Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna-occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: c’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita.
La foto è tratta da qui
(versione audio)


Caro Fabrizio,
come le altre questa tua pagina di diario è bellissima anche e forse soprattutto per chi, per vari motivi, non vi si “può” riconoscere.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
un piccolo grande intenso pezzo di quel tempio della memoria
che sa andare oltre il personale e diventa universale – intimamente italiano – con quella spiaggia, quella cabina,
quel padre che sembra un po’ il padre di Kafka e un po’
il padre di Era mio padre, un po’ tutti i padri.
io quelle biglie le ricordo: erano di plastiva, vero?
Quando ero in collegio, appena arrivato, scoprii che andavano di moda le biglie, ma quelle di vetro. Allora scrissi a mia madre. Qui ci sta da cani, dissi, ma da cani davvero. Piango giorno e notte. Di notte piango sotto le coperte, di giorno piango anche mentre mangio. Forse se mi portate le biglie, tante, ma tante, forse ci resisto.
Mamma venne a trovarmi e mi portó un sacchetto di biglie.
Ma erano quelle di plastica, con le facce dei ciclisti mi pare, o comunque delle facce. Che si spaccavano se ci giocavi. Mamma mi disse se volevo tornare a casa. Dissi di no. Era la mia resistenza. Avevo sbagliato i tempi. Il posto no, era montagna, querce e faggi e falesie che avevano
visto le scarpe rotte di Fischia il vento, i crolli di Felice Cascione, la primavera che avevano sognato per un bambino che aveva le biglie sbagliate.
Grazie Fabrizio.
Siete dei grandi. Leggo le vostre righe e mi sento confortato di tanti sensi di inadeguatezza infantile. Mi dico: anche se spesso ci si sente polli pur essendo aquile (per citare Anthony De Mello), evidentemente anche questo sentirsi polli da piccoli fa parte di un percorso che serve per diventare aquile da grandi. Forse l’uomo “realizzato” è un nuovo miracolo evolutivo, che passa dal tormento felice di un’infanzia di sogno e proibizione, di entusiasmo e di regola, a una vita adulta di scelte consapevoli e di energia spesa nella direzione voluta. Voi avevate le biglie (con cui ho pure giocato spesso), io avevo il mio aeroplano-bicicletta di plastica, sul quale immaginavo di girare il mondo, e le mie palline, con cui mi inventavo campionati di calcio della mente, dove la Fiorentina vinceva più che nella realtà, e la Juventus un po’ meno, e che diamine…
E oggi ci ritroviamo tutti nella barca dei sogni letterari, quelli che dalla mente passano alla penna, o alla tastiera, per diventare righe che fanno pensare e rendersi conto.
Grazie di cuore.
Giovanni A.
Struggente e profondo; ora possiamo guardare avanti ?
Scusa la brutalità un po’ troppo gratuita via rete, ma questa e’ la mia prima reazione al tuo (veramente) bel post.
ciao
cacioman
lo stiamo giá facendo, siamo giá dentro questo futuro giá
accaduto.
Viviamo costantemente nel futuro già accaduto (bellissima l’intuizione di Marino) e ci portiamo sempre dentro il passato, con le sue gemme di speranza e i suoi archetipi che dobbiamo elaborare, per poter realizzare i sogni che abbiamo nutrito fin dall’inizio, magari senza esserne consapevoli.
Giovanni A.
ehm… Giovanni, non é mia…
Ah no? -;) Però è bella lo stesso!
Eh eh…
A presto,
Giovanni A.
Fabrizio, proprio bella quest’altra tessera del tuo personale mosaico.
Ed è anche normale, per noi lettori, riandare al nostro passato, tentare di riacciuffare l’atmosfera di attesa che ci motivava al futuro. Ma i commenti precedenti parlano di un futuro già passato, o forse è un presente che non facciamo in tempo a cogliere?
E che ne faresti, sono molto curiosa, di quella spina dorsale per una volta sola nella vita?
Anche se per quello che sei e fai, io credo che la tua spina dorsale sia davvero molto solida.
abbracci
jolanda
Io da piccolo sul retro dei bagni Pechini di Spotorno, spiaggetta popolare stretta tra due spiaggioni di grandhotel con nomi esotici tipo Royal che a quelli dei bagni Royal gli si faceva la guerra tirando i pallini verdi dei cespugli,io mi bruciavo sempre sulle spalle, tanto era il tempo che passavo piegato sulle piste delle biglie, il più gracile preso per le caviglie e trascinato sulla sabbia a disegnare con le chiappe il percorso,il vincitore aveva diritto a un calippo,
finchè un anno ti rendi conto che quelli della tua età si sono spostati in riva, a far il bagno con le ragazzine,
guardi la faccia di Gimondi e inizi a capire cosa c’è dietro quella smorfia.
Bella questa, Paolo. Quando gli amici iniziano a guardare le “donne”, te, che non è che non ci pensi, alle ragazze, ma sei solo un po’ più sognatore, pensi: e ora, cacchio, resto solo? Ma ognuno ha la sua strada da seguire, come Gimondi e le palline con la smorfia: e nessuno sa dov’è il traguardo, può solo sentirselo dentro.
A presto,
Giovanni A.
grazie di cuore, amici: è bellissimo mettere in comune i ricordi, anche se non bisogna esagerare, come spiega Cacioman (giocavi nella Lazio? ah, no, quello era Castroman).
Jolanda, sì, la spina dorsale me la son dovuta fare per forza, ma sono ancora molto sensibbbbile, come dicono da queste parti.
un abbraccio a tutti
fabrizio
Bello forte, ‘sto pezzo, come dissero sopra: struggente.
Con quest’ombra di padre che ti squadra.
Io ci avevo ancora le biglie di terracotta, roba di dopo la guerra, o di prima, per di più erano mica tanto sferiche, e poi c’avevano deicolri che andavano via.
C’era chi era più moderno e sofisticato che s’era fregato, da un meccanico, delle biglie d’acciaio dei cuscinetti a sfere: quelle filavano come razzi, ma facevano male all’unghia.
Noi cercavamo di squalificarne i possessori.
Poi saltarono fuori quelle di vetro, verdoline, alcune anche marezzate dentro, belle, roba sprint, ma io non ci giocavo già più.
Alla fin fine si videro quelle lì trasparenti, di plastica, colle facce dentro degli sportivi.
Io ero talmente alto che le guardavo da su e facevo: ptùù!
Però forse invidiavo i piccoli che ci giocavano ancora,
io c’avevo la scuola che mi faceva tanto girare le palle, allora, altro che le birille!!
MarioB.
“c’è un mondo che non sarà mai il tuo”
per qualcuno è Il mondo, proprio questo, quello degli uomini
e allora nemmeno un’isola deserta è rifugio abbastanza sicuro
bellissimo pezzo, fabry
F&R
Fabrizio, che te devo di’, non la bevo mica tanto l’elegia della memoria delle immagini dell’infanzia. Questo mondo di bambini si staglia su uno sfondo oscuro, che materializza la figura del padre (arcigno super-io), che prepara il mare dei grandi, quello che esclude (e che oggi è una tomba, poche miglie marine). Sì, meglio tornare al mare dell’infanzia, sapendo che anche lì i bimbi si divertono poco, perché sono già in attesa.
Tutto questo lo rendi bene, ma proprio bene, mannaggia a te!
E poi, pensando alle biglie, ho visto tempo fa il monumento a Pantani, azzeccato http://www.repubblica.it/2003/e/gallerie/sport/statuapan/1.html
Mario, Fides e Roberto, grazie di cuore anche a voi.
infatti, Roberto: non la bevo neanch’io.
la biglia di Pantani mi ha commosso: a volte gira dalla parte sbagliata, ma dove va a finire, chi può dirlo?
un abbraccio
fabrizio