Quando mi sono venute le mestruazioni per la prima volta, mio padre mi regalò un orologio. Non venne da me, non chiuse la porta, non mi cinse la spalla per farmi uno di quei discorsi che si vedevano nei telefilm americani. Non disse nulla a tavola, non mi chiese come stavo, se avevo mal di pancia o meno, se mi sentivo strana o del tutto identica a prima, tacque fino al momento dell’orologio. Continua a leggere
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L’estate che perdemmo Dio

Rosella Postorino, L’estate che perdemmo Dio, Einaudi Stile libero (2009)
di Luca Mirarchi
«Il sangue non è ragionevole, forse lei non lo sa? E la famiglia, la famiglia non è mai una cosa ragionevole.» – p. 148
L’estate che perdemmo Dio è un libro che parla di persone. Non si tratta di un’affermazione del tutto scontata. Di solito in una storia troviamo dei personaggi e l’ambiente che li contiene (l’ambiente stesso, in alcuni casi, svolge la funzione di personaggio, come ad esempio nel Castello di Kafka). Si può scegliere di dare maggiore risalto alla visione d’insieme: pensiamo a Rumore bianco (1985) di DeLillo, efficacissimo nel rendere la psicosi della middle class americana anni ’80, tra invadenza dei media e fuga di gas tossici, a scapito però talvolta della descrizione dei caratteri, che rischiano così di vedersi schiacciati dalla portata della costruzione narrativa. Su un versante opposto, proviamo invece a considerare Una donna spezzata (1967), di Simone de Beauvoir: tre racconti di donne che riassumono nel proprio angolo visuale l’intero mondo. Per tornare ai giorni nostri, un’altra strada è quella seguita da Walter Siti in Troppi paradisi (2006), dove il protagonista si chiama proprio Walter Siti, e si rapporta alla realtà dell’Italia contemporanea per mezzo di una narrazione biografica romanzata, tanto più vera laddove è palesemente falsa. Continua a leggere
Cagnanza e padronanza
Quel che accomuna i racconti di Fiore in questa sua seconda raccolta è l’atmosfera. Un’atmosfera da cemento incandescente nelle periferie romane le domeniche d’agosto. Da scantinato, da muro scorticato, muffa e puzza di formaggio, luce obliqua che intrappola le cose. Quel che li accomuna sono i personaggi, quasi sempre una coppia – uomini, donne, fratelli, amici – dove l’equilibrio è una corda tesa pronta a sfilacciarsi, a strapparsi, a strozzare. La loro evoluzione, e la narrazione stessa, è in questa linea retta fra due elementi, in questa impossibile chiusura. A volte entra in gioco un terzo, o un quarto, come nel bel Forme di vita su un pianeta, ma fa in fretta a svaporare e lasciare la fessura insuturabile. Continua a leggere
La scrittura o il vaccino della follia
Non piacerebbe forse ad Agota Kristof sapere che per due volte, leggendo i suoi libri, ho pianto. E non ho pianto davanti agli esercizi di irrobustimento del fisico, dello spirito o della crudeltà che fanno i due gemelli ne Il grande quaderno (La trilogia della città di K., Einaudi, 1998): folli esercizi di abitudine al dolore e alle percosse, per imparare a sopportarle senza piangere, folli tentativi di abitudine agli insulti, all’esercizio della crudeltà sugli altri esseri viventi. I due fratelli, dotati di un’intelligenza preoccupante, irragionevole persino, fanno paura, ma non mi fanno piangere. Continua a leggere

