Illusione di biografia di una pancia, di Marino Magliani

Era un bambino nato con la pancia, come tutti i bambini, ma lui era nato con due costole, le ultime due, che sporgevano di parecchio e visto di profilo il bambino con la pancia sembrava avere una pancia quadrata. Questo bambino ha la pancia quadrata, disse la madre al dottore.

Che la pancia fosse una pancia strana era evidente, e l’aveva confermato anche il dottore. Il bambino con la pancia da bambino non lo capiva ancora, ma quando da grande guardava le foto dell’infanzia vedeva quel bambino magro con una pancia cosí e non riusciva a capire come aveva fatto quel bambino a non accorgersene, siccome poi da grande parlava con uno che scriveva dei libri di panchine, era venuto a sapere che esistevano degli io narrativi che si perdevano e probabilmente s’erano perduti per far perdere la coscienza di quella pancia al bambino. Ma poi il bambino era diventato ragazzino, o forse era ancora bambino, e comunque aveva capito di avere la pancia, e allora non era piú bambino perché un bambino che sa di avere una pancia cosí non puó piú essere un bambino. Ed era una pancia diversa da ogni pancia, di questo s’era accorto anche lui per la prima volta, perché guardava i bambini alla spiaggia e non si riconosceva in nessuno. Era magro e i magri non avevano la pancia, era magro e aveva la pancia e i grassi avevano la pancia ma era un’altra pancia.

La sua era una pancia quadrata e aveva scoperto, guardandosi allo specchio, che tirandola indietro la pancia non si vedeva, e allora tutte le volte che vedeva uno specchio, anche se ci si specchiava solo la testa, si ricordava di tirare indietro la pancia, ma in tutti gli altri casi la pancia restava quadrata.

La pancia era una pancia che aveva sempre fame, probabilmente perché era di quelle quadrate, questo il bambino con la pancia non lo sapeva e la madre l’aveva chiesto al dottore. ‘Sto bambino ha sempre fame, é per via della pancia? Il dottore aveva detto puó darsi. Insomma il bambino con la pancia usciva da scuola e si mangiava tre pizzette, arrivava a casa e si mangiava tutto, usciva il pomeriggio ( vivevano in una cittá piena di forni ) e mangiava ancora una o due pizzette, dipende se riusciva a fregare i soldi alla nonna. Un giorno capí tutto, non mangiava molto perché lo voleva la pancia, mangiava molto perché aveva deciso di ingrassare cosí anche la sua pancia diventava normale e lui poteva giustificarla, la pancia. Non lo disse a sua madre perché altrimenti tornavano dal dottore.

A quindici anni era bello, un bel sorriso, gli occhi belli e aveva la pancia, ma la ragazzine non se ne accorgevano perché aveva imparato a tirar la pancia indietro come se si guardasse sempre negli specchi e cosí gli sembrava davvero di vivere in uno specchio e quando dopo vent’anni lo raccontó all’amico scrittore, questi disse che era una cosa borgesiana. L’uomo con la pancia, poiché é ancora vivo e ha parlato allo scrittore ancora pochi giorni fa su una

panchina dalle parti di una panetteria, é irritato da questo scrittore che la vede sempre facile come nei libri. Non che lui la veda difficile, ma ha chiesto allo scrittore come la prenderebbe se fosse lui ad avere degli io narrativi con la pancia che popolano la sua infanzia e la sua gioventú.

A diciotto anni il giovanotto con la pancia andó alla visita militare e chiese al medico come mai aveva questa pancia, se gli faceva saltare almeno la naja la pancia, e il collonello medico si é messo a ridere e gli ha detto ma lo sa che quella pancia deformata lí l’aveva anche Napoleone che ha conquistato l’Europa.

Questa un giorno lui l’ha raccontata allo scrittore. Si incontrano spesso. In piazza, davanti alla panetteria. Lo scrittore vive da quelle parti, l’uomo con la pancia anche. E’ lo stesso quartiere dove é nato, in quella panetteria ci ha comprato 30.000 pizze. Sua nonna é morta, suo padre e sua madre anche, lui vive da solo. Donne non ne ha piú, non si é mai sposato e cosí vive ricordando quando aveva la pancia ma le donne non lo sapevano perché faceva come se guardasse uno specchio e la pancia si tirava indietro.

Sta pesso in casa, é ingrassato e la pancia sembra una pancia normale ora, e per far vedere allo scrittore com’era

una volta gli porta delle fotografie. Esce giusto quando vede sulla panchina lo scrittore. La finestra dá sulla piazza alberata e la panchina é sempre vuota. A volte, lo scrittore e l’uomo con la pancia stanno molti giorni, settimane, senza

sedersi sulla panchina, perché l’uomo con la pancia ha scoperto che lo scrittore esce quando esce lui e lui anche, esce quando esce lo scrittore, cosí o non si trovano per delle settimane o non si sa come mai, mistero, si trovano fianco a fianco sulla panchina dopo settimane e si dicono quanto é passato. Un giorno l’uomo con la pancia ha chiesto allo scrittore cosa stava scrivendo e lo scrittore ha detto che era ora che glielo chiedesse e gli ha detto scrivo di uno che ha la pancia, no scherzo, gli ha detto, e gli ha raccontato che stava scrivendo un libro sulle panchine ma che non lo dicesse a nessuno perché era una cosa nuova e non l’aveva ancora fatta nessuno.

Poi non si incontrarono di nuovo per dei mesi. L’uomo con la pancia andava alla finestra e vedeva la panchina vuota e diceva questo. Se non ti vede non esce ( poiché anche lo scrittore, gli aveva detto che prima di uscire guardava la panchina dalla finestra ) e l’uomo con la pancia decise che bisognava uscire di piú, si andava a sedere sulla panchina, ci stava delle ore, ma lo scrittore non arrivava. Un giorno l’uomo con la pancia entró in casa, al ritorno da un pomeriggio passato sulla panchina, aprí la porta e si guardó nel grande specchio che da giovane aveva messo in sala per esercitarsi a nascondere la pancia e non riuscí piú a nascondere la pancia neanche col trucco. Si ricordó che lo scrittore gli aveva raccomandato di pulirlo sempre bene lo specchio e di non giocarci, perché non di rado si potevano scambiare gli io narrativi e l’io narrativo che ora era lui e aveva la pancia ma nello specchio poteva perderla, entrava nello specchio e l’io narrante con la pancia che abitava lo specchio non aveva di che specchiarsi e non riusciva a nascondere la pancia. Allora l’uomo con la pancia pensó che non riusciva piú a incontrare scrittore perché non era lui che lo stava cercando ma l’uomo con la pancia che viveva nello specchio. Decise cosí di cercarlo lui, a partir da ora, lo scrittore che scriveva di panchine, e di cercarlo dove poteva essere e non solo sulla loro panchina. Infatti si mise la giacca, era autunno, e uscí. Guardó sulla panchina e lo scrittore non c’era. Ma l’immaginó. No, c’é mai, disse a uno che passava. Aspettó e lo scrittore non arrivava. Passó una signora, le chiese: signora, ha mica visto lo scrittore? Sa mica quando arriva?

E la signora disse di no, quale scrittore? Quello che si siede qui e sta scrivendo un libro sulle panchine, disse l’uomo

con la pancia. Ma lei chi é, chiese la signora. Sono l’uomo con la pancia, non quello che abitava nello specchio, perché lui lo scrittore non lo trovava, ora sono diventato io perché voglio ritrovare lo scrittore.

Lei é uno stupido, disse la signora. L’uomo con la pancia ci rimase male e subito non disse nulla, le sorrise e alla fine rispose: oh ma se lei é del quartiere son sicuro che io da giovane l’ho presa alla pecora.

Le disse esattamente cosí l’uomo con la pancia. E ancora: pancia o non pancia quando ero giovane le ragazze del quartiere le ho prese spesso e volentieri alla pecora. E tiró la pancia indietro come se avesse guardato uno specchio. Vede, si fa cosí. E lei lo saprá perché avrá su per giú la mia etá. La signora ammise qualcosa, ma l’uomo con la pancia se ne andó. Dove va, chiese la signora. A cercare lo scrittore, magari ha cambiato panchina.

L’uomo con la pancia giró tutte le panchine della cittá, chiese a tutti quelli che gli sembravano degli scrittori, o che leggevano un libro, o che erano scrittori che leggevano o lettori che scrivevano, ne incontró moltissimi, anche donne scrittrici che avrebbe preso alla pecora volentieri non fosse che cercava lo scrittore.

Tutti la stessa cosa gli rispondevano: lo scrittore che narra le panchine é Sebaste. L’uomo con la pancia non sapeva se si chiamava Sebaste o no, ma seguí le indicazioni e andó chiedendo fin quando non incontró Beppe Sebaste una mattina seduto su una panchina.

Lei é Sebaste, gli chiese. Sono Sebaste, rispose Beppe. Lei narra le panchine, domandó l’uomo con la pancia.

Le narro, disse Sebaste. Ho capito peró lei non é lo scrittore che si sedeva sulla panchina di fronte alla mia finestra.

Perché no, potrei esserlo, dove si trova la panchina, in che piazza, quale strada.

L’uomo con la pancia gli disse la piazza, ma aggiunse: no, non é lei.

Tornó alla sua piazza. Guardó la panchina, era vuota. Lo immaginava. Entró in casa, andó rasente al muro per non restar prigioniero dello specchio, strisció ancata dopo ancata per passar panci’a terra oltre l’altro specchio della sala.

Poi rifece gli stessi gesti, prese la giacca e uscí, si andó a sedere sulla panchina e capí che lo scrittore era lui, che non era mai stato lui, certo, troppo semplice, ma ora sí era l’uomo con la pancia che era lo scrittore. Ma cosa scrivere,

le panchine erano giá di Beppe. Illusioni di biografia di una pancia, si disse. In realtá avrebbe voluto scrivere di donne messe alla pecora, o cose del mondo, ma aveva troppi bei ricordi di quando era bambino e la mamma lo portava

a specchiarsi nelle vetrine, erano i giorni in cui aveva la coscienza di essere ma non di avere la pancia, poi gli io narrativi ecc.

Passó il giorno e la notte sulla panchina, e quando entró in casa andó rasente il muro e panci’a terra per via degli specchi, si sedette al tavolo, computer e scrisse che era un bambino nato con la pancia, ma non gli piacque per niente come incipit.

8 pensieri su “Illusione di biografia di una pancia, di Marino Magliani

  1. lettore

    c’è qualcosa di cosi’ struggente in questo racconto, non è neanche il soggetto è il tono della storia, come un film (forse un film dell’Est), una tenerezza speciale, una malinconia che cattura e va in testa come una nuvola che entra dentro, poi alla gola, poi nel cuore…

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  2. lisa

    concordo con quanto ha detto Lettore. mi sorprende soprattutto questa evoluzione nella scrittura di marino magliani che in questo racconto, pur conservando lo spessore, è più scarna e più introspettiva e rivolta all’Io che scrive.
    bravo come sempre.
    grazie
    lisa

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  3. mariapia

    Mi sembra una palese risposta all’ultimo romanzo di Beppe Sebaste sul tema de le panchine, un ripresa anzi, come dire le storie in progress o infinite..
    Rodari le prediligeva, ma anche moiltissimi altri, l’uso di Calvino è poi un genere.
    L’infanzia va benissimo per tutto questo..
    Maria Pia Q.

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  4. Carlo Cannella

    Più che una ripresa del libro di Sebaste a me sembra un ritorno alle panchine o ai muretti tanto cari a Marino, luoghi solitamente abitati da vecchi, sbandati o mezzi pazzi, espressione di una socialità ed umanità mai rassegnate. Dunque anche una risposta al modernismo espressivo dei non-luoghi per eccellenza, lo spazio elettronico dei blog e delle chat. Ho detto una stupidaggine?

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  5. marino

    L’idea di Beppe mi era piaciuta parecchio, avevo scritto anche io di panchine nordiche. In quel senso, Maria Pia,
    sí, é palesemente una risposta a.
    No, Carlo, non hai detto affatto una stupidaggine, ma certamente, in parte, una cosa inesatta. proprio per non “tornare ” alla solita ruralitá dei muretti, ho cercato per il bambino con la pancia una geografia cittadina.
    Mentre sul resto sono d’accordo. Che dire. Ho pubblicato questo racconto perché vorrei capire cos’é questa specie di registro orale, se cosí posso chiamarlo, che ogni tanto mi chiede di essere usato.
    grazie

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  6. lettore

    e puoi e devi continuare a usarlo, caro marino, quello che tu chiami registro orale, e che forse è una letteratura diversa da quella di cui tu hai un’immagine mentale (un’immagine di come, forse, “deve essere” la letteratura) e’ forse la tua vena piu’ libera (e lirica, guarda caso). e si sa che si è sempre stupiti dalle cose nuove che si scivono, e che quanto piu’ sono nuovi, i toni, piu’ ci fanno paura, ma piu’ anche sono profondi, e sono quindi evidenti, cioè nascosti dalla loro evidenza… ecco, questo secondo me tu chiami “registro orale” (e magari mi sbaglio). a me ricorda un film in bianco e nero fatto da un regista davvero molto contemporaneo… scusa se scrivo di getto, per di piu’ conuna tastiera francese di mio figlio (io non ho accesso a internet, lui si’). e avrai caopito caro marino che sono io, b.s., che per pudore non mi ero firmato neppure prima, anche perchè penso che non ci sia nessun bisogno di parlare del mio libro per parlare del tuo racconto (nonosante l’imbarazzo del nome proprio, che ti aveva giustamenete spinto a mandarmelo prima). un abbraccio, e speriamo a presto in olanda, beppe

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