di Pasquale Giannino
“Pasquale, guarda che figata quei jeans!” mi fa Marco. “Me li voglio comprare. Che fai, vieni anche tu?” Provo ad entrare nel negozio: c’è una musica che mi spacca i timpani, mi sembra di impazzire. Il mio amico va da una commessa, le indica il modello… io mi affretto verso l’uscita. Corso Buenos Aires è gremito, come ogni sabato a quest’ora: sciami di sbarbatelli che indossano tutti la stessa divisa: quei pantaloni dalla vita ultrabassa che vanno tanto di moda, quelli che lasciano le chiappe di fuori (non ricordo quale dei loro idoli stramilionari sia stato a lanciarli); fiumane di adulti alienati nei loro comodi abiti borghesi; frotte di giovani dai vestiti sobri e la pelle scura, lo sguardo velato di malinconia. Sono le diciotto e si sta levando una lieve brezza, la mia giacca di pelle nera è troppo leggera: tiro su lo zip e sollevo il bavero. Una donna sui quarant’anni mi punta gli occhi addosso, poi dice al compagno: “Hai visto quel ragazzo? Deve essere un fascista”.
Dopo una buona mezzora, finalmente Marco esce: ci incamminiamo verso Porta Venezia. “Quanto li hai pagati?” gli chiedo. “Centoventi euro.” “Toglimi una curiosità, ma tu quanto guadagni?” “Sui millecento al mese…” Lo fisso senza battere ciglio. “Lo so, non sono molti,” continua “però, sai, ogni tanto qualche sfizio me lo voglio togliere…” Proseguiamo la scarpinata cercando di schivare la folla che avanza. Superata Porta Venezia si inizia a respirare… Giunti nei pressi di San Babila notiamo un gruppo di adolescenti assiepati dinanzi a una vetrina, a stento riusciamo ad aprirci un varco tra quei ragazzetti: al posto dei manichini ci sono delle modelle… “Che tristezza!” dico. “Andiamo avanti?” Il mio amico annuisce. Poco più in là incontriamo un mendicante. “Aspetta,” mi fa Marco “voglio dargli qualcosa.” Gli lascia qualche centesimo, poi dico: “Bravo! La carità è un dono prezioso…” “La carità vera non è questa” risponde. “In effetti,” osservo “queste forme di povertà estrema non dovrebbero esistere, in una società che si dice democratica. L’accattonaggio è una sconfitta grave, anzitutto per lo Stato.” “Pasquale, il mondo è pieno di poveracci…” Arrivati a piazza San Babila, alcuni giovani dall’aria effeminata catturano la nostra attenzione. “Non si capisce se siano maschi o femmine” dico. Marco mi guarda un po’ schifato, poi fa: “Il mondo è pieno di froci…” “Eh no, qui ti sbagli” rispondo. “Quei ragazzi sono vestiti troppo bene per essere froci. Guardali: hanno tutti abiti griffati. Sono figli di papà, non possono essere froci: quei ragazzi sono gay…” Il mio amico mi fissa per qualche secondo, poi ammette: “Pasquale, hai proprio ragione”.
Brera è uno dei miei luoghi preferiti. C’è un’atmosfera particolare, non sembra di stare a Milano. Sarà l’accademia, quel sapore d’arte che si respira, i poeti di strada che a volte incontri da quelle parti, coi loro libretti artigianali. Non sembra la città della finanza e dell’alta moda, la città che ti accoglie a braccia aperte se hai soldi e potere… e che può schiacciarti, in qualsiasi momento, come l’ultimo degli scarafaggi. A Brera, Milano misteriosamente diventa un’altra: diventa una città a misura d’uomo, dove tutto ritorna più facile e naturale. Anche passare la serata davanti a una birra e un amico, e mangiare un boccone insieme.
“Sai qual è la risposta del genio milanese a quello napoletano?” gli domando.
“Non ne ho idea.”
“L’happy hour.”
“L’happy hour?”
“Eh sì, la risposta milanese alla pizza: con pochi spiccioli in tasca risolvi la serata…”
“In effetti…”
“Guarda quel locale, come ti sembra?”
“Mi pare scarso…”
Dopo un altro paio di giri, finalmente vediamo liberarsi un posto presso uno dei buffet più allettanti, fra quelli che abbiamo ispezionato. Basta uno sguardo di intesa, e ci ritroviamo seduti a cimentarci nella scelta del cocktail. Arriva una ragazza sui vent’anni armata di penna e taccuino. “Per me un Cuba Libre” le dico. Il mio amico preferisce un Mojito. Il tempo di sciacquarci le mani e i cocktail sono pronti. “Quattordici euro” fa la tipa. “Marco, hai visto? Che ti dicevo?” “Beh, a questo punto che aspettiamo?” “Avanti: facciamo i terroni!” E parte l’assalto alle vivande…
“Marco, dimmi, quando ti scade il contratto?”
“A dicembre.”
“Te lo rinnoveranno?”
“Per come stanno andando le cose non credo proprio.”
“Che farai dopo? Tornerai a studiare per la specialistica?”
“Beh, in effetti non avrei voluto fermarmi qui, ma i soldi per continuare non saprei dove trovarli… Sai, durante gli studi ho anche lavorato. Ho fatto mille mestieri, dopo la morte di mio padre non potevo permettermi la bella vita… Tornerò in Puglia da mia madre…”
“E come pensi di tirare avanti?”
“Sì, lo so, laggiù il lavoro manca… Tornerò a fare l’elettricista, per ora. E poi chissà…”
Stamattina non ho voglia di alzarmi. A fatica mi trascino in bagno, mi guardo allo specchio: ho la barba di due giorni e delle occhiaie che sembro un zombi. Cerco di rianimarmi sotto la doccia, indosso la prima cosa che capita: una vecchia tuta parecchio fuori moda, poi esco a prendere il giornale. “Il solito?” mi fa l’edicolante porgendomi il Corriere della sera. “No,” rispondo “mi dia Repubblica”. Mi avvicino alla panchina presso la fontana, inizio a dare una scorsa ai titoli. L’aria è mite, delle giovani madri accompagnano i piccoli alle giostre. A un certo momento vedo avvicinarsi una coppia: lui, un uomo sui sessant’anni in abito grigio, la cravatta comodamente adagiata sul pingue addome; lei, pressoché sua coetanea, sfoggia una grottesca parrucca bionda e una collana di mezzo chilo. “I giornalisti: non se ne può più!” squittisce la donna. “Per loro l’Italia diventa ogni giorno più povera… Quante sciocchezze! Dovremmo metterci tutti d’accordo e non comprarli più i giornali!…” Il marito bofonchia. Mi passano davanti, per un attimo la conversazione si interrompe. Poi sento di nuovo la voce stridula: “Hai visto quel ragazzo? È un comunista”.

insomma, l’abito fa o non fa il monaco? (bell’italia, comunque).
A proposito del fare la carità: http://noshameintruth.blogspot.com/2007/08/elogio-dellegoismo-consapevole.html
Una passeggiata, Pasquale, con videocamera.
Hai ripreso angoli di realtà dalle infinite sfaccettature. Mi chiedo: ma siamo davvero così sciocchi? E qual’è il modo di vestire di uno di centro?
Se bastasse così poco per caratterizzarci, la nostra individualità sarebbe troppo riconoscibile. Anche se, riconoscerci e riconoscersi in un pensiero che accomuna è davvero una cosa bella, sempre che questa comunanza sia rivolta al bene.
un abbraccio
jolanda
Prima o poi sono tutti fasciocomunisti quelli he tengono duro e tirano diritto. L’importante, appunto, è tenere duro e tirare diritto.
Un caro saluto,
Roberto
Eh sì, Roberto, questa società spesso ti costringe a essere fasciocomunista. Questa società dell’antimerito e delle marchette, del falso perbenismo e dell’ipocrisia dilagante… E quando dico “società” non mi riferisco alla sola classe dirigente.
Un mio professore del liceo diceva: “Etichettatemi di sinistra di destra o di centro ma giudicatemi per come agisco…”.
Sono felice, Jolanda, che mi abbia accompagnato.
Ringrazio Lucy e L’Assassino per il loro contributo.
A Fabrizio invio il mio abbraccio fraterno.
Pasquale
un abbraccio e un grazie a te, Pasquale.