Il sogno

di Giovanni Agnoloni

IL SOGNO

La sera del 23 settembre 2001 Brendan andò a letto presto. Era stato un giorno normale, almeno apparentemente.
Viveva in una casa in Griffith Avenue, ed era abbastanza soddisfatto della sua vita. Era un rappresentante del settore vendite di un’importante ditta di Dublino e, all’età di trentacinque anni, era sposato con una bella donna di nome Carol. Il lavoro di lei era quello di segretaria nell’ufficio amministrativo di una scuola superiore a Belfield. Il fatto che trascorressero la maggior parte del giorno lontano l’uno dall’altra non costituiva un problema, perché avevano l’abitudine di tenersi in contatto telefonandosi dal cellulare a pranzo e prima di uscire dall’ufficio. La sera qualche volta andavano fuori con gli amici, e per il resto stavano per conto loro. Più di ogni altra cosa amavano rimanere a casa, stiracchiando le gambe su un comodo divano, seduti insieme a guardare la TV. Carol aveva trentadue anni.
L’anno lavorativo era ricominciato all’inizio del mese. Le loro vacanze erano state eccitanti, perché avevano visitato l’Italia, dove avevano trascorso un paio di settimane, passando per le destinazioni più interessanti: Roma, Venezia, Firenze, Napoli… Carol si era goduta quel viaggio a tal punto che, quando era arrivato il momento di tornare a casa, era scoppiata a piangere. Brendan era stato felice di gustare le centinaia di cibi italiani ed aveva anche apprezzato enormemente il vino rosso. Soprattutto gli erano piaciute Firenze e la Toscana. Trovava il posto abbastanza vicino ai suoi gusti personali e pensava che, se avesse dovuto scegliere, quella sarebbe stata la sua nuova residenza. Dal ritorno a Dublino, tuttavia, aveva cominciato a considerare alcuni dettagli nel comportamento di Carol, che prima gli erano sempre sfuggiti. La vedeva alquanto distratta, come se la sua mente fosse persa tra le nuvole. Per esempio, una settimana prima si era svegliato per primo, come al solito. Dopo essersi lavato ed essere ritornato in camera da letto, l’aveva trovata ancora distesa, avvolta nelle coperte, e non già in movimento, come ogni giorno. Aveva provato ad attribuire questo strano cambiamento ad una forma di nostalgia per la meravigliosa esperienza di quella vacanza. Però la spiegazione non lo convinse appieno, soprattutto perché nel frattempo gli strani segnali continuarono. Solo la sera prima aveva notato la cosa più singolare.
Stavano cenando, e la signorina O’Riordan era lì con loro a bere un bicchiere di vino. Aveva suonato al campanello pochi minuti prima, per comunicare a Carol il risultato del concorso di pittura a cui aveva recentemente partecipato. La notizia era davvero buona, perché si era classificata seconda su più di quaranta iscritti. Avevano deciso di celebrare il successo con un brindisi, e stavano sorseggiando dai loro bicchieri di cristallo quando il telefono squillò. Brendan allora si alzò per andare a rispondere, ma Carol lo fermò, dicendo che doveva essere sua madre. All’inizio, la prontezza con cui sua moglie lo aveva fermato non lo sorprese più di tanto, dato che era molto affezionata alla mamma, e la sua recente indisposizione l’aveva preoccupata molto. Comunque, non poté fare a meno di notare che c’era qualcosa di strano nel fatto che l’avesse lasciato solo con una sua amica: normalmente questo non sarebbe successo. Inoltre, trovò bizzarro che Carol stesse più di cinque minuti al telefono. In un’altra circostanza, avrebbe ascoltato una veloce comunicazione di sua madre e poi le avrebbe detto che l’avrebbe richiamata dopo mezz’ora. In effetti, mentre provava a portare avanti la conversazione con la signorina O’Riordan, si chiese se potesse essere successo qualcosa di grave, ma, con sua sorpresa, Carol ritornò in cucina sorridendo. Le chiese se ci fosse qualche problema, ma lei lo rassicurò dicendo che la mamma oggi stava davvero bene. Brindarono nuovamente e poi la signorina O’Riordan se ne andò.
Una volta rimasti soli, Brendan insisté sul punto di quella telefonata, ma lei fu evasiva. Gli chiese persino perché continuasse a chiedergli una cosa così stupida. Stava forse diventando geloso? Ridacchiò pure, a quel punto, ma in un tono di voce che a lui non suonò convincente.
Il giorno dopo, ovvero il 23, Brendan non riuscì a concentrarsi sul suo lavoro d’ufficio. Persino i suoi colleghi gli chiesero che cosa ci fosse che non andava: era infatti conosciuto come uno degli impiegati più attenti e scrupolosi. Ma la sua mente adesso era con Carol e i suoi segreti. La chiamò a pranzo e la trovò normale. La sera rincasò con la sensazione che tutta la confusione che gli era passata per la testa non avesse senso, ma dovette presto cambiare idea. Sua moglie non era là, come tutti i giorni, nonostante lo avesse chiamato solo quindici minuti prima, dicendo che era appena venuta via da scuola e lo avrebbe preceduto a casa. Brendan non riusciva a capire che cosa potesse esserle successo. Per di più, la batteria del suo cellulare era completamente scarica, per cui c’era solo una cosa da fare: entrare e aspettare.
Le ore passarono e Carol non ritornava. Brendan, fortemente preoccupato, telefonò alla signorina O’Riordan per avere notizie. Questa gli disse che poteva stare tranquillo, perché Carol era lì con lei. Si erano incontrate casualmente per strada, e l’aveva invitata a bere una tazza di tè. Brendan le chiese se gliela potesse passare, e quando lei rispose sembrò non capire perché fosse così nervoso. Dopo tutto, si era trattenuta solo un paio di minuti in casa di una vecchia amica. Fu apparentemente inutile spiegarle che non si trattava di un paio di minuti, ma piuttosto di tre ore: sembrava che avesse completamente dimenticato la promessa di venire presto a casa. Dopo aver riattaccato, Brendan decise di parlarle seriamente, quando fosse tornata, ma la stanchezza lo sopraffece, e si sdraiò sul letto senza neanche aver cenato. Anche se cercò di non farlo, si addormentò.
Sognò un volo nel sole, un aeroporto e un taxi, e poi un hotel. Le strade erano affollate e la gente parlava a voce alta. Non era l’Irlanda, ma sembrava Firenze. Carol continuava a sorridere e fotografare, inconsapevole del sottile incantesimo che quell’ambiente stava stendendo su di lei. Brendan era leggermente nervoso: era come se avvertisse che sua moglie si stava allontanando da lui. La scena poi cambiò, e adesso erano in uno spazio aperto: c’era una torre, e lui capì che si trattava di Piazza della Signoria. Erano seduti ad un tavolo all’aperto di un bar elegante. Lui aveva ordinato un bicchiere di vino, mentre Carol stava sorseggiando un succo d’arancia. Ad un certo punto, appena dopo che il cameriere gli aveva portato il suo drink, notò il fare suadente con cui la moglie sorrideva a quel ragazzo. Sentì subito la gelosia montargli dentro. Riuscì a controllarsi, e decise di non considerare il problema per il momento, ma di continuare soltanto ad osservarla. Peraltro, Carol non ripeté più un atteggiamento del genere. Quindi erano di nuovo nel loro hotel, e lei gli stava chiedendo se per caso non gli dispiaceva che andasse un po’ fuori da sola. Lui disse che, no, naturalmente, non era un problema, dato che era stanco e voleva dormire per un’oretta. Si sarebbero incontrati davanti al Duomo alle cinque. In ogni caso, non si riposò affatto, pensando che forse Carol stava uscendo per cercare qualcuno che già conosceva: magari proprio quel cameriere… Quando si incontrarono, lei era al settimo cielo, e diceva che aveva visitato una chiesa bellissima e poi preso un gelato delizioso. Lui volle crederle, ma sapeva che il cambiamento era già iniziato. Infine erano di nuovo all’aeroporto, stavolta a Roma, dopo aver visto molti altri posti. Lei piangeva.
A quel punto Brendan si svegliò di soprassalto. Carol stava dormendo accanto a lui, mezza vestita e con ancora rossetto sulle labbra. Era profondamente immersa in un sogno che doveva essere d’amore, visto il modo in cui sorrideva. Lui non poté fare a meno di stare a guardarla, e rimase in quella posizione per circa venti minuti, incapace di credere ai propri occhi. Non si era mai comportata in quel modo, e a stento riusciva a credere che fosse la stessa persona che aveva sposata.
Poi fu tutto chiaro. Semplice come due più due. Alberto: Carol pronunciò questo nome con tale piacere, e così dolcemente i suoni di quelle lettere le uscirono dalla bocca, che Brendan non ebbe più dubbi. Era innamorata di un italiano: molto probabilmente, il cameriere del sogno. Il problema, adesso, era che non sapeva che fare. Si rotolò sull’altro lato del letto, cercando un po’ di pace nella morbidezza del cuscino, ma si sentiva come su un giaciglio di spine. Poi ebbe l’idea. Si alzò, prese i suoi occhiali dal comodino e andò giù in salotto. Aprì un cassetto, ne estrasse l’elenco telefonico e lo aprì alla pagina dei servizi gratuiti. Trovò velocemente il numero delle chiamate internazionali e non esitò oltre. Erano le sette del mattino, e sicuramente stavano già lavorando. L’operatore gli rispose. Lui gli chiese il numero del bar dove erano stati quel pomeriggio a Firenze: si ricordava il nome. Quello glielo diede con voce metallica, per niente sorpreso della stranezza della richiesta. Brendan mise giù la cornetta per un secondo. Poi la ritirò su lentamente e compose il numero del bar.

Quel mattino Alberto si alzò alquanto depresso. Era un giorno normale, a parte il fatto che stava iniziando l’autunno. Era una stagione sempre bella a Firenze, e probabilmente settembre era il miglior mese di tutti. Il sole carezzava delicatamente le cime degli alberi, e il vento era soffice come una carezza liquida. Realizzò quanto non gli piacesse il suo lavoro quando andò in bagno a farsi la barba. Il suo appartamento era piccolo, appena un paio di stanze in Piazza Santo Spirito, e nessuna donna viveva con lui. Sì, in teoria il fatto di essere un cameriere lo metteva nella condizione di incontrare ragazze con facilità. Sfortunatamente, però, era un tipo riservato, e le sole persone che era stato capace di invitare a casa erano un paio di amici, per una partita a carte. Una volta era stato molto colpito da una donna: una nordica, credeva, perché era bionda e parlava inglese. Gli aveva sorriso quel giorno, circa un mese prima, ma nella sua solitudine non poteva fare a meno di ripensarla. All’inizio non aveva voluto illudersi, abituato com’era alle delusioni sentimentali. Ma quella signora era tornata al bar, il giorno dopo. Era pomeriggio presto, e stava pulendo i tavoli fuori quando lei era apparsa, ordinando una tazza di caffè. Gli aveva chiesto come si chiamava, e il suo cuore aveva fatto un salto. Era molto bella, e disse di essere irlandese. Carol. Che bel nome. Parlarono per un minuto o due, visto che non c’erano molti clienti. Poi la Venere errante se n’era andata, di nuovo sorridendo. Non era più tornata in quel bar.
Alberto aveva appena cominciato a indossare i suoi vestiti, quando il telefono squillò. Era il suo capo, furioso con lui. Disse che aveva chiamato un irlandese, affermando che sua moglie aveva avuto una relazione con un cameriere di nome Alberto, che lavorava in quel bar. Il giovane rispose che non sapeva nulla di quella storia, sebbene avesse subito pensato a Carol. Il capo, in ogni caso, non lo lasciò parlare. Disse semplicemente che lo aveva difeso dall’accusa del turista irlandese, ma adesso era licenziato, e poteva anche fare a meno di venire al bar.
Riattaccò, stupefatto. Lasciò cadere i vestiti sul letto e si mise a sedere. Non era successo veramente nulla tra lui e quella donna: come diavolo aveva fatto suo marito a sospettare qualcosa? Forse lei si era inventata una storia falsa per farlo ingelosire? Dopo tutto, se era tornata al bar quel pomeriggio, voleva dire che si sentiva trascurata dal marito. Così lui aveva perso il lavoro per… una visione o qualcosa del genere? Era stato solo un sogno, lo stesso sogno che lo aveva fatto sentire confortato all’idea di piacere a una donna, quello che lo aveva fatto licenziare? Sembrava proprio che le cose stessero così. Non sapendo che fare, si limitò a ridere tra sé e sé, quindi si alzò in piedi. Se era stato licenziato, non per questo era ancora morto, dunque poteva anche iniziare a cercarsi un altro lavoro. Forse avrebbe trovato qualcosa di più interessante che fare il cameriere.

Brendan si svegliò alle nove. Era molto tardi, ma anche Carol dormiva ancora. Le toccò la spalla, e lei si svegliò. Rotolò vicino a lui e lo baciò delicatamente. Era tardi per il lavoro, pensò lui: avrebbe chiamato più tardi, dicendo che non si sentiva molto bene. Restituì a Carol il bacio, ma non le chiese nulla della sera prima. Sentì che la sua pelle era morbida. Aveva solo voglia di stare insieme a lei.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

10 pensieri su “Il sogno

  1. Carla

    anche se un pò insipido…le idee non mancano….
    un bel viaggio nella paranoia (appena accennata) della visione.
    Bonsoir 🙂
    C.

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  2. Giovanni Agnoloni

    Bella, anche questa definizione. -;)
    Magari lo riprenderò per approfondirlo…

    A presto, grazie!
    Giovanni A.

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  3. lambertibocconi

    Mi associo alle opinioni espresse, “Bello ma…”, e mi permetto di dare qualche odioso consiglio: stringi, fallo un po’ più tagliente, un po’ più cattivo, lima le descrizioni. Firenze è un luogo abusato in letteratura, e chiamare “signorina” l’amica O’Riordan è simpaticamente demodée ma qui non ha motivo. Ciao, dacci dentro!

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  4. Giovanni Agnoloni

    Mah, Anna, ti ringrazio, ma, che te devo di’, a me ‘sto racconto piace anche così com’è… Non credo che la letteratura debba per forza essere tagliente e “cattiva” per essere buona. A volte anche lo zucchero a velo può “garbare”: dipende dal contesto. E qui il contesto era quello di una specie di favoletta metropolitana su due spaesati irlandesi piovuti in uno dei luoghi più belli del mondo e ubriacati dalle atmosfere, con conseguenti sbornie e crisi più o meno paranoiche “da ritorno”.

    Comunque apprezzo l’attenzione -;)

    A presto,
    Giovanni A.

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