xi.
Sì, d’una qualche si pasce vampa
da vino amarenato, empito
del sollazzo del ciliegio, durezza
da bastone che solca la selvatica
invasione delle siepi, dei rovi
augurali delle more. In un’elevazione
dalla caccia all’uomo, bandito e forestiera
bevono, amanti, le stagioni del fogliame:
si recano a una sorte segnata di visione
all’altura della Rocca Castello.
E’ pura roccia, calcare
nei calcagni gementi tra poco, nelle storie.
xii.
Siamo di nuovo ad una costretta
luce dell’avvistamento, innalziamo
salendo nuova torre al Sant’Elia,
verso il Kalfa ferroso delle madri.
Spezziamo il legno, mormoriamo
nell’ascesa della morente luce
delle costellazioni, celebriamo
l’alba del villaggio innocente.
Vaniloquenti pratiche anacoretiche
nel procedere insano degli oranti,
un’eco d’ossa ripercuote, giace.


Oh, che meraviglia!
è un vero immergersi nel calore di un paesaggio che tu evochi ma – SENTI – e questo sentire fluisce e attraversa -ogni parola- e mi fa nuotare, in ogni parola.
Un calore che sazia!
Grazie:-)
C.
Speriamo di poter leggere presto questi bellissimi versi in cartaceo.
Immagini vivissime queste tue.
Un saluto
il vino amarenato, le ciliegie e le more, tutta un infanzia aspra e stupita che ci balza incontro, Viola
vi ringrazio per l’attenzione, i complimenti e l’augurio di pubblicazione (@nadia: sperem)-
ciao, e.
Lo spero anch’io, Enrico, di poter presto leggere su carta queste torri e quell’altra valle, le vedrei bene insieme. Seguo sempre, anche se non sempre lascio un saluto, questi viaggi nella terra e nell’anima.
grazie anche a te, Giorgio – ciao, e.
La trasgressione di un linguismo ricercato ci porta ad esaminare la versificazione qui riprodotta, come introspezione,come una musica verbale, impressionistica. Tutto ha l’essenza di una “poesia d’atmosfera” intessuta da coloriture sonore,fenomeniche site nel “luogo umano”, destinato a non morire, oltre il dialogo e il ricordo.
Giovanna Turiano