Non piacerebbe forse ad Agota Kristof sapere che per due volte, leggendo i suoi libri, ho pianto. E non ho pianto davanti agli esercizi di irrobustimento del fisico, dello spirito o della crudeltà che fanno i due gemelli ne Il grande quaderno (La trilogia della città di K., Einaudi, 1998): folli esercizi di abitudine al dolore e alle percosse, per imparare a sopportarle senza piangere, folli tentativi di abitudine agli insulti, all’esercizio della crudeltà sugli altri esseri viventi. I due fratelli, dotati di un’intelligenza preoccupante, irragionevole persino, fanno paura, ma non mi fanno piangere.
Ho pianto per cose apparentemente meno forti, io. Per il racconto, ne L’analfabeta (Casagrande, 2005), di come si diventa scrittori in una lingua «nemica» e in una terra straniera, di come l’ostinazione e la necessità di scrivere si oppongano alla mancanza di fiducia, di come l’urgenza di scrivere decida per te. Di come arrivi, e si imponga senza scampo. E ho pianto quando, sempre nello stesso racconto autobiografico, ho ritrovato la poesia che apre, in epigrafe, il romanzo Ieri (Einaudi, 1997):

Ieri tutto era più bello
la musica tra gli alberi
il vento nei miei capelli
e nelle tue mani tese
il sole.

Era una delle poesie che «si formavano», prendevano vita – sorta di allucinazioni – nelle notti disperate del collegio, quando Agota adolescente si addormentava tra le lacrime ricordando «il filo d’argento dell’infanzia» spezzato, e sentiva le frasi girarle attorno, bisbigliare, a poco a poco prendere ritmo. Voci notturne, «come gridi, ma silenziosi», avrebbe detto Duras.
Agota Kristof forse non accetterebbe le mie lacrime, lei che negli anni difficili del collegio ha pianto tutte le notti, pensando alla sua casa perduta, alla sua libertà sottratta, alla sua famiglia lontana. Che ha pianto così tanto che poi non lo ha fatto mai più. Ma è stato proprio allora, dentro il collegio, che per lenire il dolore l’organismo ha trovato una sola medicina: la scrittura.
Leggendo L’analfabeta sembrerebbe possibile pensare alla scrittura come a una forma di consolazione: della perdita, dell’assenza, della solitudine e del senso di estraneità, della lontananza e della clandestinità, dello sconforto.
Sì, ci si potrebbe credere. Alla scrittura come cura contro l’avanzare della follia.
E invece, chiunque abbia letto i meravigliosi romanzi e racconti di Agota Kristof, crudeli e duri, impietosi e spietati, sa che non è vero, che non è così.
Il quaderno dei due gemelli non è che un resoconto quodiano di ciò che essi vivono, ma non li consola affatto: «le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe», affermano, «meglio evitare il loro impiego e attenersi […] alla descrizione fedele dei fatti».
È paradossale che proprio chi scrive esprima questa diffidenza nei confronti della scrittura: in Ieri Tobias, l’operaio da dieci anni rifugiato in un Paese straniero, dice: «una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano, e tutto diventa falso. A causa delle parole».
La scrittura è a un tempo inevitabile e minacciosa, è difesa immunitaria autoprodotta dall’organismo, e cancro che dilania l’organismo stesso.
Più che una medicina, la scrittura è un vaccino. Per salvarti dal virus, te ne inietta altro, per salvarti dalla follia deve renderti folle.
Tobias è folle, o almeno così pensano nell’ala psichiatrica dell’ospedale in cui lo ricoverano, dopo averlo trovato steso per terra con la faccia nel fango. Credono che volesse uccidersi, ed è per questo che gli prescrivono scatole di pillole rosa, bianche, azzurre. Ma lui sostiene che voleva solo riposare. O partire, o morire: in fin dei conti, sarebbe stato uguale. Tobias butta le medicine nel cesso e, bevendo birra, invece, scrive.
Dovunque si trovi Tobias scrive. Che avvenga nella sua testa o sulla carta, che lo faccia nella sua lingua natale o in quella straniera (la lingua «nemica»), è ossessionato dalla scrittura, come dall’amore per Line, sua sorella. È la stessa folle illusione, la stessa urgenza imprescindibile, lo stesso sconsiderato desiderio.
Tobias beve e scrive. Come Lucas e Victor nella Trilogia. Bisogna bere per scrivere. E fumare. La scrittura si nutre della desolazione, dell’alienazione, dell’ossessione, la scrittura si nutre del vizio, della debolezza, si nutre della disperazione della vita e non sa cancellarla, si nutre della follia e non sa nemmeno raccontarla: la travisa, la trasfigura. Scrivere può diventare insopportabile. Duras ha detto: fino a gridare.
Fino a quando la paura è tale che si deve smettere.
E se il paragone tra Duras e Kristof potrebbe sembrare scorretto, intendo anche a Kristof stessa, in realtà il «blocco di sordità», i «crimini senza sintassi» che fanno aumentare la paura del libro – del libro che si scrive – di cui parla Duras, sono come le frasi che girano nella testa di Tobias, quando dice: «penso che la scrittura mi distruggerà». Non ci si può sottrarre alla contraddizione lacerante per cui «scrivere è la cosa più importante» e nello stesso tempo è impossibile non esserne sopraffatti.
«Ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro», dice Victor. Eppure si può persino arrivare a decidere di smettere. Come fa Tobias, alla fine di Ieri, come fece per molto tempo Duras. E come fa Agota Kristof, oggi, troppo stanca, dice, e malata, per tollerare il vaccino della scrittura. O della follia.

L’intervista

Pensavo che Agota Kristof sarebbe stata laconica al telefono, mentre componevo il numero della sua casa a Neuchâtel, la città in cui abita da quasi cinquant’anni, da quando cioè è scappata dall’Ungheria in Svizzera. E invece, di questa telefonata fatta di sabato mattina e durata mezz’ora, ricordo la sua gentilezza, la sua voce apparentemente senza intonazione, il suo francese indulgente: abbastanza lento e semplice perché mi fosse comprensibile, secco e asciutto come quello dei suoi libri. Mi ha dato risposte lineari, brevi. Poche manciate di parole che arrivano al nocciolo duro e lucido delle cose. È proprio questa capacità di sintesi disarmante, questa capacità di fendere con le parole, di dire con poche frasi cose spaventose, la forza incredibile della sua scrittura.
Agota ha anche riso, ha risposto alle domande dell’intervista e a domande che dell’intervista non facevano parte, mi ha ascoltata e mi ha persino – lei – ringraziata.

Mi piacerebbe indagare con lei il rapporto tra follia e scrittura.
È difficile.

Sì, è vero. Ma vorrei provarci, a partire dai suoi libri Ieri e La trilogia della città di K.
Va bene.

Line dice a Tobias, il protagonista di Ieri: «Credo che tu sia pazzo […]. Mi hai portato solo sfortuna. Hai distrutto la mia vita». Tobias è davvero pazzo?
Non completamente. È molto egoista, pensa soltanto a se stesso. Vuole ottenere una cosa, e la vuole ottenere persino con la forza.

Ed è Line che vuole ottenere?
Sì, è Line, sua sorella. Il suo unico pensiero.

E infatti, anche se Tobias dice di non aver alcun desiderio, di essere vuoto, in realtà un desiderio ce l’ha: desidera fortemente Line. All’inizio, Line sembra essere un’illusione, ma a un certo punto lei arriva, esiste veramente ed è sua sorella. Loro due si amano. Tobias è convinto di poter vivere questo amore impossibile e folle, e scrive per lei poesie nella sua lingua materna… Qual è il rapporto tra amore e scrittura?
L’amore è qualcosa che capita a tutti, che riguarda tutti, mentre la scrittura no. Tobias vuole anche diventare uno scrittore, perché pensa che in questo modo sarà più degno di Line.

Quando Line lo abbandona, lui non scrive più. La scrittura è legata quindi all’illusione di Line, dell’amore folle per Line?
Sì, assolutamente. Quando l’amore finisce, Tobias perde anche l’illusione della scrittura.

Tobias è un operaio, uno straniero, è solo ed è povero. Questo tipo di condizione che lui vive spesso porta le persone a impazzire, e persino a uccidersi. Molti rifugiati della comunità di Tobias si uccidono.
Sì, è vero.

Quindi, se questa condizione è una condizione della follia, e nello stesso tempo è anche una condizione della scrittura, dal momento che Tobias dice: «è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori», allora la follia è anche una condizione della scrittura?
Sì, la follia è un po’ la condizione della scrittura. Ma non per forza. Tobias, lui, scrive solo a causa della sua follia. C’è un tipo di follia che porta alla scrittura, oppure è la scrittura che porta fino alla follia.

Questo è proprio il punto a cui volevo arrivare. Tobias dice: la scrittura mi distruggerà. Si può dire che la scrittura non salvi dalla follia, ma che invece renda ancora più folli?
La scrittura, sì, rende ancora più folli. Scrivere è faticoso, è difficile, bisogna vivere nelle illusioni, vivere lontani dalla realtà. Non c’è posto per il quotidiano, quando si scrive, c’è posto solo per la scrittura.

Anche Victor, nella Trilogia, sembra diventare folle. Vuole scrivere un libro ma non ci riesce, perché nella sua vita non accade nulla. Alla fine uccide sua sorella e, dato che finalmente qualcosa è successo, riesce a scrivere.
Sì, è proprio così.

Qual è il rapporto tra vita e scrittura?
Normalmente, per me, è un rapporto molto forte, ma, a parte il mio libro L’analfabeta, gli altri miei romanzi non sono autobiografici, ma raccontano le cose che ho vissuto mascherandole. Raccontano il modo in cui io ho le vissute, nella mia testa.

Alla fine di Ieri Tobias dice: non scrivo più. È anche Agota Kristof che lo dice?
Sì.

Perché?
Perché è doloroso scrivere, è stancante. Rende folli. E io ormai sono troppo vecchia e malata.

Questo pezzo è apparso su “Drome magazine” n. 4, agosto 2005, il cui tema monografico era la follia.

7 pensieri su “La scrittura o il vaccino della follia

  1. robertorossitesta

    “L’amore è qualcosa che capita a tutti, che riguarda tutti, mentre la scrittura no.”

    Se lo ricordassero, ce lo ricordassimo, tutti.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Stefano

    ho conosciuto personalmente Agota Kristof, e quel che mi piace aggiungere è semplicemente che l’ ho trovata sorprendentemente una delle persone più dolci mai incontrate.
    Adorabile, una persona splendida e commovente.
    Stefano

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  3. Stefano

    Racconterò tra qualche tempo, adesso ho degli obblighi che più avanti chiarirò.
    La tua intervista è comunque perfetta, e già lì qualcosa si intuisce( il francese parlato lento apposta perchè l’ interlocutore capisca, il tono dolce e disponibile, esperienza che ho constatato direttamente).
    Dal 2005 comunque niente è cambiato per Agota; non scrive più.
    Stefano

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  4. Antonella Lattanzi

    Trovo questo pezzo molto bello, in entrambe le sue parti: completo. Trovo necessaria la “relazione” di Rosella sulla Kristof e allo stesso tempo, è vero, dolce ma anche molto disperata, la scrittrice. QUando si scrive, dice, non c’è tempo per il quotidiano. Vivere è trasfigurare la tua realtà, perchè non la sopporti: è il nocciolo della Trilogia, credo. Scrivere fa impazzire, eppure non si può evitare. Anzi, si cerca. Scrivere fumando, bevendo: mettendo in gioco la vita “vera” per la scrittura.
    Un incontro importante, quello tra Rosella e Agata Kristof, perchè ha prodotto un pezzo di scrittura importante, su cui riflettere, da cui imparare.

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