Con Obama un’America che potremo tornare ad amare

di Martina Testa

Non fanno politica in prima persona, non scrivono editoriali criticando il governo o appoggiando la guerra, non vengono quasi mai invitati (se non dai giornalisti europei) a manifestare un’opinione sulle condizioni del proprio paese, e quindi, di norma, si astengono dal farlo;
sostengono che manchi una tradizione in questo senso; fanno notare che, rispetto a quella di un divo del cinema o di una rockstar, la popolarità di uno scrittore è talmente limitata che a nessuno importa ciò che pensa della politica estera o dell’ambiente. Non si capisce bene se per
modestia, pigrizia o rassegnazione, di rado si avventurano in iniziative e prese di posizione che esulino dall’ambito strettamente letterario. Ma negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. Sembra comparso, sulla scena della narrativa americana, un manipolo di narratori particolarmente capaci di alzare gli occhi dalla pagina per analizzare e criticare certe dinamiche
politiche, di intervenire per cambiarle o di spostarsi in un altro continente per capirle meglio o per sfuggirvi. A quattro di loro abbiamo chiesto un’opinione sulle imminenti elezioni; non una
previsione sull’esito del voto, quanto una riflessione su ciò che cambierebbe davvero,
in America, in caso di vittoria di McCain o di Obama, sia nella società civile che nel mondo culturale e letterario.

Dave Eggers: ” Cambierà immediatamente la coscienza collettiva”
Classe 1970, autore nel 2000 del best-seller “L’opera struggente di un formidabile genio” (Mondadori) ha utilizzato la notorietà letteraria (e i proventi della stessa) per
fondare 826Valencia, scuola di scrittura no-profit con sede in sei diverse città americane:
dall’aiuto con i compiti a casa ai corsi di giornalismo, formazione gratuita e di alta qualità per studenti dalle elementari alle superiori. Alle vigilia delle precedenti elezioni, ha raccolto decine di scrittori per un “Futuro Dizionario d’America” (ISBN Edizioni), che tentava ridisegnare in maniera rivoluzionaria le parole (e le idee) del suo paese; nel romanzo “Erano solo ragazzi in cammino” (Mondadori) dà voce alla vicenda autobiografica di un profugo centrafricano rifugiato negli Stati Uniti (con il quale ha creato una fondazione per il ripristino del sistema scolastico in un villaggio sudanese: www.valentinoachakdeng.org). È ora di nuovo in libreria con “Se non è vietato è obbligatorio” (minimum fax), esilarante novella satirica su una competizione elettorale.
«Mc Cain alla presidenza? Non succederà mai. I repubblicani non possono vincere, nella maniera più assoluta. Con la vittoria di Obama, invece, la coscienza collettiva americana cambierà di punto in bianco, dalla sera alla mattina, com’è successo con l’elezione di Clinton e Gore.
I giovani, e tutti quelli a cui stanno a cuore un futuro migliore, la scienza, la tecnologia, una nazione più illuminata… tutti ne sentiranno gli effetti. Il nuovo inquilino della Casa Bianca avrà un’influenza profonda sull’umore generale dell’intero paese. Non solo: Obama ripristinerà velocemente anche nel resto del mondo l’idea che gli Stati Uniti siano un luogo di speranza. E poi, secondo me, un tale senso generale di ottimismo tende a trasmettersi anche al mondo delle arti: avere un presidente davvero capace di scrivere, e di scrivere bene, è una situazione più unica che rara. Ho l’impressione che Obama sarà un sostenitore molto attivo delle attività culturali, cosa che ci manca da otto lunghi anni».

George saunders: «L’America che finora non siamo riusciti a costruire»
Ex ingegnere arrivato tardi alla scrittura, alla fine degli anni Novanta è diventato un autore di culto con due raccolte di racconti (“Pastoralia” e “Il declino delle guerre civili americane”, Einaudi) in cui reinventa in chiave di favola grottesca l’America ipertrofica del terziario avanzato. Dall’11 settembre in poi ha cominciato a fare incursioni sempre più frequenti nell’ambito della non fiction e della satira più schiettamente politica, scrivendo per il “Guardian“, il “New Yorker” e lo svizzero “Neue Zürcher Zeitung” articoli in cui critica con sottile umorismo ma senza mezzi termini la guerra in Afghanistan e in Iraq e il clima generale degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Bush. Il suo prossimo libro è ”Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso”, una raccolta di saggi in uscita a febbraio per minimum fax.
«McCain: fino a poco tempo fa era un tipo piuttosto in gamba. Mi ricordo, per dire, che nel 2004 pregavo che si presentasse lui contro Bush. Chi mi preoccupa è Sarah Palin, che è una sorta di Bush all’estrema potenza, specie nella sua apparente convinzione che qualunque idea in cui crede fermamente debba per ciò stesso essere valida e virtuosa. Ha tutta l’aria di una persona perbene, salvo poi dimostrarsi aggressiva e ipersicura di sé anche in ambiti di cui non sa praticamente nulla. La mia paura, insomma, è che una vittoria della coppia McCain-Palin rappresenterebbe l’ennesimo passo avanti sulla strada della reazione, del conformismo e dell’anti-intellettualismo che questo paese ha imboccato da tempo. Quanto a Obama, sono convinto che abbia le potenzialità per essere un grandissimo presidente. Penso che si impegnerebbe molto a sanare questa insulsa spaccatura fra destra e sinistra, che è in  larga misura frutto dei manipolatori mediatici di ambo le parti a cui fa molto comodo fingere che la contrapposizione sia più estrema e inconciliabile di quanto non è realmente. Obama mi darebbe la sensazione che l’America che amo esiste ancora, e che l’America che non siamo mai riusciti a costruire sia forse realizzabile. Ma nel mondo culturale, in tutta onestà, non penso che cambierebbe granché. La realtà dell’America di oggi è molto triste: la sfera intellettuale, quella politica e quella culturale sono tutte dominate dal materialismo, che produce una forma di banalità che temo persisterebbe anche se alla presidenza venisse eletto Shakespeare in persona. Cosa peraltro improbabile, dato che a quanto pare ha avuto una relazione extraconiugale…»

Peter Orner:
«Verrà attaccato anche da sinistra ma ci proverà»
Ha esordito nel 2001 con la raccolta di racconti “Esther Stories”, segnalata dal
New York Times” fra i migliori libri dell’anno, a cui ha fatto seguito il romanzo “Un solo tipo di vento ” (minimum fax), ispirato alla sua esperienza di volontario in una scuola della Namibia negli anni Novanta. Laureato in giurisprudenza, nonostante abbia intrapreso con successo
la carriera letteraria continua a esercitare pro bono l’attività di avvocato; lo testimonia ”Underground America”, pubblicato quest’anno per la Mc Sweeney’s Books di Dave Eggers: un’antologia di testimonianze di immigrati clandestini che lavorano negli Stati Uniti, raccolte in prima persona dallo stesso Orner, che a molti di loro ha prestato assistenza legale.
«Personalmente, sono stufo marcio di quel genere di miei compatrioti che credono
nel Sogno Americano, nell’idea che basti rimboccarsi le maniche e darsi da fare per conquistarsi un bell’arcobaleno in mezzo al cielo – nonché un bel Suv e una tv da 40 pollici. Si è visto a cosa
ci hanno portato una certa forma di capitalismo e di libero mercato: il piano di salvataggio delle banche prevede che prestiamo soldi agli stessi personaggi che ci hanno messo nei casini… quando in questo paese c’è gente che non può pagarsi l’assistenza sanitaria, che passa anni
e anni senza vedere un dottore. E per loro, qual è il piano di salvataggio? Ma fatemi
il piacere! Obama non sarà perfetto, ma almeno mi sembra un essere umano serio e onesto: e in politica, questo già vuol dire un essere molto umano. È una persona rara. Magari fallirà, ma pazienza: almeno ci avrà provato. Verrà attaccato da sinistra (e io sarò il primo a dire: ehi, Barack, ci avevi promesso la sanità per tutti, e adesso mi vieni a dire che non bastano i soldi?)
e da destra («Ecco, ve l’avevo detto che era un terrorista comunista»); ma forse,
per citare un grande scrittore ceco, Karl \u010 Capek, Obama sarà in grado di occupare il «centro radicale», una zona poco confortevole dove regna la ragionevolezza invece che la retorica. \u010Capek aveva un’idea rivoluzionaria: credeva che il modo migliore di governare
un paese – e di vivere, in generale – fosse ascoltare davvero la gente e cercare
di comprenderne la vita. Guardare, per dire, come lavora un calzolaio con quanta tecnica e quanta cura, e solo a quel punto infilarsi le scarpe e camminarci dentro. Può essere questa la ricetta per il governo di un paese? Secondo me sì. Io spero che il “centro” di Obama tenga
duro, e che faccia scelte sensate sulla nostra economia, sul nostro sistema sanitario
allo sfascio, sulla nostra politica di immigrazione disumana, per non parlare
delle due guerre in cui siamo infognati. Ma innanzitutto, spero che avrà la presenza
di spirito di guardarsi intorno e ascoltare attentamente, prima di fare un
salto in qualunque direzione. Quanto al mondo della letteratura, chiunque diventerà presidente, sono sicuro che andremo avanti più o meno allo stesso modo. Ai libri non importa chi
sta seduto sul trono. A volte parleranno a gran voce, quando ne avremo bisogno,
altre volte più piano. Mi piace citare Hemingway a proposito di Conversazione in
Sicilia di Vittorini, un libro che a me ha sempre parlato a bassa voce, ma dandomi
conforto quando mi serviva. Dice Hemingway: «Nel libro, la pioggia è la Sicilia.
Non mi interessano gli aspetti politici del libro (al tempo ce n’erano molti)
né le idee politiche di Vittorini (che ho esaminato a fondo, e mi sembrano rispettabilissime);
ma mi piace molto la sua capacità di portare con sé la pioggia quando la terra è secca ed è di pioggia che, come lettori, abbiamo bisogno».

Tom Bissel:
«Me ne sono andato per protesta contro le torture, se vince ritorno»
A poco più di trent’anni è considerato una delle voci più promettenti della giovane letteratura americana grazie a una raccolta di racconti, “Dio vive a San Pietroburgo” (Einaudi) e a un reportage dal Vietnam, “The Father of All Things”, che unisce magistralmente la storiografia al memoir (è il resoconto di un viaggio a fianco del padre, veterano di guerra che torna per la prima volta nel paese che ha contribuito a devastare). Ha lavorato come volontario dei Peace
Corps in Uzbekistan, ha scritto corrispondenze giornalistiche dall’Afghanistan e dall’Iraq
in guerra, vive attualmente in Estonia, esule volontario da una madrepatria che negli
ultimi anni gli stava troppo stretta.
«Non sono d’accordo con chi dice che McCain sarà un altro Bush. Hanno temperamenti
diversi, McCain probabilmente si circonderebbe di persone più competenti e meno legate
a una dottrina rigidamente di destra. Certo, è un conservatore, ma non un androide alla Bush. Il che non vuol dire che vedrei di buon occhio una sua presidenza. Sul piano internazionale
ci sarebbero altre dimostrazioni di forza, e sul fronte interno ulteriore sofferenza sociale (tremo al pensiero di quali altri servizi potrebbe tagliare McCain). In questo senso, McCain non farebbe che replicare, peggiorandolo, lo status quo. Sarebbe un’incomprensibile conferma del modo in cui gli Stati Uniti hanno scelto di operare negli ultimi otto anni. In caso di vittoria di Obama, l’elezione di un nero rappresenterà l’avverarsi di tutto quello che agli americani piace sognare
del proprio paese: che tutti possono diventare presidenti, che la storia non è una prigione da cui non si può fuggire, che persone di idee e fedi diverse possono convivere civilmente. Obama è un
uomo attento, cauto, intelligente e sensibile, e io sostengo il suo programma quasi al 100% (con l’eccezione del matrimonio fra gay: lui è contrario, ma secondo me per una questione più politica che morale). Non so cosa si possa volere di più da un presidente. Il motivo per cui
ho lasciato gli Stati Uniti per vivere all’estero è legato soprattutto alla questione della tortura: vedevo che era in corso un dibattito su cosa fosse la tortura, e su chi effettivamente la meritasse, e mi sono reso conto che il paese in cui vivevo non era più quello in cui ero cresciuto.
Mi disgustava e mi angosciava il fatto che così poche persone normali, comuni, sembrassero indignate all’idea che i nostri connazionali torturassero altri esseri umani, per quanto mostruosi potessero essere i crimini che avevano commesso (ovviamente adesso sappiamo che i torturati
erano in massima parte innocenti.) E allora devo dire che una vittoria di Obama mi farebbe tornare a casa con entusiasmo. Anzi, in previsione di questo risultato sto già programmando un rientro anticipato, a febbraio. Mi piace pensare che il paese in cui sono cresciuto tornerà
a essere un paese in cui sono orgoglioso di vivere, e spero per il bene di tutti che sarà così

Pubblicato su Liberazione (Queer) il 2 novembre 2008

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