Entrare nella magia dei colori su una tela, farne parte, interagire con pause e silenzi, anche i dipinti ne sono pregni, che sogno, che sogno, Fabrizio! Contemplare un quadro significa anche questo.
Grazie, Fabrizio, di aver postato quei brano di “Sogni” del grande Kurosawa. Io ricordo il primo episodio , quello sulla guerra, sullo sfacelo della guerra, che è davvero straordinario, poetico, memorabile. Il Capitano di una Compagnia di soldati giapponesi , – l’unico superstite, – è costretto da un feroce cane portaordini , che gli impedisce qualsiasi altra via di fuga , ad attraversare una lunga galleria , e lì dentro ritrova i soldati morti, i “suoi” uomini caduti in battaglia , che lo seguono , passo passo,
lungo il percorso della galleria , e gli chiedono il perché della loro morte. Chi aveva una madre, chi una moglie, chi una fidanzata, chi dei figli ad attenderli. Ciascuno di essi aveva almeno una ragione per continuare a vivere, ma erano morti, tutti morti. La loro vita era stata troncata troppo presto: “Perché siamo morti?” , chiedono al Capitano, che non sa rispondere. E prova rimorso di essere l’unico sopravvissuto. Ma poi, man mano, prende coscienza del senso di questa sua salvezza. Capisce che il suo scopo sarà quello di rendere testimonianza. “Io non so perché voi siete morti, ma ora so che sono sopravvissuto a voi per testimoniare di voi. Devo dire ai vostri figli, a chi verrà dopo di voi, che siete passati su questa terra, lasciando un’orma. Che avete vissuto intensamente la vostra vita breve. Io ho il dovere di testimoniare la vostra voce, il vostro sorriso, le vostre ultime parole, le vostre speranze. Ho il dovere di testimoniare della stupida crudeltà della guerra”.
Poi ricordavo abbastanza bene anche quest’ultimo episodio , magico, geniale , del Van Gogh-Scorsese con l’orecchio tagliato , e dei suoi quadri dipinti col sangue. E ricordavo l’ultima tela del grande pittore olandese, “Campo di grano con corvi”, che è anche – non a caso – anche l’ultima scena del film. Quel quadro – dice nel suo libro “Confini”, Franco Rella, – è il suo vero autoritratto , in chiave pressochè testamentaria. Con quel quadro, in cui le ali dispiegate dei corvi vanno a formare l’iniziale di Vincent, Van Gogh dice ciao, dice che sta per uscire di scena, che sta congendandosi dal mondo. Sullo sfondo del dipinto , le due macchie di sole , destinate anch’esse al tramonto, altro non sarebbero che gli occhi di Van Gogh, ormai inabissati nel buio della morte. Vista in questo senso l’arte prende dimora nel doppio regno che si dispiega tra vita e morte, tra respiro e spasmo ,e conferisce un senso alla verità del dolore , allo scandalo della sofferenza, all’attesa dell’irrevocabile.
Senza più sole
solo pasta infittita grigia
e tralci di vite contorti
Sono coltelli che mi prendono
alla gola , i miei pennelli
la mia ragione è tramontata
ma domenica scors non so come
ho visto delle rose bianche
in mezzo a un contorto vigneto
e in mezzo un figura bianca
una fanciulla che nasceva
allora con la veste rosata
e mi è venuta d’un tratto
la nuova vita in un quadro
unico irripetibile assoluto
definitivo
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“se ti concentri ed osservi, tutto della natura ha la sua bellezza e in quella bellezza naturale io mi perdo dentro…”
come in un sogno
grazie, fabry
anche io!:-)
“Il paesaggio si dipinge da solo, per me /…/ Lavoro da schiavo, mi guido come una locomotiva”
Bellissimo film, indimenticabile (e c’era anche la scena dei soldati nel tunnel…)
Grazie, Fabrizio.
Giovanni
grazie a Fides, Carla e Giovanni.
io trovo geniale anche l’ultima sequenza, quella che segna il ritorno definitivo al quadro.
Entrare nella magia dei colori su una tela, farne parte, interagire con pause e silenzi, anche i dipinti ne sono pregni, che sogno, che sogno, Fabrizio! Contemplare un quadro significa anche questo.
grazie
jolanda
grazie, Jolanda: e ci vuole un genio per esprimerlo così.
un abbraccio
fabrizio
Grazie, Fabrizio, di aver postato quei brano di “Sogni” del grande Kurosawa. Io ricordo il primo episodio , quello sulla guerra, sullo sfacelo della guerra, che è davvero straordinario, poetico, memorabile. Il Capitano di una Compagnia di soldati giapponesi , – l’unico superstite, – è costretto da un feroce cane portaordini , che gli impedisce qualsiasi altra via di fuga , ad attraversare una lunga galleria , e lì dentro ritrova i soldati morti, i “suoi” uomini caduti in battaglia , che lo seguono , passo passo,
lungo il percorso della galleria , e gli chiedono il perché della loro morte. Chi aveva una madre, chi una moglie, chi una fidanzata, chi dei figli ad attenderli. Ciascuno di essi aveva almeno una ragione per continuare a vivere, ma erano morti, tutti morti. La loro vita era stata troncata troppo presto: “Perché siamo morti?” , chiedono al Capitano, che non sa rispondere. E prova rimorso di essere l’unico sopravvissuto. Ma poi, man mano, prende coscienza del senso di questa sua salvezza. Capisce che il suo scopo sarà quello di rendere testimonianza. “Io non so perché voi siete morti, ma ora so che sono sopravvissuto a voi per testimoniare di voi. Devo dire ai vostri figli, a chi verrà dopo di voi, che siete passati su questa terra, lasciando un’orma. Che avete vissuto intensamente la vostra vita breve. Io ho il dovere di testimoniare la vostra voce, il vostro sorriso, le vostre ultime parole, le vostre speranze. Ho il dovere di testimoniare della stupida crudeltà della guerra”.
Poi ricordavo abbastanza bene anche quest’ultimo episodio , magico, geniale , del Van Gogh-Scorsese con l’orecchio tagliato , e dei suoi quadri dipinti col sangue. E ricordavo l’ultima tela del grande pittore olandese, “Campo di grano con corvi”, che è anche – non a caso – anche l’ultima scena del film. Quel quadro – dice nel suo libro “Confini”, Franco Rella, – è il suo vero autoritratto , in chiave pressochè testamentaria. Con quel quadro, in cui le ali dispiegate dei corvi vanno a formare l’iniziale di Vincent, Van Gogh dice ciao, dice che sta per uscire di scena, che sta congendandosi dal mondo. Sullo sfondo del dipinto , le due macchie di sole , destinate anch’esse al tramonto, altro non sarebbero che gli occhi di Van Gogh, ormai inabissati nel buio della morte. Vista in questo senso l’arte prende dimora nel doppio regno che si dispiega tra vita e morte, tra respiro e spasmo ,e conferisce un senso alla verità del dolore , allo scandalo della sofferenza, all’attesa dell’irrevocabile.
sei sempre aggiornato e acuto, Augusto.
grazie di cuore.
Senza più sole
solo pasta infittita grigia
e tralci di vite contorti
Sono coltelli che mi prendono
alla gola , i miei pennelli
la mia ragione è tramontata
ma domenica scors non so come
ho visto delle rose bianche
in mezzo a un contorto vigneto
e in mezzo un figura bianca
una fanciulla che nasceva
allora con la veste rosata
e mi è venuta d’un tratto
la nuova vita in un quadro
unico irripetibile assoluto
definitivo
grazie anche per questi, amico.