Paul Ferris “Dylan Thomas”, Mattioli 1885,2008, pag.450,euro 22.
Un fermo-immagine di sublime teatralità: solo così poteva congedarsi dalla scena del mondo l’artista vissuto all’insegna della più pura e totale dissipazione di sé medesimo, perseguita con l’accanimento da gran cerimoniere istrionico della dépense, emulando Edgard Allan Poe e preconizzando John Belushi. “La morte ebbe il suo dominio” su Dylan Thomas a soli 39 anni, in una stanza del mitico Chelsea Hotel, più o meno tra le braccia dell’amante di turno, più o meno affogato dall’alcool. In vita, Dylan Thomas era stato un trickster malsano, un dio-bambino capriccioso e perennemente infoiato che collezionava più défaillances che successi, un buffone selvaggio ed egoista, un uomo tra i più sgradevoli e fascinosi che fosse dato d’incontrare sulla terra, uno che faceva innamorare e prudere le mani, uno che era meglio non frequentare, privo com’era delle più elementari norme di educazione, di comportamento e persino igieniche, re dei vanesi e dei bugiardi, un universo di smodati narcisismi e di impalpabili pregi, capace di sfruttare ogni occasione per fini biechi e privatissimi, uno eternamente sul lastrico e piagnone ( pochi erano i poeti altrettanto benestanti sulla carta ed altrettanto squattrinati nella quotidianità), uno che non si faceva scrupolo di sfruttare ogni episodio, anche il più risibile e banale, per pubblicizzare tasselli di una automitobiografia menzognera e leggendaria. Dylan Thomas era uno che millantava storie incredibili come Genet ( non avendone però la stessa ‘naturale’carica rivoluzionaria), coltivava estenuati estetismi alla Wilde ( non avendone la raffinata caratura intellettuale ), sprofondava in deliri alcolici alla Scott Fitzgerald ( non avendone l’aura da ‘bello e dannato’). Era piuttosto un bohémien irritante ed ultrafamilistico, uno scapigliato, ma con juicio, che pasceva nel suo animo insospettabili nostalgie per quieti interni piccolo borghesi e triti languori conformisti, un vigliacco che per mascherare la propria pavidità preferiva rifugiarsi sotto “la pila sassosa e scivolosa delle parole”, un uomo falso almeno “dal teschio all’ombelico”, uno che andava protetto dagli altri e soprattutto da se stesso, piagnucolone e logorroico quando era ubriaco( cioè spesso, troppo spesso, sempre), casalingo come una pantofola a dispetto della sua passione per la débauche, apolitico ed impolitico, obiettore di coscienza per viltà, non per idealità, uno che ringraziava gli amici che lo ospitavano rubandogli argenteria e vestiti, che defecava o pisciava sul pavimento di parenti non graditi, uno che si prendeva volentieri a schiaffi e pugni con la moglie Catlin, avendone puntualmente la peggio, un padre distratto, smanceroso e superficialissimo, uno che nel caos cominciava e terminava ogni sua giornata, uno che regolarmente spendeva gli anticipi che gli editori gli concedevano senza alcun rispetto delle scadenze, uno che chiosava giustamente di se stesso: “ Dentro di me albergano una bestia,un angelo ed un pazzo, la mia indagine riguarda le loro opere, il mio problema soggiogarli vittorioso, scaraventarli a terra e risollevarli, la mia fatica è la loro espressione”. Eppure questo ricettacolo di vizi e negatività, dalla vita talmente disperata ed eccessiva da apparire persino grottesca, è stato l’autore di alcuni fra i più perfetti racconti del’900, ha cambiato la storia della lirica moderna con le sue poesie, scritte in gran parte, da novello Rimbaud di Cwmdonkin Drive, fra i 15 e i 19 anni, ha composto un epistolario-capolavoro al quale si dedicava con impressionante solerzia tanto che qualche lettera, prima di essere spedita, poteva essere riscritta anche decine di volte. Le sue liriche sono una sarabanda di miti biblici e di panteismi materici e sensuali, di bisticci di suoni e ritmi frenetici, una giostra di giochi fonetici ed icarismi, di omofonie e trappole sintattiche, di paronomasie, assonanze ed allitterazioni a getto continuo, di forzieri senza fondo da cui pescava immagini e storie. Nessuna sorpresa quindi se dopo la morte, ma anche in vita, critiche, pettegolezzi, memorie e biografie si sono accumulate su questa specie di rockstar ante litteram della parola poetica, che incantava regolarmente la folla che accorreva dove ai suoi leggendari readings. Oggi, a 55 anni dalla sua morte, resta uno dei miti tra i più tenaci ed incensati della controcultura novecentesca: qualunque pezzo di carta recante la sua calligrafia ha un suo ricco, fiorentissimo mercato, Kurt Cobain ne ha rubato i versi, i Beatles lo hanno ritratto nella celebre copertina di Sgt. Pepper, Dylan gli deve il nome( ma sulle smentite e controsmentite di Mr. Zimmermann a questo proposito si potrebbe scrivere un libro), il film “The edge of love” che sta per uscire. Per chi voglia comunque saperne di più su “L’industria Dylan Thomas” c’è adesso questa poderosa biografia di Paul Ferris, che scava nella vita dell’airone di Swansea senza sconti o agiografismi, ma con il cipiglio serioso del filologo-scienziato più che del fanatico appassionato. Una lunga fedeltà del resto lega Ferris a Dylan Thomas perché, oltre che curatore di quel fiume ebbro che è l’ epistolario del Nostro, è stato anche autore di una accurata biografia su Catlin MacNamara, la spericolata moglie di Dylan, personaggio tanto complesso e bizzoso da meritare un’ attenzione pari a quella riservata al marito. È lei che, letta la prima edizione di questo libro, disse all’autore: “ Non è stata data sufficiente enfasi sull’alcol, non solo alla fine, ma anche all’inizio: divorò tutti i nostri soldi e le nostre esistenze”. Ma del resto, Catlin doveva pur saperlo: come diceva C.B, “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. E suo marito era sicuramente un genio. ( pubblicato su Queer-Liberazione del 16-11-2008 con firma sbagliata)


Buongiorno. Solo per segnalare che questa bella recensione è stata linkata alla scheda del libro in questione dal nostro profilo Anobii a questo indirizzo:
http://www.anobii.com/mattioli1885
Grazie.
Mattioli 1885