
e che cazzo poi…solo perché stanno lì a scambiarsi salamelecchi ed affettuosità, ad ungersi reciprocamente, sopravalutando opere ed azioni del vicino di sedia e di bicchiere, a slumarsi con affetto irrefrenabile quasi fossero reduci che si incontrano dopo una lunga guerra, a eccitarsi pronunciando a turno quello che Gadda riteneva il pronome più orribile ed osceno di tutti ( “ io affermai che…” “ come io avevo già scritto” “ a quel punto, io avevo pensato che…”). L’unico che avrebbe invece diritto ad usare quell’ignobile sillaba sono proprio IO, che sto seduto insieme ad un’altra decina di beoti e perditempo ad ascoltare questa ‘illuminante’ conferenza del cazzo. C’è qualcosa di intrinsecamente folle e azzardato nelle conferenze: l’idea che qualcuno, catafratto da un tavolo, da una bottiglia d’acqua minerale e da un microfono, possa arrogarsi il diritto di concionare su qualsiasi argomento, certo che il pubblico non ‘romperà mai quel giocattolo’, è davvero azzardata. Immagino che tutte le volte che un conferenziere prende la parola, tremi internamente perché sa che quell’equilibrio fatto di una voce che parla e di un pubblico che quieto ascolta può essere rotto e spezzato da mille eventualità, anche le più banali: un accesso di tosse, uno sbadiglio rumoroso, un parlottare concitato, una sedia che cade, un peto mal gestito,… Tutte le volte mi sembra un miracolo quando si giunge al termine e ci si alza in piedi, di qua o di là dal tavolo, senza gran trambusto e scombussolamento: tutti vivi ed incolumi, senza ferite o colpi. Anzi, magari si applaude pure, dando così luogo ad un clamoroso rovesciamento dei ruoli: applaude chi dovrebbe essere applaudito, perché è solo grazie alla sovrumana pazienza del pubblico che la conferenza è stata fatta. Le conferenze, come ci insegna quello straordinario personaggio che è l’Elizabet Costello di Coetzee, “attirano pazzi e squilibrati come un cadavere attira le mosche”. Chi attestò in maniera lungimirante e profetica l’assurdità di tale cerimonia fu Baudelaire. Le ultime conferenze di Baudelaire in Belgio furono spettacolari, come ci spiega Giuseppe Montesano nel suo ‘La capitale delle scimmie”: nella prima, su Delacroix, Baudelaire insistette, con petulanza ossessiva, sulla perdita della propria verginità, non celando dettaglio alcuno, ma approfondendosi in particolari scabrosi ed osceni, con il risultato che il pubblico femminile, prude ed ipocrita, abbandonò scandalizzato la sala. La seconda aveva come tema l’opera di Gautier: Baudelaire si mette a leggere un foglio attaccato al viso, con un tono sempre più stridule e cacofonico, sprezzante e lontano dall’uditorio, indifferente alle proteste sempre più alte, fregandosene della gente che a frotte abbandonava la sala ; la terza, sui paradisi artificiali, finisce col Poeta che, dopo pochi minuti, si mette a bere, piega i fogli dove aveva preso appunti e si mette a ridere e mangiare con i pochi spettatori rimasti. Quando Benjamin teneva le conferenze si metteva a fissare imperterrito un angolo del soffitto: sembrava volesse personalmente e strenuamente convincere quel pezzo d’intonaco, parlando con grande intensità dialettica e con termini già pronti per la stampa. Bisognerebbe fare così: ignorare gli umanoidi che assistono. Parlare solo a e per quel pezzo di muro. Convincerlo. Convincersi.

grandissimo pezzo!
Un amico mi aveva raccontato che in occasione di grandi convegni e conferenze tenuti in sale semi aperte, ovvero con possibilità per i piccioni di entrare quando il relatore è un personaggio pubblico importante, tipo il presidente di uno stato,si fanno sopralluoghi su sopralluoghi per assicurarsi che nessun volatile entri. il terrore degli organizzatori – dunque la paura di un atto terroristico- è infatti tutto nell’eventualità che un colombo, un innocuo, banale, schifoso colombo possa sorvolare il tavolo dei conferenzieri e sganciare l’acido, verderame, digerito contenuto sulla più alta carica in sala. Ecco perché ci sono quelle orribili caraffe d’acqua su tavoli. Ecco perché ho cominciato a vedere i piccioni con un altro occhio, diciamo, quasi con simpatia.
effeffe
Bello, sì.
In tema di conferenze, e loro uso e abuso, mi viene in mente una bella pagina di Hesse, ne “Il gioco delle perle di vetro”, se non sbaglio, ma è un ricordo di tanti anni fa, e non trovo il libro per verificare…