Dizionario idiosincratico della lingua italiana

IMPEGNO

Stiamo ammalandoci di eccesso di igiene. Così dicono gli scienziati. L’ossessione per la pulizia indebolisce le nostre difese immunitarie, e in questo modo ci ritroviamo con un esercito disoccupato che se la prende con nemici inesistenti, provocando allergie e intolleranze alimentari verso sostanze innocue. Anche nel linguaggio si avverte la stessa ossessione per la pulizia. Il sintomo più evidente sono le parole collutorio, quelle con cui ci si sciacqua la bocca e che basta sputarle per sentirsi più sani e puliti. In realtà sono vocaboli eviscerati, svuotati di senso per l’abuso. Impegno è uno di questi. Apparentemente è innocuo, ma a me il solo sentirlo provoca un’allergia fastidiosa. Adoperato in ambito letterario ricorda molto il coniuge ricco, che non è mai così benvoluto come quando se ne può denunciare la scomparsa. E’ la sua funzione precipua, il mancare. Ci si lamenta costantemente della sua assenza, pare che non ce ne sia mai abbastanza. Le rare volte in cui viene riconosciuto, sembra che il solo nominarlo produca effetti miracolosi, guarisca addirittura dalle scrofole. Sì, è vero, scrive da cani; in effetti non ha niente da dire, però, signora mia, che impegno! E’ l’esatto contrario di ciò che avveniva a scuola, quando ci dicevano “è intelligente ma non si impegna”. Ecco, in letteratura chi si vanta del proprio impegno, chi lo sbandiera ad ogni occasione, sempre in prima fila negli appelli e nelle petizioni (i cosiddetti sotto-scrittori), di solito lo fa per sopperire a qualche deficienza imbarazzante. Parafrasando Brecht, beata la letteratura che non ha bisogno di scrittori impegnati.

14 pensieri su “Dizionario idiosincratico della lingua italiana

  1. robertorossitesta

    Caro Sergio,
    richiamandomi al post di Francesco Sasso in data di ieri domando: ma quello del bisogno di scrittori impegnati è un problema della letteratura o non piuttosto della società nel suo complesso?
    Comunque sia, la tua parafrasi finale corrisponde a quello che ho sempre pensato; ma attenzione a dirlo ora, che si respira un’aria da merende sull’orlo del vulcano in eruzione.
    L’ideale è quello “classico”: un impegno insito nella cosa stessa (“in re” si diceva una volta), senza sbandieramenti, e che all’occorrenza possa magari essere minimizzato.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. lucy

    col classico non si sbaglia mai, dicono le nonne! ma, seriamente: la letteratura è davvero letteratura “in sé” o fa, più o meno, i conti con il secolo? me lo chiedevo “in tempi non sospetti” (non me ne viene un’altra, ma questa è una di quelle espressioni passepartout che mi danno l’orticaria), quando o eri impegnato o eri out come una pergola. oggi non vale la pena di chiederselo più, dal momento che abbiamo superato gioiosamente il disimpegno postmodernista, talmente gioiosamente che ora tout va bien. anche se scrivi da cani, fa niente. e i cani, detto sempre dalle nonne, e venexiane, tra lori no i se morsega.
    (a questo è servita la lunga stagione dell’impegno).

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  3. Roberto Plevano

    Dì, Sergio, ti sei impegnato a mantenere il tuo post per qualche giorno, o sparirà tra un minuto?

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  4. Giorgio

    Anche a me non piacciono le parole più sbandierate e usurate, le mode…

    E in quanto a chi scrive come un cane, ma in modo impegnato, beh, avrà tanto di politicità, ma poco di letterarietà.

    Certamente letterarietà non è = a politicità.

    Però letterarietà e politicità hanno qualcosa in comune: la verità.

    Quando l’una e l’altra corrispondono a ciò che “ditta dentro”.

    Intese in questo senso, le due cose si sostengono a vicenda.

    D’altra parte, non ha Aristotele definito l’uomo e come animale politico e come animale parlante?

    Chi può scindere in Dante letterarietà e politicità?

    E’ chiaro che non sto parlando né di pifferai della rivoluzione né di marinisti.

    Si parla di politicità, non di “essere del proprio tempo” o di “essere assolutamente moderni”.

    Anche se la politicità è una componente dell’essere del proprio tempo e dell’essere assolutamente moderni.

    Detto questo, che ognuno scriva ciò che gli pare, tanto ognuno vedrà negli scritti ciò che ci vuole vedere.

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  5. Giovanni Nuscis

    “in letteratura chi si vanta del proprio impegno, chi lo sbandiera ad ogni occasione, sempre in prima fila negli appelli e nelle petizioni (i cosiddetti sotto-scrittori), di solito lo fa per sopperire a qualche deficienza imbarazzante. Parafrasando Brecht, beata la letteratura che non ha bisogno di scrittori impegnati.”

    Chi si vanta del proprio impegno, anzi, chi si vanta in generale, in modo insistito, ha probabilmente qualche problema. Ma nel mondo delle lettere il narcisismo è tutt’altro che infrequente, a prescindere dal dichiarato impegno. Più d’un segnale ne attesta la presenza.
    La buona letteratura e l’impegno sociale, quando non convivono in equilibrio armonico, hanno ciascuno parametri di giudizio definiti: la prima di carattere estetico, il secondo di correlazione a risultati concreti, tangibili.
    Ma quando non è patologia, l’impegno risponde a una tensione naturale dell’uomo, che sia artista o meno. Una forma di adesione o avversione al vero e al giusto, o al suo contrario.

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  6. Giocatore d'Azzardo

    Anche espletare i propri bisogni comporta un certo impegno. Ecco, forse servirebbe qualche ‘gabinetto letterario’ nei quali sia possibile *impegnarsi* tranquillamente, in una sana solitudine, senza crear danni al resto del mondo, e conservando gli olezzi in un luogo protetto. 🙂

    Blackjack.

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  7. Giovanni Nuscis

    @8. Il tuo commento è la conferma di quanto dicevo. Se alcuni stanno “in ritirata”, però, in giro chi ci dovrebbe essere? Quelli che fanno battute come le tue?

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  8. sergiogarufi

    Ha ragione Roberto Rossi Testa, il bisogno di un simbolo come “lo scrittore impegnato” è un problema di mentalità, e quindi della società, non certo della letteratura. Comunque per chiarire meglio il mio pensiero, e vale non tanto per questo testo ma in generale, aggiungo una piccola postilla. Io non sono per l’aut aut, sono per l’et et. Penso che la realtà sia talmente complessa che ridurla ai comodi schemini bipolari e oppositivi non le renda giustizia. Forse non è facile abituarsi all’idea che la vita non è solo questione di destra o sinistra, guelfi o ghibellini, milan o inter, bionde o more, panettone o pandoro, ma bisogna sforzarsi. Se dico che non mi piace il panettone può essere che non ami neppure il pandoro (and yet and yet). Criticare la figura dello scrittore impegnato, soprattutto per il culto che gli è dedicato, non significa automaticamente essere per il disimpegno. Disimpegno è già di per sé una parolaccia, non solo in letteratura, tant’è che sta accanto al cesso, per cui non vedo alcun bisogno di accanirsi ulteriormente. E’, in sintesi, proprio quello che diceva Brecht, ossia che mi piacerebbe molto vivere in un paese che può permettersi di farne a meno. Grazie dell’attenzione.

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  9. fabrizio centofanti

    secondo me, Francis, i colori e i sapori della vita si ritrovano solo in una società giusta e fraterna, in cui si condivide tutto. da noi c’è un’ottima verifica in questo senso: i poveri sono sempre più poveri, e soprattutto ce ne sono sempre di più.

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  10. lucy

    evangelicamente, fabrizio, questa è un’ottima occasione per svegliarci dal sopore e dagli egoismi, per essere semplicemente più buoni senza buonismo. politicamente non vedo, al contrario, soluzioni. intellettualmente: la letteratura è menzogna, questo è, paradossalmente, ciò in cui credo. ma una menzogna forse dice ancor meglio la verità. e una verità detta bene, la bellezza di una menzogna veritiera mi incanta. credo che questo possa essere l’impegno dello scrittore. o uno, almeno, dei modi.

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