Quando mi sono venute le mestruazioni per la prima volta, mio padre mi regalò un orologio. Non venne da me, non chiuse la porta, non mi cinse la spalla per farmi uno di quei discorsi che si vedevano nei telefilm americani. Non disse nulla a tavola, non mi chiese come stavo, se avevo mal di pancia o meno, se mi sentivo strana o del tutto identica a prima, tacque fino al momento dell’orologio.
Mia madre lo sapeva. Non glielo avevo mai detto, ma lo stesso lei sapeva che quel momento io lo aspettavo da mesi. Non so se immaginasse la dolcezza di quelle notti in cui mi addormentavo a pancia in giù con la consapevolezza che il mio corpo fosse diverso. Mi sentivo nuova e segreta, e non lo spiegavo a mia madre, perché c’era qualcosa di profondamente compiuto e privato e di solitario e di intimo dentro quella scoperta che faceva il mio corpo, una scoperta a cui era destinato. Non so se le altre ragazze attendano quel momento con la stessa impazienza con cui è capitato a me, non so se custodiscano i nuovi sintomi del loro corpo con la stessa assurda sacralità. A me è capitato questo: sentivo di appartenermi.
Mio padre invece mi regalò un orologio. Mio padre non era il tipo di uomo con cui una figlia parla di mestruazioni, era un uomo forte e protettivo del Sud, il tipo d’uomo che il corpo delle figlie lo tutela, con la sua semplice presenza nel mondo. Il tipo d’uomo che sul corpo delle figlie pone veti. Mio padre non era uno con cui una figlia adolescente potesse parlare di sentimenti, o di relazioni, nemmeno di sogni, di riti di passaggio, tanto meno della sensazione, difficile da spiegare, di intatta solitudine, di totale intimità con sé. Mi sarebbero piaciuti quei padri dei telefilm che ti annunciano che adesso sei diventata una donna, e che fuori tempo massimo pensano di spiegarti loro come si fanno i bambini, o di metterti in guardia verso la sessualità, certi che tra pochissimi anni la esplorerari. Ma nemmeno mia madre era una tipa da telefilm. Si sarebbe alzata di notte offrendo camomille e borse dell’acqua calda, mi avrebbe tenuto la mano quando mi fossi contorta sul letto per le fitte, ma non avrebbe fatto nessun discorso. E a me andava proprio bene così. Che si tacesse, su quella cosa che sentivo mia e solo mia come nient’altro prima era stato. Può sembrare sciocco, ma a dodici anni e sette mesi, per me, fu così.
Poi arrivò domenica, uno dei tanti pranzi della domenica coi parenti. E quando mi sedetti a tavola, improvvisamente, davanti a tutti, mio padre esclamò: Avete visto che cosa ho regalato a mia figlia? Anche io mi chiedevo cosa. Lui afferrò il mio polso e lo sollevò, per mostrare a tutti l’orologio che mi aveva comprato qualche giorno prima. Io avevo pensato: perché mi serviva, perché l’altro si era rotto. Non credevo fosse un regalo. Non credevo ci fosse qualcosa da festeggiare insieme. Auguri, dissero i commensali. Le donne si alzarono a darmi baci sulle guance, complici. Gli uomini continuarono a mangiare, ignorandomi.
Io mi sentii offesa. Non perché i miei parenti maschi mi ignorassero. Ero offesa con mio padre, che mi aveva esposta, che mi aveva resa pubblica, che mi aveva separato da me, dal contatto intimo e incondivisibile con il mio corpo nuovo, e aveva permesso agli altri di congratularsi. Per cosa?, mi domandavo. Perché il mio corpo funzionava bene, perché non c’erano stati inceppamenti? Conoscevo una donna – meridionale come me, quindici anni più di me – che da ragazza era stata lasciata dal suo promesso sposo quando le era stata accertata una malfunzione all’utero, diventata pubblica nell’istante in cui il fidanzamento era stato rotto di fronte al quartiere. Niente auguri, per lei. E mio padre, che di confidenza col mio corpo non ne aveva da tempo, e forse non ne aveva mai avuta, non solo perché non sapeva abbracciarmi o arruffarmi per scherzo i capelli con le dita, ma anche perché il mio corpo ogni giorno più schiuso era un tabù innominabile, per lui, e sottrarlo al linguaggio smetteva di farlo esistere – mio padre, quella domenica, a tavola imbandita davanti ai parenti, disse: Le ho regalato un orologio. Sorridendo. Forse mi tirò pure verso di lui, mi diede anche lui un bacio sulla guancia. È un’immagine tenera, in fondo, che mi restituisce a distanza di anni tutto il suo impaccio. Eppure, allora, io mi sentii tradita, mi sentii violata.
Il mio corpo era diventato un evento pubblico, e solo allora se ne poteva parlare, solo allora esisteva. Il mio corpo diventava una funzione, e per questo guadagnava spazio fisico dentro il mondo, e dentro il linguaggio. Proprio mentre il mio corpo acquistava dignità io sentivo di perderla.
Il corpo delle donne è sempre pubblico, oppure le donne non esistono. È pubblico nella sua esibizione mediatica e parossisticamente sessuata, è pubblico nei dibattiti estenuanti sulla pillola abortiva o la gravidanza assistita, è pubblico quando è trattato come uno strumento per assolvere a una funzione, un veicolo. Ho la sensazione che, come in quel pranzo domenicale di una famiglia meridionale, la mia, ancora oggi il corpo delle donne entra ed esca dal linguaggio, dai discorsi, quando e come gli uomini decidono. Ho la sensazione che le donne siano espropriate dei loro corpi così come sentivo di esserlo io, quel giorno, quando la corrispondenza perfetta tra me e il mio corpo diventava un fatto pubblico, da felicitazioni, e smetteva di essere la mia esperienza, la mia consapevolezza. Entrava dentro l’ingranaggio delle donne che partoriranno figli – se il contratto di lavoro glielo consentirà: allora non lo sapevo, nessuno poteva prefigurarlo –, delle donne per cui saranno le faide politiche, appannaggio degli uomini, a decidere se potranno interrompere o no una gravidanza, delle donne che quando scriveranno di corpo faranno letteratura femminile, qualcosa che vale meno della letteratura universale, delle donne che interverranno sul proprio corpo per omologarlo, per farlo accettare, e farlo entrare nel linguaggio, fosse solo quello scurrile da spogliatoio.
Temo che il corpo delle donne sia territorio degli uomini, fin da prestissimo. In una famiglia del Sud con un padre maldestro, come in una società meridionale dove le arcaiche separazioni tra i fatti di donne e quelli di uomini sono ancora in voga; nelle canzoni neomelodiche napoletane che diventano suonerie per i cellulari, come nell’hip-hop americano che scala le classifiche; dentro gli uffici, dove elargire al corpo complimenti è l’escamotage per sminuire l’impegno e la competenza delle lavoratrici, come tra le giovani donne dello spettacolo, che sono femmine (da calendario) o madri, pronte a commentare le foto e i video dei figli nella fascia pomeridiana: e nient’altro.
A dodici anni e sette mesi non sapevo tutto questo, eppure lo avevo intuito, sotterraneamente, quando quell’orologio al polso mi sembrava un marchio di qualità, un cappio, e sentivo il mio corpo prima inesistente prendere corpo, appunto, dentro un lessico e una sintassi che non erano i miei. Dopo lo avrei saputo, lo avrei visto coi miei occhi: che cosa accade, e ancora, e gli ultimi mesi ne sono stati l’agghiacciante prova, ai corpi delle donne. Alle donne.
R. P.
Questo pezzo è uscito sul «Corriere del Mezzogiorno» domenica 27 dicembre 2010.

Cara Rosella,
diventare adulti è appunto questo tentativo di tenere in equilibrio i giusti sentimenti di allora con la giusta e più ampia comprensione di ora.
Grazie, auguri e un saluto,
Roberto
un modo arcaico di rapportarsi al corpo delle donne ha forse suscitato una presa di coscienza (nelle donne), il modo “televisivo”, comprensivo, moderno di certi padri nel relazionarsi alle figlie pare produrre il disastro in termini di consapevolezza. lo stesso, più in generale, si riscontra nella formazione della coscienza politica – in senso proprio e lato – delle nuove generazioni. forse bisogna avere dei padri, se non proprio padroni, almeno autoritari, vecchio stampo, meglio sarebbe autorevoli, per ottenere una mobilitazione delle coscienze. è argomento ampiamente dibattuto, però, chissà perché mai preso in seria considerazione nella sua applicazione pratica.
la mia generazione, che dista da quella di rosella di quasi una generazione, ha avuto generalmente padri taciturni e schivi, che mai avrebbero spinto una carrozzina, cambiato un pannolino. parchi nei baci e negli abbracci, preoccupati della salute e del benessere “morale” dei figli, ma di non molto di più. ci siamo fatti in gran parte da noi stessi. solo da grandi abbiamo “scoperto” il padre, la madre: nel loro bene e nel loro male. però questa “distanza” ci ha permesso di farci le ossa. oggi è proprio tanto dura fornire motivi di necessario rifiuto e scontro ai figli. sembra paradossale: ma un padre antagonista riesce (riuscì) senza sforzo meglio di un padre comprensivo e comunicativo.
cara lucy,
mio padre assomiglia molto ai padri della tua generazione e anche io a volte ho pensato che vivere con l’idea di dover conquistare cose come la libertà, l’autonomia, e anche il suo amore, mi abbia resa una persona determinata. credo, però, anche una persona meno serena. ma questo non è il punto. il punto è quello della consapevolezza delle donne di cui tu dici. è rischioso, quello che dici, però ha anche un suo senso.
nel mio primo romanzo, la stanza di sopra, romanzo di padri anche più del secondo (dove è comunque un padre il polo opposto alla voce di caterina, la protagonista), io metto in scena due ragazzine di 15 anni con due padri diversi. uno, immobilizzato dalla malattia, impossibilitato a fare il padre, a esercitare potere ma anche tutela sulla figlia, soprattutto sul suo corpo. l’altro, un padre autoritario e ingombrante, che restringe gli spazi di libertà, per cui la figlia compie di nascosto solo minimi gesti “sovversivi”: disegnare sul tavolo della cucina quando lui non c’è, leggere letteratura che lui non conosce, prendersi piacere dal proprio corpo sdraiata su quello stesso tavolo.
nel mio romanzo, si ha la sensazione che sarà la ragazzina succube dell’autorità del padre a farcela – anche se noi non lo sapremo mai –, a diventare davvero libera, mentre l’altra, la protagonista, alla fine del libro sembra cercarsi a tutti i costi la conferma di essere esposta, non protetta, e quando la trova, e si ritrova a soccombere, specularmente al padre, è solo lì che può tornare: da lui.
ora, per venire a quello che dici tu: nessuno di questi due padri, in realtà, è comunicativo. forse il problema è esattamente questo. non so se la coscienza si formi necessariamente in opposizione. quando mi chiedono come ho sviluppato la mia coscienza femminile, rispondo che mi sono sempre sentita “minoranza”. per esempio, sono un’emigrata. credo che nella fatica si conosca in modo più autentico la necessità di una condizione, è persino banale dirlo. e quindi forse hai ragione. ma quante crepe lascia, questo? per quanto tempo te lo porti dietro? a volte mi chiedo se sia possibile per una donna non essere maschilista dopo esser cresciuta in un mondo come il nostro, a volte mi chiedo se sono maschilista e mi rispondo paradossalmente che forse è così.
io sono felice che esista una nuova generazione di padri. mi piacerebbe che fossero padri che ti insegnano – senza saperlo – ad amarti come tutti. non “contro” tutti. non “nonostante” tutti. io a volte ho questa sensazione: delle donne, di me.
i due padri del mio romanzo erano anche due versioni della mia immagine di dio. una presenza immobile, come un macigno, che non dà risposte, che non può intervenire, che resta “di sopra”, appunto, e non parla. ma anche una presenza che chiede, che pretende, che impone, che non spiega, che affascina, che proibisce, ma che può proteggere, che può graziare. entrambe, sono irrinunciabili. io lo so, ma le allontano. pensando di emanciparmi, ancora una volta. ma ancora una volta meno serena.
grazie per il tuo intervento, lucy.
caro roberto,
per certi versi, proprio per quello che dici, diventare adulti è una liberazione, e una forma di felicità.
grazie a te.
cara rosella, ti ringrazio della disponibilità di cui sono molto contenta anche perché conferma quello che avevo sottaciuto: che niente si fa senza scotto da pagare. e lo scotto nella fattispecie è una certa insicurezza e anche il rischio di rifugiarsi in un comodo, anche se drammatico, maschilismo al femminile, perpetuando il modello delle nostre madri che avevano spesso due facce, una ufficiale di consenso e una taciuta di furbizie, per non morire. entrambe, queste modalità, per me repellenti. a venezia si dice “far e tàser”.
però ti dico anche una cosa triste: mio marito è quel padre autorevole e amoroso che una figlia ha la fortuna di avere, talvolta. il rapporto speciale che ha con la nostra unica figlia è tutto maschile, ma sereno, disponibile. perciò lei è cresciuta attingendo forza e amore da entrambi secondo due modalità ben chiare. perfetto, no? eh, no, non del tutto. ora che è grandina abbastanza per trovare l’amore fugge infelice, incapace di trovare compagni in grado di rispettare la sua intelligenza, posta in un gran bel corpo. lamenta che anche i migliori mostrano sempre un atteggiamento di prevaricazione o di protezione non richiesta. si arrabbiano e marcano il territorio se lei dice o fa cose migliori delle loro. insomma: se se ne stesse un po’ in secondo piano, non sarebbe male. se chiudesse un occhio, se fosse contenta di essere bella e ammirata…come tante, troppe ancora, più furbe, che hanno capito come funziona.
ci sarebbe da scrivere dei tomi.
e questo secondo te da che dipende?
io conosco uomini che non prevaricano e che rispettano. il mio, per esempio. credo che alla base di tutto debba esserci un forte riconoscimento della dignità di se stesse, e del proprio corpo.
dipende dal fatto che dio li fa e poi li accoppia (qualcuno disse li accoppa!): vale a dire che se io come donna mi pongo in un modo o in altro, si accompagnerà con me – e io con lui – un uomo con caratteristiche adeguate. e insieme faremo figli/e con intendimenti, speriamo, mutati. però questo, volevo sottolineare, non è un movimento epocale. da un certo punto in poi i padri hanno spinto le carozzine e lavato i piatti e cambiato i pannolini: i padri-mariti della mia generazione, di sicuro, con qualche eccezione in anticipo o in ritardo sui tempi. ma quanto questo corrisponda ad un cambiamento sostanziale tale da mutare le coscienze degli attuali giovani uomini e delle attuali giovani donne, non so (vedo bullismo, stupri, nudità a tutte le ore). quando non si è in presenza di comportamenti devianti, tuttavia si assiste ad un quadro deprimente: come insegnante non ho fatto nulla per promuovere il modo d’essere di certi tipini di fanciulle seriali, uguali nell’aspetto fisico, uguali nell’indifferenza. come madre ho ottenuto una figlia che si distingue: ma a costo di infelicità. che cosa non funziona? i maschi sono fragili, non pronti a sopportare l’uguaglianza nella diversità. continuano ad avere in maggioranza un rispetto di facciata per la donna, un rispetto solo politicamente corretto, privo di sostanza. e magari hanno avuto madri come me. problema genetico e ontologico?
la tentazione di dire di sì è fortissima: questa è la mia preoccupazione personale.
lucy
Bel racconto, bellissima analisi. Io che vengo da un sud diverso, isolato nell’isola, non mi ritrovo, anzi. I padri quando sono padroni molto spesso prevaricano sui figli maschi e le piccole donne, spesso, vivono in una sorta di gineceo intellettuale e culturale. Vi è come un muro invalicabile e una sorta di pudore, che non sa di vergogna, ma profuma di sacro. Credo sia dovuto alle ascendenze matriarcali, e al matriarcato ancora resistente della Barbagia, da cui proviene anche la mia famiglia.
Mio padre all’epoca si commosse. Non disse nulla.
La nonna invitata a casa subito dopo parlò anche troppo.
Grazie e scusate la divagazione
spero in altre discussioni così interessanti,
Enza.
Temo anch’io che il corpo delle donne sia territorio degli uomini, che ci portiamo ancora – e forse ci porteremo per molto tempo – un sorta di firma genetica secolare, forse millenaria: è l’uomo il cacciatore, in una miriade di modi diversi. Finchè se ne dovrà parlare, finchè appena una donna scrive qualcosa ci si dovrà interrogare sulla letteratura femminile, finchè esisteranno le quote rosa, o scrittrici che devono farsi chiamare scrittori per sancire che la propria scrittura non ha sesso; il corpo delle donne sarà territorio degli uomini anche per le donne.
I padri sono tutti diversi, mio padre è stato l’antitesi del padre-padrone, eppure nei suoi silenzi, nel suo astenersi da certi discorsi, nel suo patire la mancanza di un figlio maschio, nella sua preoccupazione, ancora oggi, se non ho un uomo vicino, ho sentito e sento un maschilismo che è ancora più potente e che attecchisce ancora di più nelle coscienze – anche femminili – perchè non è gridato. E nemmeno riconosciuto, dai padri come mio padre, dalle figlie come me. Che mio padre, che io, che noi siamo maschilisti l’ho scoperto proprio adesso, leggendo questo pezzo. Di cui mi colpisce ancora una volta la forza, la sincerità, il disagio, la profondità.
grazie a te, enza: che bella descrizione che hai dato.