Luigi Marra e la poesia, uniti fin dalla nascita, sono stati per qualche decennio, separati dal corso della vita. Ma non hanno mai smesso di pensarsi l’uno dentro l’altra, quasi a confermare, ancora una volta, che è la poesia a scegliere i suoi messaggeri, e non il contrario.
Ed i poeti sono personaggi strani capaci di passare dalle auliche vette all’ironia del quotidiano, da visioni sentimentali a visioni tangibili e piccanti, dal lavorio incessante sulla parola alla parola cruda, netta e stagliata.
Come fa Luigi Marra che conserva, nascosta nel suo passato, una collaborazione al mitico “Travaso” giornale di satira politica e umorismo molto in voga negli anni ’40 ed una vena pittorica vivace e delicata.
Un umorismo che non ha mai dimenticato nè abbandonato alimentato dalle inconfondibili radici napoletane, capaci di tradurre in strale anche la più comune osservazione.
Ne sono testimonianza sopratutto gli Haiku nelle loro molteplici versioni che racchiudono stralci di vita, fotogrammi, battute e filosofie in tre versi e cinque sillabe.
E poi ci sono i racconti, ammiccanti e spassose “Storie di Provincia”, racconti acuti e gustosi, così attenti alle psicologie umane da offrire molteplici chiavi di lettura per interpretare l’umanità e ottimi spunti illuminare le menti più restie.
Il linguaggio è immediato, irriverente e diretto: dai ricordi alle “parabole” si reinventa ogni volta: mediato, a volte, quando offre un gioco di stile, quando la lingua si fa arte e la struttura ne è il suo strumento; spontaneo, sempre, quando trasmette le intime emozioni dell’uomo e la lingua delle proprie origini diventa il cesello che ne perfeziona il senso.
Sono queste “le scritture che non leggemmo”, quelle che ritroviamo nei cassetti e nelle cantine, quelle che siamo pronti ad accogliere, perchè ci riguardano.
Archimede
di Luigi Marra
Si dipanava lungo un’unica strada principale per quattro rioni a salire: il Piscinale, l’Annunziatella, Oratorio e il Vallone. Salendo ancora il Cimitero e il paese era bell’e finito. La via continuava fino alla Catena e da quel punto solo mulattiere per raggiungere il cratere del vulcano.
Il quartiere più centrale era l’Annunziatella e là aveva la sua bottega Archimede, un ciabattino con capelli e sopracciglia a cespuglio. Archimede era un buontempone e un originale, nel senso che si dedicava solo per mezza giornata ad aggiustare scarpe.
Trascorreva il resto del tempo in interminabili partite a scopone o a tressette con bevutine finali. Il grosso del lavoro di Archimede consisteva nel fare rappezzi a scarpe bucate e risistemare qualche tacco.
Quando s’accorse che per ricostruire il buco prima di applicarvi il pezzo di suola sagomato, le carte da gioco smesse erano più adatte del cartone pressato prescritto, Archimede non esitò a usarle.
Ma un giorno accadde…. Accadde che un giovane volle calzare subito le scarpe ritirate per lasciare quelle
indossate, anch’esse bucate. E sebbene il calzolaio lo avesse avvisato che non era buona norma usare le scarpe a ripazione fresca, insistette.
Pagò e s’avviò sotto una leggera pioggerella. In prossimità di piazzetta Oratorio, avvertì una sorta di sciabordio sotto una delle calzature e si fermò per verificare al riparo dell’arco di un portone. La pezza ellittica di cuoio si era scollata e sollevata su un lato, forse per effetto della pioggia. A guardar meglio, si riusciva a intravvedere un pezzo di carta da gioco del seme di bastoni.
“Che mi combina questo vecchio ubriacone!?”- imprecò il giovane e ritornò sui suoi passi. Piombò
nella bottega del ciabattino, si tolse la scarpa e la consegnò al vecchio:
-Archime’, guardate un po’…!?
Archimede inforcò gli occhiali e con l’aiuto del tipico coltello senza manico, usato per sagomare il cuoio, sollevò la pezza osservandone lungamente la cavità.
Aveva la freddezza del giocatore di poker che, avute le carte richieste, verifica il punto realizzato senza quasi scoprirle, con piccoli e virtuosi colpetti dati col pollice e l’indice, manovra detta “trezzià”.
Evidentemente dopo il seme di bastoni, dovette intravedere anche spade, denari e coppe perché apparve soddisfatto.
Si tolse gli occhiali e chiese, puntando il dito:
-Dimmi la verità, dove sei arrivato?
-Giuro, nemmeno a piazzetta Oratorio!- protestò il giovane,timoroso che il vecchio volesse accusarlo di aver fatto chissà quanta strada.
E Archimede, rammaricato e divertito insieme, agitando la scarpa:
-Ah, esclamò, si arrivave ‘ncopp’ ‘o Vallone, facive primèra!
( Peccato, se ti fossi allungato fino al Vallone, avresti fatto primiera!)

Ho il piacere di conoscere quest’autore. Non solo le divertenti storie di provincia e gli haiku, ma soprattutto gli haikai, tre versi di fulminante ironia. Ma anche delicatissime poesie d’amore e azzeccosissimi battibecchi all’ombra del Vesuvio in dialetto napoletano e satira, tanta satira e autoironia.
Ciao Gigi
fantastico, vero? 😀
La narrazione fa rivivere in maniera perfetta il ricordo di questo racconto dalle vive voci di famiglia…grazie Isabella !!!