Racconto a quattro mani di Marino Magliani e Mario Bianco
Era il Piemonte uno dei primi nomi di posti che un bambino ligure imparava.
Forse ora no, il Piemonte per un bambino ligure non esiste, ma negli anni sessanta il piemonte era il luogo di provenienza delle raccoglitrici che scendevano per olive in Liguria . Non si sarebbe mai parlato di Piemonte in Liguria, se non fossero scese le raccoglitrici. Una decina di donne per azienda, restavano in Liguria l’intera stagione della raccolta, parlavano quei dialetti molli, ma erano donne dure, dai ginocchi potenti e le mani svelte.
Le guardavo raccogliere perché seguivo mia madre, che era a sua volta raccoglitrice.
Mi sedevo su un ceppo, mezzo al freddo, le maniche che coprivano mai abbastanza i polsi, e mi dicevo: ma quanto deve essere povero il Piemonte se le piemontesi scendono qui. Giá, perché a me giá la Liguria sembrava cosí povera, pietre di muri, erbaccio e ulivi che bruciavano di sete e fame.
La Liguria mica sapevo cos’era, quando ero piccolo, cioè avevo sei anni: io sapevo solo del mare e del sole caldo, brillante e della spiaggia, e mi dicevano anche che mi avrebbero portato là perché mi faceva bene alla salute, perché soffrivo di quei mali di gola bastardi, tutto l’inverno.
Il mare era un paese piccolo che si chiama Noli e si raggiungeva partendo alle sei del mattino alla fine di giugno, in genere il giorno di San Pietro e Paolo, ch’è festa, con la Topolino di mio papà, stipata di bagagli e noi, come acciughe, o proprio come quelle sardine che mi sarei spazzolato nei giorni seguenti cucinate dalla mia provettissima mamma.
Prima si passava in un posto che si chiama Vicoforte e che c’era ‘na chiesa grossissima, un Santuario lo dicevano, ma soprattutto un caffè grande dove mi davano di colazione dei torcettoni giganti col caffellate, e io già me la ridevo tutto.
Poi si rimontava su quella povera vecchia auto (era del ’38) e lei dopo un po’ cominciava a stranfiare, su per i tornanti del colle di Cadibona; mio padre ogni tanto si fermava, apriva i cofano e soffiava come una pompa, poveraccio, dentro un tubetto giallo che dava nel motore, faceva da suppletivo alla pompa della benzina.
A una certa mira, magari verso le dieci, se ce la facevamo, arrivavamo in un posto che si vedeva il mare: allora sì che la mia bocca andava da un orecchio all’altro, ci fermavamo in una piazzola e si guardava tutto; i miei facevano dei segni, dicevano dei nomi di paesi, io non capivo niente, sognavo solo di essere presto là sotto, a toccare il mare, l’acqua, le onde, la sabbia e giocare e mangiare e dormire e niente scuola, finalmente.
Ecco, chi aveva un sogno, uno come Mario. Uno che partiva da un piemonte e correva incontro a un mare. Che altro inseguire… Un ligure invece, uno dell’entroterra un mare non l’avrá mai, ve lo dico io, uno che si chiama marino e che il mare l’ha cercato anche in Piemonte. E’ troppo lí ed é troppo lontano il mare per un ligure dell’interno. Un mare é dei turisti.
Me lo dicevo anche da ragazzo di quindici-diciott’anni. Il mare é dei torinesi. Scendevano in vespa, e passeggiavano con quella camminata da pianura. Il mare era loro. Il mare é loro. Vattene, mi dicevo. Vattene. Per questo un giorno, quelli come me lasciano la Liguria.
Vicoforte, leggo qui sopra, se Mario sapesse che a Vicoforte ci andavo ogni giorno di maggio alla Messa. Perché io in Piemonte ci sono voluto andare a vivere. E’ stato dai nove anni ai dodici. A Mondoví, nei frati. Tre anni a ricordare quando da bambino che seguivo mia madre negli uliveti le raccoglitrici raccontavano storie del Piemonte. Tre anni di collegio a dirmi dietro una vetrata sporca di neve e pioggia: eccolo il Piemonte.
Forse tre anni di collegio perché il giorno in cui fosse finito ci fosse davvero anche per me un mare.
Invece io, di Vicoforte, al santuario dove mi toccava andare a messa prima di colazione, ho un ricordo come di perdersi in quella rara cupola ellittica dipinta con pitture che sembravano staccarsi e mi inabissavo su con la vista per non annoiarmi con le robe dei preti. Mica sapevo, allora, che magari uno dei bambini là davanti nelle prime file era Marino. Mica sapevo che c’era un ligure, a pochi metri da me, che poi sarebbe diventato un mio amico. I liguri per me erano pescatori, erano dei tipi rudi e scalzi con la faccia segnata da mare e sole che scendevano da belle barche colorate, calavano di bordo delle cassette di pesci guizzanti, brillantissimi, le passavano a delle donne dure e blu con dei grembiuloni che aspettavano, là sulla spiaggia, con carrette.
I liguri di dietro, delle colline, dell’entroterra li conobbi dopo un bel po’ di tempo: facevamo delle passeggiate con mia madre su per dei sentieri assolatissimi che si partivano dai vicoli arrampicati; allora vedevo un campagna diversa dalla mia monferrina, molto faticosa, su e giù per erte, terrazzamenti, fasce come dicono loro, e meravigliato ammiravo alberi, olivi, piante belle, anche con frutta matura.
Mi veniva una voglia matta di quei bei frutti.
Una volta che stavo con la bocca aperta a ammirare un albicocco stracarico mi vide il primo ligure contadino che ricordo, l’uomo, bruciato dal sole, che stava appoggiato ad una zappa, vide la mia espressione e sorrise, si avvicinò all’albero raccolse una manata di frutta e me la versò nelle mie. Io ero felice e stupitissimo, mia mamma mi disse di ringraziare ché io ero muto come un sasso e divenni tutto rosso, mai visto un regalo fresco, maturo e profumato così.
C’ho ancora piacevolmente impresso in bocca il gusto di quelle albicocche, le più buone del mondo.
Il bambino che era in collegio con me guardava il mondo dall’interno di quei cortili, studiava in quei banchi, mangiava in quel salone in silenzio, pregava in quella chiesa, ma la sera non doveva respirare nessun tanfo, né ascoltare nessuna voce di camerata, tornava a casa. Era esterno. Ecco, lui si salva, mi dicevo, e mi pareva che non lo meritasse perché la sera non gli veniva nemmeno da ridere forte quando si alzava dal banco, prendeva i suoi libri e usciva, camminava sulla ghiaia, apriva un cancello e si salvava. Oh, essere esterno, mi dicevo allora.
Gli avrei chiesto di portar fuori qualcosa di me, un pezzo di Liguria in piemonte, porta via un mia cellula fuori dei cortili gli avrei chiesto.
C’é qualcosa della Liguria in Piemonte, Mario?
Non dico emozioni, popoli, ma qualcosa che resti, architettura. In Liguria c’é Piemonte fin quanto ne vuoi. Prendi Imperia, una cittá inventata da Mussolini, formata da Oneglia e Porto Maurizio. Sei a Oneglia e ti sembra di essere a Cuneo, in una di queste piazze da cui partono portici come tentacoli da un polpo, poi vai a Porto e trovi i vicoli appesi e le strettoie della Repubblica di Genova.
Regno e Repubblica, ottimo Mario.
Sì, Marino, io ti confermo che proprio sotto quei portici rigidi di Oneglia ci trovi un pezzo di Piemonte barbogio e sabaudo.
Però io ti voglio parlare di gente, di umani: ad esempio voi liguri, valicando con muli e asini i passi ci avete portato prima l’indispensabile sale, poi l’oro, il sole in bottiglia o in latta, il vostro olio sapido e delicato, aggiungansi quindi strati, in dimensioni astronomiche, di acciughe salate per forgiare ottime e riscaldanti “bagne caude”.
Invece dal Piemonte sono calati i macellai di carne bovina, ché voi avete meraviglie di cucina di pesce, verdure profumate, conigli e pollame, ma non i nostri bolliti di bue; dietro di loro, anni dopo, dagli inizi degli anni ’60, si sono trapiantati negli orrendi casermoni di Borghetto, nei condomìni di Loano, eserciti di borghesotti torinesi che volevan “l’allogetto” e l’aria tiepida per l’ossa nostre rattrappite dall’umidore della nebbia.
E così Loano è diventata la Miami dei vecchi piemontesi.
Io caro Mario vorrei liberarmi della mia Liguria anche narrativamente, non so
far altro che descriverla che crolla. O che scrivo lei, la Liguria, o che scrivo lui, io, me stesso, Marino. Quando mi é stato chiesto di dare il mio contributo a un dizionario affettivo, subito ho pensato a lei, poi a lui, alla fine ho scritto lui. E ho pensato anche a te, al tuo nome, Mario, poiché mario non é un piccolo marino?
Scrissi questo pezzo sulla parola marino.
“ Poi col tempo realizzai che poteva significare pure piccolo mario, e
rabbrividii, ma per i primi vent’anni é stata una parola misteriosa, sapeva
di fondi, di buio, di energia, e ci ho messo parecchio prima di abituarmici.
Un’aggettivo, ecco, mi dicevo, qualcosa che da solo non basta, e ancora
adesso che se la sento mi volto, quando la penso non posso che sognarle
accanto quel contraltare luminoso di biamontiana memoria che é il mare, un
qualcosa che mi porta al delirio e che basterebbe a sé, ma che non basta,
poiché un mare non basta senza una costa, un po’ come succede per me, ma
solo per me, che la parola marino ha bisogno al suo fianco di un’altra
parola per dirsi e per dirmi.
marino magliani.
Ecco, ottimo Mario, che mai sarebbe la mia terra senza il tuo Piemonte? E viceversa, sí.

che sarebbe questo racconto/metaracconto uno senza l’altro? mamma che bello!
Stupendo! Detto da un piemontese che ha trascorso l’infanzia a Spotorno e che solo per uno scherzo del destino non è diventato ligure.
caro marino,
non so se te l’ho già scritto, ma il tuo contributo al dizionario affettivo è uno dei miei preferiti, forse il preferito: se mi chiedessero di leggerne uno a scelta dal libro, io leggerei il tuo. quanto è bello questo pezzo, anche grazie a mario? davvero bello, grazie a entrambi.
mi ha commossa, fatta sentire a casa e anche straniera, per me che la tua liguria tanto povera era un posto di ricchi, per me che la calabria era povera e la liguria era il posto in cui i calabresi emigravano per stare meglio, per me che il piemonte era un posto brutto, dove emigravano quelli più sfortunati, costretti a stare senza mare e con la nebbia, a pensarci ti facevi il segno della croce e ringraziavi che non ti fosse toccato, per me che i piemontesi erano gli amorazzi estivi, attesi tutto l’anno come invasori, gente a cui la liguria era impossibile da raccontare. la liguria ha qualcosa di incondivisibile, e solo ora che ne sono lontana io me ne sono resa conto.
grazie amici, Paolo ha il Piemonte lo so, Rosella la liguria, Lucy non so. forse la cosa bella di questo racconto é che é una catena, un collegarsi a cosa scrive
l’altro. a maggio ero a torino, ospite di Mario, ma il racconto é nato facendo due chiacchiere ultimamente
su skype.
son quelle cartoline fatte di parole e senza immagini. le immagini, appunto, non servono perché le parole ti apprecchiano un panorama come meglio non si potrebbe. bravissimi.
Marino, è lui che me l’ha proposto:
è stato come confermare un’amicizia ch’era già nata
e poi si è fatta “carne” cioé una storia.
Grazie
Mario Bianco
Che spettacolo, questo pezzo, Marino e Mario! Una cosa che sa di sole caldo sotto la pelle, e il sale di quelle acciughe mi sembra di sentirlo in bocca, che mi fa frizzare la lingua.
Un grosso complimento, di cuore.
Giovanni A.
io che so poco di liguria e di piemonte, pochissimo, col vostro racconto ho conosciuto un po’ di quelle cose solide, come le albicocche, che son quelle vissute.
la storia al tempo dei bambini, ma voi siete due vecchi bambini e vi divertite così! e si legge 🙂
doppietta in area di rigore! là dove è possibile vedere il mare dall’alto
grazie à tous les deux
effeffe
Qualche anno fa, un inverno molto freddo, mi son trovata (me romana) per quella strada lì, a passare tra piemonte e liguria.
Ho traversato nebbia, da torino verso sud, avvolta nel misterioso non vedere che si faceva realtà affidata a altri sensi (rumori, odori…) per me insolitamente sollecitati da quel paesaggio, “diversamente” ampio.
Arrivata sul crinale, quello lì, il senso della vista ha preso, repentinamente e novellamente anch’esso corpo. Il pensiero è stato: quanto questo crinale, così imponente, lega , e non divide, queste due terre?
Avrei voluto, per meglio rispondermi, fare anche il percorso inverso.
L’avete fatto voi, anche per me. 🙂
io per me la liguria iniza a novi, a ronco e arcquata…
Di là, da Mario, ho scritto:
Eh, io che son ligure finito a Roma un pò mi intenerisco quando si parla o si legge di riviera, di barchi, di caruggi o di creuze, o di entroterra anche, quello tra liguria e piemonte, che non sai mai se sei di quà o di là, come ad Arquata, a Ovada, a Novi (che di cognome fa anche Ligure) e si parla un dialetto bastardissimo. Infarcito di belìn fino ad Alessandria.
Questo vostro racconto mi ha un pò ricordato Nico Orengo e il suo “Salto dell’acciuga”. Stesse atmosfere. Salate e nebbiose. Bello, Mario.
Di qua, per non ripetermi, cambio il finale:
Bello, Marino.
quattro mani da favola.
grazie
fabrizio
oh…io conosco come le mie tasche aurigo
Bello Aurigo, vero? il mio paese invece é all’opaco, al
fondo della valle, ma se vado in cresta, a Colle d’Oggia,
se non sbaglio Aurigo si vede.
Ci vivi ancora ad Aurigo?
Stupendo..io che da ligure vivo in Francia..spesso mi sono detto scendendo in aereo da Parigi… ma dov’ è casa mia? dove comincia.. il “profumo” di casa?.. e poi d’un tratto ..come sempre vedendo il Monviso… e il mare..l’evidenza..: è casa su quei monti.. tra il Po’ ed il mare..è casa nel sapore delle acciughe…gustate con gli amici della Val maira..è casa nel ricordo proustiano degli amaretti… Sassello o Mombaruzzo? chissà… è casa tra il Po’ ed il mare…