Che strana sensazione tornare qui e trovare questa scena. Uno dei quartieri più eleganti di Roma, sempre ineccepibile, strade immacolate e prati all’inglese, ville straripanti di verde e auto di lusso parcheggiate in posti numerati. Guai a rubare uno spazio: ti ritrovavi con la fiancata distrutta; bastava un coltellino di quelli per le unghie ed erano mille euro sicuri al carrozziere. Funzionava così: tutto adorabile e aggraziato, ma se sgarravi di un niente, ti risvegliavi in galera o in ospedale. Che strana sensazione scoprire i cancelli divelti, le piante rovesciate, le colonne liberty sradicate e mutile, come reperti d’antiche civiltà. La storia cominciò nel settembre nero del 2008: tentarono di salvare il salvabile, ma la banda dei pescecani non poteva farla franca. Giocava col terrore della gente onesta, costretta a versare contributi per colmare i baratri prodotti. Ma la gente onesta insorse e scelse di affondare, pur di non non dargliela vinta a quei gaglioffi. Fu il tracollo totale. Si cominciò dalle banche americane, che fallirono una dopo l’altra. In Europa, miopi governanti si incaricarono di rassicurare le nazioni, per restare incollati alle poltrone; ma con l’ondata di debiti e finanze fantasma ci fu poco da ingegnarsi. Cominciò a scarseggiare il denaro, poi le merci, infine i semplici alimenti. Fu allora che si scatenò la furia del popolo affamato, travolgendo gli argini senza via di scampo. I primi obiettivi furono le ville straripanti di verde e di macchine lussuose dei più ricchi. Quartieri come questo si trasformarono in un deserto di macerie, come se una deflagrazione smisurata li avesse rasi al suolo. Ora che il tempo sembra essersi fermato, sono l’unico che batte queste vie, in cerca di un ricordo, di un’immagine, di un segno, per provare che qui, in un’epoca remota, ci fu qualcosa di simile alla vita.


Solo la distruzione può rigenerare e senza distruzione non c’è rinascita, ma spero di non vedere mai lo scenario che descrivi. Il seguito, a un simile scenario, vede sempre un unico perdente: poveri e classe media destinati ad affondare assieme in un unico, tremendo abbraccio.
Blackjack.
Sì che lo capisco.
ma io lo riscriverei tutto al ralenti, molto molto spazio e respiro in mezzo.
Così per lasciare che le immagini e la narrazione entrino in clou, ma va benissimo anche così crei un effetto di simultaneità tipico dell’entropia, e in fondo è una apocalisse possibile- nelle coscienze anche)-
da domenica invierò mie, nuove e non, poesie.
Maria Pia
spero di non vederlo nemmeno io, Black, per le tue stesse ragioni.
grazie, Maria Pia: ho il vizio della sintesi. il vantaggio è che si fa presto a leggere.
un abbraccio
fabrizio
penso che la furia del popolo affamato si scatenerà assai presto, mi ricordo dei sani espropri proletari di un tempo, la differenza è che non era il popolo affamato, allora, a svuotare i supermercati! Io, al contrario, mi auguro uno scenario apocalittico, altrimenti questo scenario così abituale e normale ci “soprafferà”.
Marco
pare che non ci siano più gli espropri di una volta, Marco.
qualcuno ci ride sopra, io spero in vie alternative, magari utopiche, ma più vicine al vangelo.
Le crisi sono cicliche(che siano o meno considerate dai tempi “economiche” o finanziarie), e non lasciano passare poi molto tempo. Quella attuale era in aere da più di un anno (così ci dicono gli analisti da sempre radicalmente impotenti verso l’inconscio-incanto della ciclicità). Veicolata dalla globalizzazione imperversa su tutti i mercati, o quasi. Oblio e rimemorazione – eterno ritorno -. Ma non lasciamoci anche noi travolgere dal vortice di una mitopoiesi illusoria, o meglio per ottenerne l’effetto liberatorio, paradossalmente, abbandoniamoci ad esso. Ecco “paradosso”, e la sua declinazione avverbiale, era la parola, forse, più interessante proprio un po di tempo fa, diciamo ai prodromi della crisi. (Gli addetti ai lavori la usavano molto e noi di conseguenza la accoglievamo altrettanto). Ad una analisi sinceramente grossolana il “paradosso”, senza scomodare la prospettiva, ma forse sarebbe il caso, e il Troili Giulio, appare sinceramente ambiguo, non si capisce se sia bene o male (d’altronde chi ha mai veramente capito il rapporto tra i due?). “Paradosso” è esso stesso un “paradosso”, come se la lingua invadesse se stessa, come nell’assunto, figura mitologica, del saggio “sulla lingua in generale” di Walter Benjamin- “chierico errante” ( nella definizione di una lectio magistralis del signor C.). Panico. Ora la parola più interessante è, forse: “panico”. Per una sua comprensione rinviamo volentieri a Girard e alla spiegazione che da della ciclicità mimetica sperperante desiderio. Ricordiamo solo l’etimo Pan – divinità primordiale, forse fondamento mitologico -. Benjamin impegna la sua vita, così almeno interpreta anche Adorno, a distruggere il mito – il prof Codero a distruggere “il mito” Benjamin. Singolare movimento circolare, e singolare uso delle virgolette. Scusate la sconnessa improntidudine. Il ceto medio,nel fra-tempo, sta scomparendo. Verrebbe in mente l’avversione derridiana alla medietà antropologica socialista di Mauss, avversione intenta a rendere prendere perdere la parola – lettura scomoda – . E proprio il medium-simulacro tra destra e sinistra, socialismo, evoca nell’attuale crisi i fantasmi di atavici dualismi (pubblico-privato etc.). Ministro Tremonti invoca spiritualità e radici giudaico-cristiane come antidoto. Verrebbe in mente Benjamin ebreo errante. Interrompere il ciclo mitico-mimetico deve essere come cercare i colpevoli della nostra crisi economico-finanziaria (debitori insolventi, banche senza fondi reali, speculatori finanziari..) comunque tutti ammaliati dalla metamorfosi del credito in debito e viceversa, come se di mezzo non ci fosse il tempo. Se abbiamo una storia, e forse ogni storia è fatta di parola, ed è una storia ebraico-cristiana, che comprende e travalica oriente e occidente, è una storia che crede nell’uomo e nella sua capacità di raccontarla. Se il panico(e la storia) insegna qualcosa è che di panico (e di storia) non si muore, e forse anche questa crisi svanirà, paradossalmente, quando impegneremo-daremo la parola per raccontare.
Alessandro, non ti nego che ho fatto molta fatica a capire cosa intendessi dire nel tuo commento e anche ora, dopo averlo letto e riletto, mi rimangono molti dubbi circa la corretta comprensione. Il motivo è semplice: mescoli le previsioni degli analisti che, come loro solito, arrivano con un anno di ritardo (avrebbero dovuto fare questa previsione due anni fa, che un anno fa la borsa già ‘orseggiava’ e lasciava investitori piangenti), con nozioni di biologia letteraria, le accompagni con citazioni sparse, mi estrai Mauss e le sue teorie sul barther (come via alternativa?) e, ultimo ma non ultimo, infierisci sulla solita globalizzazione, madre di tutti i mali. Poi ti fermi, fatalista, affermando che “Interrompere il ciclo mitico-mimetico deve essere come cercare i colpevoli della nostra crisi economico-finanziaria”: quasi fosse impossibile.
Mica ne sono convinto che è così impossibile trovare i colpevoli. Alcuni, quelli più in vista, sono sulle bocche di tutti (attendo le punizioni), altri, quelli più nascosti, dovremmo avere la pazienza e la costanza di andarli a cercare. La nozione e la conoscenza, se non sono correttamente finalizzate, diventano persino dannose. Concordi?
Blackjack.
in effetti, è un commento un po’ complesso, soprattutto a quest’ora di notte.
grazie per l’aiuto, Black.
fabry
Trovo che questa capacità di sintesi renda la lettura un autentico piacere. Ma anche il commento di Alessandro è molto bello, e sembra completare il quadro. Pare una rappresentazione altamente simbolica dell’impotenza culturale che constatiamo di fronte a fenomeni come questi: un mulinare di modelli e giochi linguistici, nati per altro, che non afferrano un bel niente.
grazie, Elio.
nel frattempo, i furbi hanno vinto di nuovo, ma speriamo sempre in un mondo migliore.
fabry
Io non farei troppo affidamento sull’immagine del popolo affamato in rivolta. Alcune considerazioni:
1- La terapia da 700 miliardi di dollari messa in atto da Bush per salvare le banche americane dal fallimento è un’intromissione dello Stato nel mercato. Il fatto che Berlusconi abbia dichiarato di essere pronto ad adottare la stessa cura in Italia in caso di aggravamento della crisi la dice lunga sull’arroganza di questi signori. Di fronte all’evidenza di queste contraddizioni uno si domanda che fine abbiano fatto tutte le loro chiacchiere sul liberismo e quella roba lì. Non è questo un modo per espropriare la gente di risorse che potrebbero invece essere utilizzate per istruzione, salute e benessere? Non siamo all’imbroglio ricorrente della privatizzazione dei guadagni e della socializzazione delle perdite?
2- Mettiamo pure che che il sistema si salvi e l’economia riparta. Questi 700 miliardi di dollari non saranno forse utilizzati dalle banche sui mercati finanziari? Non saranno dunque le banche a comprare titoli a prezzi stracciati per vederseli poi decuplicare di valore nel giro di 5 anni?
3- E’ proprio difficile ipotizzare la repressione poliziesca e il carcere per chiunque si azzardi ad assaltare magazzini e merci? E che tutto si risolva in questo?
C’è un libro che avevo comperato tempo fa e non ho ancora aperto, si intitola “La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia”, di Lasch. Mi sa che è venuta ora..
@ Marco Saya
“sani espropri proletari di un tempo”? Che c’era di sano?
la mia utopia è una libera condivisione. questa fu la goccia che fece traboccare il vaso nelle discussioni su Nazione indiana. ma la mia idea rimane quella. si comincia dai piccoli gruppi (i gruppi di cinquanta della cosiddetta moltiplicazione dei pani, che forse fu una condivisione) e il sistema si estende. a quel punto la finanza fantasma diventa un assurdo logico.
(Errata corrige : il prof. non è Codero, ma prof. Cordero)
Si sarebbe tentati a ristrutturare tutto nel senso di una certa programmazione neuro-linguistica, se non temessimo l’uso e la trappola di un certo comportamentismo. (Esempio : raccontare cosa e a chi? Globalizzazione di che e di chi? Concordare su cosa e con chi?) Ma affidiamoci all’occasione, pur coscienti che gli dei non si lasciano ingannare più come un tempo (Holderlin). La “crisi” che ci sovrasta, di cui siamo alla fine del principio (Min. Tremonti), è finanziaria, economica, politica, etica. Tutte vere, quindi false – logica che trascende la contraddizione -. Anche l’etica , come la logica, è trascendentale (Wittengenstein). Sembra di sentire l’eco dell’ammonimento: l’identità del tutto e del niente è falsa (Baudrillard) – un resto rimane, inafferrabile . Si protrebbe provare ad essere il più globale di tutti come il paganesimo di Goethe il più cristiano di tutti. Cercare e accusare i colpevoli non è impossibile, ma inutile, se l’utile in questa storia abbia mai avuto valore – la storia, qui, è quella del male radicale dell’uomo (Kant) tra la bestialità e il male diabolico (Baudelaire), la storia della reciproca metamorfosi del credito e del debito, e forse, del rovesciamento del bene nel male e del male nel bene senza sosta, cui niente resta, niente sopravvive. (Debitori insolventi, banche senza fondi reali, speculatori finanziari …) Tutti colpevoli, quindi innocenti – qui la storia è tra il dire e il calcolo del detto (della verità ne va dato conto), è la storia ambigua della promessa (la parola data, se scritta, il titolo di credito) che è premessa d’inadempimento: frattura tra dire e fare che getta in un solipsismo parossistico per cui salvare se stessi è come accusare l’altro. Colpevolezza e innocenza che la Legge non in-contra – non certo nel senso di una rifondazione contra-legem del Diritto, come nell’aporia dell’evento anarchico, l’anarchia è sterile anche quando crede di essere fortemente all’opera (Stirner e la sua “proprietà privata” docet), se l’an-archia (“fine del principio”) non si compromette con la parola agli altri. La parola da compimento alla Legge. Tutti colpevoli. Eppure la Legge, questo resto d’innocenza lo incontra: la legge perdona sempre anche quando punisce massimamente, incontro che avviene in quella che , forse, è il rovescio della promessa: la confessione – la confessione del condannato a morte (che differenza tra colpevoli e innocenti ai quali è impossibile la speranza? Eppure una differenza ,un resto, c‘e). La tentazione a gettare nel panico è sempre presente : credito e debito dovrebbero coincidere invece il credito è sempre maggiore del debito – ovvero, ma potrebbe sembrare il contrario, il debito è sempre in eccesso sul credito – c’è sempre uno scarto. . E’ impossibile tirarsi fuori dal circolo anfibologico del credito e del debito. E’ difficile credere a nuovi poveri o a nuovi cristi. La vittima cambia ma è sempre la stessa. Tutti contro tutti e tutti contro uno della violenza mimetica è nella evidenza della cronaca. Bisogna sapere la verità. Si deve pur ammettere che la volontà di sapere implica “relazioni pericolose” tra conoscenza e verità – “il male consapevole era meno terrificante del male che ignora se stesso” (Baudelaire), ma come sempre il testo può essere una falsa traccia che non incorrere nel paradosso del mentitore. Come nel racconto giovanneo il chinarsi per scrivere può essere una finta (Gv 8). Scrivere: singolare imitatio Christi.
Ma si è promessa una storia di resti. Hotel Raphael – albergo non-luogo mitologico- moderna lapidazione metafisica (neanche tanto)- monete gettate contro l’accusato – la moneta, il titolo di credito, gli spiccioli…, il resto -. Il signor B. per salvare se stesso dall’accusa usa l’atto che solennemente necessita della forma scritta e sottoscritta (ad substantiam): la Legge. Paradossi della scrittura. Il signor B. come un esponente della Avantpop, la generation X che racconta per uccidersi (neanche tanto metafisicamente) in un racconto (dare conto) impossibile dove i conti non tornano e si toglie di mezzo se stessi – morte dell’Autore, o solo dell’editore: vendetta di tutti gli inediti, di tutti gli scarti.. gettati.., i resti. (Il suicidio del signor B. nell’immaginario dell’accusa è eloquente). Paradossi del racconto.
Ma, forse, si può solo raccontare per la salvezza. Impegnare-dare la parola al raccontare non è una promessa impossibile ma piuttosto dare credito ad una storia che non tiene conto né da conto della propria impossibilità: potenza del possibile, speranza. Raccontare la “crisi”.
(E’ di queste ore la lettura pubblica della Bibbia, sulla traccia della conferenza della guarigione di Aby Warburg (“Il rituale del serpente”) si potrebbe considerare Numeri 5, 11-31 (Vecchio Testamento) e Gv 8,1-11 (Nuovo Testamento)).
ecco, Alessandro: si può raccontare solo per la salvezza.
un po’ sintetico, ma chiaro, credo.
grazie
fabrizio