SILVIA NIRIGUA, La metà di tutto, Padova, Sartorio, 2008, pagg. 112, 10 euro.
Silvia Nirigua (nom de plume) è fra le scrittrici più nascoste d’Italia. Non esistono, che si sappia, sue foto; non si ricorda una presentazione di suo libro e c’è traccia solo di un suo intervento alla famigerata rubrica radiofonica Fahrenheit, un paio d’anni or sono. A gennaio 2007 andò in scena, a Padova, la riduzione teatrale di Un quarto di me, suo primo racconto romanzo, pubblicato con Meridiano Zero nel 2006; e, narrano le cronache, in quell’occasione l’autrice era presente. Facendo le ormai inevitabili ricerche su Internet, si trova una sola intervista, risalente anch’essa a 2 anni fa, centrata per lo più sulla differenza sessuale e risalente in ogni caso a giugno 2003, data dell’uscita di Trema, fanciulla, trema, suo primo lavoro semiclandestino. Se l’extratesto è, a prima vista e come in questo caso, mancante, soccorre il testo, che in questo caso ne è sovrabbondante. Tanto per cominciare, la storia di questo libro. Ci si muove nelle mura del pronto soccorso in cui lavora, ma in sostanza davvero vive, una giovane dottoresssa di pronto soccorso (uno degli universi concentrazionari meno conosciuti, se non per serie televisive a volte anche di buona caratura; ma americane). Non è chiaro il luogo dell’azione ma, sulla base delle due opere precedenti, non si sbaglierà collocandola nel Nord Italia; forse proprio a Bologna, dove Nirigua vive e lavora. La dottoressa in oggetto è seguita da una psicologa, cui però pare raccontare poco di sé e, se pure, di malavoglia. La vita privata non esiste quasi, anche perché l’appartamento condiviso con una non meglio precisata Lelo è stemma di confusione prima esteriore poi, se al critico militante è concessa una banalità ulteriore, interiore. Una prima pietra d’inciampo vien posta da Nirigua a pag. 25, a circa un quarto del racconto. Introdotta da un corsivo, si staglia una figura nuova, per ora senza nome, che è presentata così: “E poi, finalmente, ti incontro”. A esser meticolosi com’è l’autrice, l’avverbio è di troppo; o ‘infine’ si faceva preferire. Sia come sia, di qui innanzi si svolgono 2 racconti, che sono uno abisso dell’altro; e in cui i punti di vista, pur diversi, sono l’uno ombra o doppio dell’altro.. Il racconto in corsivo parte da un incontro al pub, fra giovani donne, com’è in uso oggi. Una sceglie di raccontare all’altra una storia, che somiglia da vicino alla storia raccontata in tondo nel libro, e che del libro occupa la parte evidente. Perché al corsivo Silvia Nirigua ha scelto di consegnare un segreto, nel segreto farlo crescere e svelarlo nelle ultime pagine, come si fosse in un thriller psicologico che non sarebbe spiaciuto ad Alfred Hitchcock. Questo storia di donne che Nirigua dipana con tanta disinvoltura, adoperando almeno 2 punti di vista e con un tratto fra l’icastico e il raggelante che conforta il lettore annoiato di troppe melensaggini correnti, si presta a un po’ di considerazioni aggiuntive. Intanto, l’uso del dialogo diretto ha un’efficacia rara nella narrativa italiana d’oggi. Allo stesso modo, la costruzione paratattica del periodo e, se si può dire, del pensiero, non è usata come arma contundente; essa è invece consustanziale all’intreccio, ne è il nerbo e il filo conduttore.
A queste osservazioni di minimo ordine linguistico si aggiungerà che il libro parte in seconda persona singolare e con quella si chiude; uso piuttosto inusuale nel romanzo italiano d’oggi e anche per questo di scarsa maneggevolezza. Sul piano della costruzione narrativa, un altro snodo di rilievo è collocato a pag. 34, quando, nel corso di una festa (ce ne sono un paio, ben raccontate, con una grazia che ricorda certo molto bistrattato cinema italiano recente), la dottoressa che è, tanto per svelar le cose con l’aria di complicarle, Silvia Nirigua. Se qualcuno ha ancora voglia di trarre in ballo la storia della mise en abîme, libero di farlo: ha ancora una sua suggestione se non altro fonica. Il punto è che qui, come altrove, in altri luoghi del racconto che non è giusto togliere al segreto cui l’artista li ha consegnati, si assiste a un’affascinante strip tease. La scrittrice Silvia Nirigua danza una danza dei molti veli, sinuosa come il suo giro di frase, reclusiva come la sua persona. Chi ha scritto di questo libro, qui e ora, se ne dichiara, senza se e senza ma, invaghito.

Premesso che di iohannes mi fido,onde per cui provvederò a leggere il libro,, segnalo un intoppo sintattico nel post (“Sul piano della costruzione narrativa, un altro snodo di rilievo è collocato a pag. 34, quando, nel corso di una festa (ce ne sono un paio, ben raccontate, con una grazia che ricorda certo molto bistrattato cinema italiano recente), la dottoressa che è, tanto per svelar le cose con l’aria di complicarle, Silvia Nirigua.” ??;)), un abbraccio, Viola
non ho capito quel padova.
Violetta, c’è un “che” di troppo.
Marino, se il Padova è quello messo prima del nome dell’editore, è perché l’editore ha sede appunto in Padova. Ma forse volevi dire un’altra cosa.
Il padova era quello e credevo che Sartorio fosse di pavia.
A me questa storia è piaciuta così come mi è piaciuto il modo in cui è stata scritta.
Ha una delicatezza incredibile e mi piacerebbe incontrare più spesso, nella mia vita di lettrice, delle storie/libri così.
Libri di questo tipo dovrebbero avere una maggiore visibilità, pubblicità, diffusione, ecc…ecc….
vorrei tanto leggerlo..qualcuno mi puo’ vendere il libro xchè è introvabile…grazie