Arnon Grunberg, Il rifugiato, pp.360, Instar, euro 18
traduzione di Claudia Di Palermo
di Ade Zeno
Non si tratta di ipertrofiche e degeneranti disillusioni nei confronti del mondo, né di un’incondizionata resa agli assurdi conformismi che governano i rapporti tra gli esseri umani; non è questo, non soltanto questo: per riuscire a codificare i movimenti e le speculazioni di un personaggio straordinariamente complesso come Christian Beck, protagonista del sesto grandissimo romanzo firmato Arnon Grunberg, dobbiamo prima di tutto renderci conto che il suo apparente auto-abbandono è appunto solo apparenza, una maschera sottile ma coriacea in grado di nascondere agli occhi dell’universo (e forse anche dello stesso Beck) una devozione totale a principî di fede assoluta. E’ vero, la tentazione di riconoscere in ogni suo pensiero l’ombra di nichilismi suicidiali sembra forte, irresistibile fin da subito, e la certezza di trovarci di fronte al comune déraciné esistenziale che ha fatto la fortuna di altrettanto imperscrutabili figure letterarie (ma non solo) si fa strada con subdola prepotenza già nelle prime pagine. In fondo non potrebbe essere altrimenti, e del resto sembra essere questa la vera sfida illusionistica di Grunberg, che si diverte a ingannarci stabilendo un patto fittizio con il lettore al quale viene concesso di assistere con distante circospezione alle elucubrazioni di un eroe negativo, solitario, in definitiva non riconoscibile. Christian è un ex scrittore che ha deciso di abbandonare per sempre ogni velleità artistica per rifugiarsi in un lavoro quasi insignificante (traduttore di libretti di istruzioni), ritirandosi contemporaneamente a vita privata con l’obiettivo di consumare i suoi giorni futuri in un’esistenza fatta di abitudini regolari, poche frequentazioni e esigenze minime. Unica eccezione a questo progressivo e inarrestabile rifiuto di affrontare la realtà è la sua compagna, una donna senza nome che lui chiama «uccellino», con la quale condivide sterminati dialoghi fatti di silenzio e incomprensione dai quali trapela sempre la paranoia dell’abbandono, della mancanza, un legame insomma che si fonda sull’assenza, sull’impossibilità (la non-volontà) di conoscersi e di farsi conoscere, paradossalmente unico vero collante capace di unirli per sempre. Quando «uccellino» viene colpita da una malattia incurabile, lui non può fare altro che dedicarsi completamente a lei, accettando di assecondare ogni sua richiesta, anche la più assurda, come quella di sposare un enigmatico rifugiato algerino, estraneo antagonista col quale da ora in poi sarà costretto a spartire la propria casa e il corpo della donna che ama. Gli ultimi mesi di vita della moglie del suo nuovo coinquilino saranno allora attraversati da una convivenza a tre fatta di implosioni emotive, segreti che riaffiorano e ancora silenzi lapidari, in un grottesco impasto affettivo dal quale cominciamo lentamente, pezzo dopo pezzo, a estrarre una conclusione semplice e spaventosa: «La vita sarà anche un’invenzione rudimentale, ma è soprattutto l’invenzione di un folle, di un pazzo pericoloso». Christian Beck non prova disgusto, non crede nella necessità di un nemico, soprattuto non vive nella convinzione di trovarsi tra le file dei giusti, dei migliori. Riesce anzi a coltivare la propria colpevolezza rendendosi responsabile di un mezzo delitto perpetrato ai danni della giovane prostituta Sosha Minkiewicz, e assiste impotente a una disastrosa sconfitta (non punito dalla legge, viene moralmente condannato prima da un poliziotto annoiato e poi durante un talk-show televisivo). Ed è proprio qui, nell’incapacità di raggiungere a tutti gli effetti lo status di colpevole a cui il protagonista evidentemente mira per riscattare la propria condizione di estraneo ai meccanismi del vivere civile, che nasce il germe di una consapevolezza più vera e profonda: se è la felicità a voler essere raggiunta nella sua forma più totale e pura, allora l’unica soluzione possibile è cercarne il segreto dentro i movimenti e le forme di un corpo vicino da amare e accudire. Semplicemente perché la salvezza dalla follia sta nel riuscire a non essere mai, per nessuna ragione al mondo, in meno di due.


Ho presentato questo romanzo a Pordenonelegge, dialogando con l’autore. Credo che il suo interesse, e la sua bellezza, sia negli interstizi, in alcuni passaggi molto sottili che il riassunto della trama non rende. E nell’ossessività d tutta a vicenda e della narrazione. Ne accenno un po qui: http://beppesebaste.blogspot.com/2008/09/sulle-parole-pensieri-disordinati-in.html