Forse non sono l’unico a non aver trovato L’eleganza del riccio tutto questo capolavoro. Ecco un pro e contro tratto dall’ultimo numero della rivista Inchiostro.
PRO – di Chiara Bonaconsa
In Francia, Muriel Barbery insegna filosofia ai professori di liceo. In Italia, con il suo “L’eleganza del riccio” ha venduto oltre trecentomila copie, scalando tutte le classifiche. E leggendo la storia di Renée Michel, portinaia della lussuosa palazzina nella parigina rue de Grenelle e autodidatta in incognito, non si fatica a capirne il motivo. Il romanzo mescola con grande eleganza e irresistibile sense of humour momenti di vita quotidiana, divertenti o drammatici, riflessioni filosofiche e citazioni letterarie.
Sembra quasi che qualcuno abbia posto all’autrice la fatidica domanda: «Cosa porterebbe con sé su un’isola deserta?», e lei, per tutta risposta, abbia racchiuso la lista in questo romanzo, facendo raccontare a Renée e a Paloma Josse, geniale dodicenne che vive nel palazzo di madame Michel, tutto quello che salverebbe da un’ipotetica fine del mondo. E l’elenco non comprende solo complesse tesi filosofiche o i capolavori della letteratura russa: ci sono le camelie, i manga, il thè al gelsomino, la buona cucina e i dolci portoghesi. E poi l’amicizia, l’inizio di un amore, le affinità elettive e i gatti.
Il romanzo si legge d’un fiato e, nonostante alcuni passaggi più impegnativi, scorre piacevolmente, grazie alla sottile ironia messa in campo dall’autrice per descrivere gli abitanti del palazzo, che porta il lettore ad affezionarsi a questi personaggi perfino esageratamente umani. L’intera vicenda viene raccontata dai diari delle due protagoniste attraverso un linguaggio quasi lirico nei passaggi in cui si disserta sull’arte e sui sentimeni, ma anche comico, quando a parlare è l’acuto spirito d’osservazione di Paloma, che descrive senza peli sulla lingua i limiti e le debolezze della sua famiglia (divertentissimo, ad esempio, è il capitolo nel quale i Josse vanno in visita dalla nonna ospitata in una lussuosa casa di riposo).
Renée e Paloma sono due facce della stessa medaglia. La medaglia che la Barbery mette in palio per i suoi lettori. Ci sono due modi per vincere il premio: quello raffinato e colto della portinaia, e quello stupefatto e innocente della bambina prodigio. L’importante è avere una grande sensibilità d’animo. Sì, perché il premio altro non è che capire la bellezza dell’arte, della letteratura e, più in generale, di tutto ciò che ci circonda. Il messaggio del romanzo, in fondo, è proprio questo: la bellezza è alla portata di tutti, ma solo coloro che tendono verso di lei con mente e spirito aperti possono trovarvi l’emozione e il sollievo dalla vita di tutti i giorni. Non importa se a farlo è una portinaia che vive con un gatto ciccione oppure una ragazzina che, libera dai condizionamenti di una cultura sofisticata, coglie l’armonia delle cose al livello più puro e immediato.
Perché la sensibilità non si respira nell’aria o si succhia con il latte materno: la si possiede. Anzi, le si appartiene, e basta. E il vero privilegio non è detenere la bellezza, ma saperla riconoscere.
CONTRO – di Sara Gamberini
Che delizia tuffarsi in un mare di luoghi comuni, come se la vita non ce ne infliggesse già a sufficienza! Questo è quanto ci offre Muriel Barbery, propinandoci pagine e pagine di snobismo intellettuale, di citazioni esibite in modo forzato, di bella mostra di deboli intuizioni. Renée, la sciatta portinaia di un palazzo per ricchi, legge Tolstoj e Husserl. E quindi? Solo chi è stato costretto a forzare la propria apertura mentale, anziché riceverla in dono, ci può trovare di che stupirsi.
Ciò che invece stizzisce è che la portinaia bruttina lo faccia di nascosto. E perché mai? Per non perdere il lavoro, perché è nata povera, perché forse è semplicemente normale non sbandierare la propria cultura sotto il naso di tutti, attitudine che sembra invece mancare alla Barbery? “L’eleganza del riccio”, come se ne avessimo bisogno, ci espone schematicamente alcune leggi del determinismo: se nasci povero detesti i ricchi, o quantomeno non ne puoi mai essere amico; se ami Kakuzo Okakura, regista cult del Sol Levante, sei un eletto, ma non puoi appassionarti ad una telenovela; se sei figlio di un diplomatico diventerai ricco e colto, se nasci in una famiglia povera sei brutto e sfigato. Per sempre. Se tutti quelli che hanno letto Tolstoj, viene da aggiungere, fossero davvero persone sensibili, questo romanzo non sarebbe stato neppure pensato. La Barbery dà voce a quella parte di intellettuali che conta i libri letti invece che contare su questi. Chissà se le capiterà mai di osservare che si può ascoltare una canzonetta e amare Proust, si può essere brutti ed affascinanti, si può essere poveri e diventare ricchi, si può perfino essere ignoranti e pieni di quattrini, ma simpatici.
Il romanzo procede per banali contrasti, ma inspiegabilmente si pone l’intento di smascherarli. Al punto che viene da chiedersi: ma per chi è stato scritto questo libro? Il legame, rincorso dall’autrice con ogni genere di espedienti, tra una storia romantica – che con certezza assicura una buon numero di lettori – e Kant, la cerimonia del thè, “Blade Runner” e Guglielmo di Occam, non regge. La Barbery cade invece nel tranello dell’inverosimile, vero spauracchio per ogni scrittore che si rispetti. Ecco così una ragazzina di dodici anni che legge Lacan, non si capisce con quali possibilità di comprensione, trattandosi di autore geniale, ma assai complesso. Vien da credere che, attraverso la sottile critica alla psicoanalisi messa in bocca a questa povera bimba, l’autrice trovi solo il modo di esibire una delle sue tante letture, senza preoccuparsi della caratterizzazione del personaggio, al quale proprio non si riesce ad affezionarsi.
Gli ingredienti di questa storia, mal miscelati, sortiscono quindi l’effetto di tratteggiare una “Pretty woman de noantri”. Una delle tante cenerentole moderne, insomma, questa volta con un tocco in più: spazza sempre le scale, ma legge Tolstoj.

intanto un aspetto pregevole del romanzo è che “finisce male”: la fiaba-commedia volge in tragedia, ci scappa il morto. ma il romanzo poteva essere tagliato in più parti e anche scritto meglio. tutta l’inverosimiglianza macchinosa è necessaria alla tesi: apparentemente semplicistica, per gli automatismi classisti che mette in scena, come mi pare dica il giudizio a sfavore. in realtà credo che dica (concordo: non benissimo) cose apparentemente scontate, che se lo fossero, avrebbero dovuto da tempo autodistruggersi. come lo snobismo di certo gauchisme di facciata (ne abbiamo tanto, ma tanto, anche noi italici): che c’è, e pesa, nella vita reale. come le attitudini poco signorili di certe belles dames aristocratiche, che fanno perdere ogni illusione sulla solidarietà femminista: e anche questa, ahinoi, manca spaventosamente nella vita reale, al di là delle belle parole. è vero che la storia ha dell’inverosimile, ma non credo voglia intenerirci solo sui consolatori temi quali la sensibilità letteraria e artistica che rendono tutti buoni e giusti. a me pare che lanci un messaggio che nessuno ha mai realmente avuto la capacità di realizzare: non conta cosa fai nella vita, ma quello che sei. contano invece le estrazioni sociali, le professioni, chi sta con chi. anche tra chi proviene da molto in basso. lo studio è funzionale alle professioni, non “in sé”.
“si può perfino essere ignoranti e pieni di quattrini, ma simpatici”: ecco, su questo ho dei dubbi. la barbery ha fatto bene ad ignorare la cosa, di ignorantipienidiquattrini si stanno riempiendo le cronache. ma non sono simpatici.
Lucy, grazie per l’approfondita analisi. Dici cose che condivido, personalmente ho delle perplessità più che altro sulla struttura e sulla coerenza complessiva, piuttosto che sulla credibilità delle due protagoniste. Ecco, in particolare il messaggio della riaffermazione di certe estrazioni sociali, che giustamente dovrebbe essere uno degli obiettivi del libro,mi pare che alla fine fallisca. Inizia con un acuto…e termina con un flop,almeno così mi sembra.
Ciao
P.
Penso che lo cercherò in biblioteca.
Due recensioni, una pro e una contro su cui non posso dir nulla.
Prima leggo.
Grazie a Paolo e Lucy
Grande Paolo neopapà, non so se può essere utile o meno… in ogni caso ti segnalo questo link:
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2008/06/09/il-successo-del-riccio/
@Nadia: ottimo metodo, quello di leggere il libro prima di parlarne, talvolta dimenticato dai “critici” ;-)))Ciao
@Massimo: grazie, per il link e per il resto.
alcune osservazioni sui commenti di alcuni lettori raccolti in rete:
“La portinaia è un personaggio inverosimile”
benissimo dal momento che questa affermazione salta sulla bocca di più di un lettore rende verosimiglianza a Renè Michel in una maniera che va oltre il letterario. La portinaia costruisce la sua vita sull’incredibilità del personaggio. Tutto il condominio non può immaginare nemmeno che abbia una cultura sconfinata e universalistica che possiede. Negare credibilità al personaggio è avverarlo nella maniera più piena.
“la bambina dodicenne è inverosimile, linguaggio troppo forbito”
proviamo a vedere la cosa da un altro punto di vista.
Che l’adolescenza sia un periodo difficile, e talvolta con epilogo drammatico di morte, è un dato assodato.
Che alla radice del disagio ci sia l’incapacità di comunicare e decodificare un mondo sempre più anaffettivo è altro dato abbastanza chiaro. Come raccontare dal punto di vista di una dodicenne tutto questo? Una possible risposta è quella di mettere in evidenza la responsabilità degli adulti e la loro pigrizia nel calarsi nei problemi dei propri figli mettendo in bocca alla dodicenne quelle parole “adulte” che gli adulti hanno perso e si rifiutano di utilizzare.
Tra adulti e bambini non c’è differenza di problemi, o almeno la distanza tra I due universi non è così grande come siamo abituati a pensare. C’è invece differenza nella capacità di “verbalizzare” questi problemi di concettualizzarli. Se questa incapacità adolescenziale è frutto della maturazione lenta che le parole richiedono per dare forma a pensieri, questi nascono comunque dal “sentimento”, dal sentire, dai sensi, dal senso per entrambi: la stessa incapacità negli adulti è però una scelta di vita. In questo senso Renè Michel non differisce molto dai condomini ai quali offre l’immagine che loro volgiono vedere. Ciascuno si “difende” ed esorcizza le proprie paure adolescenziali come vuole o come meglio può. Una dodicenne che fa questa operazione appare inverosimile proprio perché riflette sotto le spoglie di un personaggio, questa enorme responsabilità che tutti sentiamo e che spesso è alla radice del male di vivere ma quei dubbi, quei sentimenti esistono, lo sappiamo, perché tutti abbiamo vissuto un’adolescenza ed in taluni si protrae fino alla fine dei giorni. Le parole di Paloma sono gli aculei del riccio sui quali non vogliamo pungerci fino al punto di negare la possibile maturità di un adolescente foss’anche un semplice personaggio letterario. Paloma è un sogno che riflette lo stato adolescenziale di gran parte del mondo “adulto” che andiamo costruendo ma se si intuisce che le sue parole “adulte” sono il vero personaggio del romanzo, la docienne è solo una nostra immagine realistica e credibilissima. E’ un libro sull’adeguatezza, una riflesisone sullo sfasamento dei tempi e degli spazi che viviamo oggi. Gli adolescenti precocizzano il loro comportamento e gli adulti lo ritardano per quato finoscono per non incontrarsi più. Non siamo più adeguati al nostro tempo. Il tutto è dichiarato con estrema chiarezza in apertura del primo pensiero profondo della “piccola” Paloma.
“Nel nostro universo la vita umana è vissuta così: occorre ricostruire continuamente la propria identità di adulti, un fragilissimo assemblaggio sbilenco ed effimero che maschera la disperazione e racconta a sè stesso, davanti allo specchio, la menzogna alla quale abbiamo bisogno di credere.“
quante cose ci sono poco credibili se alziamo lo sguardo oltre il nostro condominio?
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“presuntuoso, spocchioso sfoggio di erudizione dell’autrice”
ma che centra un autore con il suo libro? nulla. il libro è dei lettori. Poi l’intellettuale si chiude in una torre d’avorio o sta nella parte privata della portineria? E’ la cultura e la filosofia che non sa comunicare con il mondo o il mondo che non vuole “dialogare” oltre un certo livello formale ed evasivo? Quello che lamentano le protagoniste (supposte snob) non è tanto l’incapacità delle persone di non misurarsi con temi elevati o di non frequentare la filosofia quanto il rifiuto a priori di indagare, allargando gli spazi fisici dove muoversi (case e normi macchine enormi) a detrimento di quelli interiori spiegandosi il mondo e relazionandosi alle persone in base ai cliché alle convenzioni. Certo i toni della piccola Paloma sono trancianti ma credo che si possa spiegare con il tentativo di dare credibilità al personaggio la stessa che in molti lettori non hanno ritrovato per un giudizio a priori. In qualche maniera un romanzo “protestante”. Quello che mi è dato avere certifica il mio essere altrimenti non l’avrei ottenuto. Non è sempre così.
Altra cosa interessante del libro che mi sembra si a passata sotto silenzio è l’idea che le vite o meglio I particolari di certe esistenze sono narrazioni. Il gatto Lev e tutto l’immaginario di Anna Karenina si riversa nelle vite di Due persone apparentemente molto distanti nella gerarchia sociale Michel Reneé e Monsieu Ozu eppure I piccoli animaletti sono metonimie viventi.
Bisogna imparare a “leggere” non solo I libri ma le esistenze, fare delle scommesse interpretative sulle scelte di vita altrui senza cadere nei pregiudizi e nelle omologazioni sociali. E in questo non credo ci siao “snobismo”
“non ho capito il grande successo di questo libro.diffido dai best seller”
perchè si giudica un opera in base alle aspettative generate dal suo successo commerciale?
“e’ francese cosa ti aspettavi?”
meraviglioso notare la messe di preconcetti con cui si giudica questo libro. Il vero successo è questo. I personaggi diventano verosimili proprio in virtù delle reazioni che hanno suscitato in una massa incredibile di lettori.