E’ difficile vivere senza poter sognare

 

di Paolo Persichetti e Paola Pittei

Ha 74 anni, è in carcere dal 1996, uscirà quando ne avrà 91. Luigi Germano, occhi vivaci, aspetto ancora giovanile, sale velocemente le scale della redazione di Liberazione . Ha potuto usufruire di una settimana di permesso, è venuto a trovarci e a portarci il suo libro Luci e ombre dal condominio Rebibbia (più ombre che luci) , Sinnos Editrice, 10,00 euro. Un libro che parla di sentimenti forti e delicati come le persone che abitano dentro quelle mura.
Ha voglia di parlare, di raccontarci della sua vita bruciata in una ventina d’anni quando, in giro per l’Italia e l’Europa, si dava alla bella vita smerciando e spendendo assegni rubati. A prima vista la sua storia potrebbe sembrare una versione nostrana del mitico film La Stangata dove Newman e Redford mettono a segno una formidabile truffa ai danni di un boss, riuscendo a cavarsela e a portare via il malloppo. Ma non è così. Hollywood difficilmente racconta la verità. Luigi non se l’è cavata, non si è arricchito e adesso si trova intrappolato nel carcere di Rebibbia alle prese con una serie di cavilli giuridici che non gli permettono neanche di usufruire dei condoni.
Ha voglia di raccontare Luigi. «La mia fonte di approvigionamento era a Roma, a Campo de’ Fiori, un ricettatore mi riforniva di libretti di assegni rubati che poi spacciavo un po’ ovunque in varie città italiane. Quando mi sono sentito più sicuro, piano piano mi sono allargato a Spagna, Francia, Austria. Non rilasciavo mai assegni superiori a un milione di lire, se no scattavano i controlli delle banche, ma già dopo il primo, avevo coperto le spese. Naturalmente dovevo poi mettere nel conto anche il costo per i documenti falsi».
Il suo rifugio sicuro era in Svizzera, aveva una casa a Ginevra, dove ovviamente aveva un comportamento irreprensibile: lì non è mai stata registrata alcuna truffa. Possedeva anche un pied a terre a Roma, nel quartiere Prati, da dove telefonava periodicamente al Commissariato spacciandosi per il suo avvocato, così teneva sotto controllo la situazione. Per non dare nell’occhio il suo tenore di vita non era mai eccessivamente alto, mai alberghi di lusso, né Rolex al polso, né macchine costose. D’altronde viaggiava solo in treno per lucrare anche sui biglietti che comprava nelle agenzie di viaggio e che poi si faceva rimborsare alle stazioni (un’operazione che oggi sarebbe impossibile ripetere). «Avevo sviluppato una memoria di ferro – prosegue – per non tornare nei luoghi dove avevo già spacciato gli assegni».
Bella vita all’adrenalina! Mai pensato di accumulare un gruzzoletto e ritirarsi da qualche parte del mondo? «No, mai», risponde e nella sua voce non c’è alcun segno di spavalderia né di compiacimento, come se la sua fosse stata una scelta obbligata.
Luigi Germano è praticamente orfano da sempre. Nato nel ’34 a Milano, perde il padre, morto di setticemia, quando lui ha 5 anni. La madre muore nel ’44 sotto i bombardamenti. A quel punto insieme al fratello viene mandato dai Martinitt, l’antico orfanatrofio di Milano. Ci rimane fino al compimento dei 18 anni, poi, senza troppe cerimonie, viene messo in mezzo alla strada. Non c’è nessuno che lo aspetta là fuori. «Una decisione aberrante – dice Luigi Germano – non ero più un ragazzo, non ero ancora un uomo e davanti a me c’era Milano e quelli che credevo fossero i piaceri della vita». Fuori dalle mura dell’orfanatrofio riceve tanti consigli, tanti aiuti a parole, che decide di non seguire. Sente invece un forte senso di rivalsa verso la vita che fino a quel momento non era stata molto generosa con lui. «Mi sentivo il padrone di quella città, volevo bruciare le tappe ma non mi piacevano le rapine. Volevo usare il cervello: così ho cominciato subito a trafficare con gli assegni». «La mia è stata una vita altalenante – scrive adesso nella prefazione del suo libro – costruita sull’inganno tra viaggi, alberghi e condomini carcerari».
Viene fermato il 4 dicembre 1996 al posto di frontiera di Ventimiglia (precedentemente aveva già scontato sei anni di galera). I poliziotti salgono sul treno per un controllo – in quei giorni si erano verificati degli attentati nei metrò parigini -, riscontrano irregolarità nei suoi documenti e lo arrestano. «Lì al commissariato – racconta ridendo anche lui per la situazione assurda – il fax comincia a sfornare una marea di mandati d’arresto per esecuzione pena, perché tutte le mie condanne erano state pronunciate in contumacia. Praticamente il primo mandato è arrivato alle 10 di mattina e l’ultimo alle 23 della sera. Sopra il tavolo del funzionario di polizia si era ammucchiata una montagna di carte. Tanto che a un certo punto mi dice: “se avessi saputo che sarei rimasto 14 ore qui ti avrei lasciato andare via subito». Alla fine della giornata assomma 102 condanne.
Quando viene arrestato proviene da Barcellona, una città legata a un ricordo che lo ha segnato profondamente. Tanto da dedicargli il primo capitolo del suo libro. «Il suo ricordo è l’angoscia del mio presente. Ci ha unito la follia di una stagione spensierata, poi, malinconico, il declino vero, un morbo che ci ha assalito entrambi…Ora riposa in un grande cimitero di Barcellona sulle colline che degradano verso il mare…Sul suo loculo, una sola parola: esperame , Luigi. Aveva vent’anni».
Dal carcere di Rebibbia – «dove il muro di cinta, a pochi metri dai caseggiati, permette di vedere la libertà ma non permette di toccarla» – Luigi racconta le storie dei personaggi rinchiusi lì dentro o negli altri “condomini” che ha frequentato in questi anni. Come la storia dell'”amico dei bambini”, l’uomo di mezz’età, pedofilo, condannato dalla giustizia degli uomini e da quella di “guardie e ladri” che non ammette la violenza sui più piccoli. «A sera, quando le luci si affievoliscono e anche il carcere assume una vaga parvenza di umanità, lui è sempre solo; nella sua cella, un tavolino e un mazzo di carte…… E’ triste vedere attraverso lo spioncino, un uomo giocare solo con se stesso; qualche volta sussurra ma non parla con nessuno… Forse la pena è troppo crudele ma il “lupo” solitario sa che per lui non ci saranno mai né un sorriso né un volto amico fra le mura di un carcere».
O la storia di Marcello, «l’occhio spento, il passo ciondolante, i sintomi del freddo che lo rendevano più piccolo… in una sera di silenziosa veglia senza urla, senza schiamazzi, senza radio, senza televisione, ha trovato un altro “condominio” fra le nuvole». Come quella di Marcello, le storie di tanti suicidi, malati, morti dimenticati in quelle celle. “Raja, il ragazzo indiano” era arrivato in Italia per trovare fortuna, una sposa timida, due figli. «Gran lavoratore, qualche gioco disonesto, emigrò a Zurigo ma al suo rientro fu arrestato, inutile chiedere spiegazioni. Condanna irrevocabile: otto anni di carcere. Troppi per Raja…Voci dal mondo vennero in pellegrinaggio davanti al piccolo uomo indiano e tutti sbadatamente promettevano…». Poi il suo caso non fece più notizia, i riflettori si spensero e «i grilli parlanti, i politici, i giornalisti che avevano promesso facili soluzioni, non cavalcarono più quella tigre… Trovò conforto in un laccio, un nodo molto forte, poi un piccolo tonfo… Noi, i suoi compagni, vecchi politicanti della galera, lo sapevamo, con certezza. La fierezza del suo contestare ci aveva convinto della sua non colpevolezza». La legge non è uguale per tutti.
Due righe e una pagina quasi completamente bianca sono dedicate a come è vissuta la politica in carcere. Testualmente: «I politici vengono, parlano, promettono, poi scompaiono!». Fine.
Quelle 102 condanne, sputate dal fax di Ventimiglia nel ’96, sommate l’una sull’altra gli sono valse 58 anni di condanna. Per chiunque molto più di un ergastolo. Un’assurdità per uno che in fondo spacciava solo assegni rubati. Una di quelle assurdità di cui però sono piene le carceri. Se Luigi avesse approfondito la sua tecnica, raffinando la sua pratica illegale come i tanti “colletti bianchi” che progettano illeciti economici e finanziari molto probabilmente oggi non sarebbe in carcere. Alla fine non gli è rimasto altro che chiedere il cosiddetto trentennale, tetto di pena massimo previsto dal nostro codice in caso di cumulo di più pene temporanee. Sceso poi a 23 anni grazie ai condoni concessi negli anni 80. Certo se avesse potuto presenziare durante i processi e chiedere il “continuato” in tempo reale, la sua pena finale sarebbe stata dimezzata, tanto per ricordarci che spesso le sanzioni comminate dipendono dagli arcani delle procedure piuttosto che dai comportamenti. Ennesimo paradosso di quel sistema kafkiano che un po’ per convenzione un po’ per abitudine chiamiamo giustizia. Ma 23 anni sono sempre tanti soprattutto quando si è arrivati oltre la soglia dei sessanta. E così Luigi si è deciso a depositare la domanda di grazia senza sapere che stava per commettere un errore fatale. Il complesso iter burocratico che una simile richiesta innesca prevede che la procura della repubblica riesamini l’intero fascicolo processuale prima di fornire il proprio parere. Così è arrivata l’ultima beffa. La grazia ovviamente si è arenata. Non è tempo di clemenza. Invece in procura si sono accorti che Luigi aveva usufruito di più condoni senza averne il diritto. L’unico vantaggio d’aver commesso tante infrazioni in un arco di più decenni era proprio quello di potersi avvalere degli indulti concessi fino al 90. E così i 23 anni sono ridiventati 30. Luigi ne ha scontati 12 che con la buona condotta salgono a 15 ma la “recidiva” prevista nella ex Cirielli gli impedisce di chieder la semilibertà prima dì aver raggiunto i 20 anni di pena scontata. È un ultrasettantenne ma non si chiama Previti, anche qui la recidiva gli impedisce di poter ottenere la detenzione domiciliare anzitempo. Luigi non ha scampo. Luigi è uno dei tanti, Luigi non è , su di lui si abbatte la voglia di vendetta sociale che nutre il risentimento bilioso di un società in cerca di capri espiatori. Uscirà quando avrà 91 anni. «La cosa che mi conforta – ci dice – è che non me li farò tutti».

 

Pubblicato su Liberazione, 29 ottobre 2008

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