A quel tempo si moriva a Roma, la domenica all’alba. Schiere di giovani e meno giovani che erano stati dietro una scrivania o un banco di vendita sei o otto ore al giorno per sei giorni (allora il sabato non era vacanza, neanche mezza), approfittando che le strade a quell’ora erano deserte, si fiondavano con le loro auto nuove nuove per via Nazionale o per via dei Fori imperiali, come sulla Salaria o sull’Appia, per provare il brivido della corsa. Con gli occhi di oggi, quei “bolidi” erano poca cosa. Cinquecento, seicento, millecento, tutt’al più, rara, qualche alfetta. Ma i cento, centodieci all’ora facevano paura, perché nessuno ci era abituato, e i guidatori meno di tutti. Le macchine sbandavano spesso, le frenate erano improbabili, gli scontri continui. I pochi passanti rischiavano grosso, anche quando avevano l’accortezza di stare al riparo, rasentando i muri, sui marciapiedi. Nessuno poteva prevedere dove andava a finire un mezzo fuori controllo, lanciato al limite delle sue potenzialità.
Nell’aria frizzante di quella mattina di mezzo novembre, il rombo dei motori, le sgommate, lo stridio delle sterzate, ora lontani e tenui, ora vicini e minacciosi, si insinuavano in tutte le strade del quartiere. Ludovico quasi non ci faceva più caso, percependoli come il sottofondo naturale del suo andare. Così non sentì nemmeno l’arrivo improvviso e devastante della vettura che lo travolse. Si trovò subito per terra, per un tempo che non seppe mai misurare, al buio e nel silenzio.
Era andato, come tutte le domeniche, a distribuire l’Unità. Lo faceva di buon grado, insieme agli altri cinque compagni, due insegnanti e tre operai, i cui orari di lavoro non conoscevano turni di notte né prestazioni defatiganti, tutti giovani, scapoli e soli a Roma, senza gli obblighi domenicali che avevano gli sposati e i padri di famiglia. Di buonora ognuno di loro prelevava le sue 10 copie sulla soglia della sezione, dal mucchietto che un compagno della federazione aveva lasciato in piena notte, e le portava di casa in casa, appoggiandole sulle cassette delle lettere o, in certi casi, perfino dietro le porte degli appartamenti.
Fra i palazzi del quartiere sulla Tiburtina, Ludovico seguiva un giro tortuoso, un zigzagare dettato dal fatto che i portoni la domenica erano chiusi ed egli non voleva suonare ai campanelli e parlare ai citofoni. Quando l’aveva fatto, nei primi tempi, sentiva rispondersi da voci assonnate e stizzite. Anche i compagni sono stanchi dopo una settimana di lavoro e vogliono dormire il giorno di festa. Non imprecano e non danno in escandescenze; sono pazienti di natura e poi sanno che la distribuzione domenicale del giornale di partito è un atto di fede politica che tengono in massimo conto e a cui non vorrebbero mai, per nessuna cosa al mondo, creare ostacoli. Ma, pur mettendocela tutta, non riescono a nascondere il disagio e il disappunto che gli provoca quell’alzataccia improvvisa quando, caldi caldi e in totale abbandono, si stanno godendo la dolce lentezza del dormiveglia festivo. Perciò egli preferiva aspettare che qualche abitante del casamento uscisse sulla strada, magari per portare a spasso il cane o per altre sue ragioni. Cogliendo il momento opportuno, riusciva a infilarsi dentro l’androne e a lasciare il giornale nel luogo dovuto, punto di posta o porta di casa che fosse.
Con il passare dei giorni si era fatto più o meno un’idea dei tempi e delle successioni di quelle uscite, e la teneva presente per regolare il suo giro ed essere pronto ad approfittare dell’apertura del portone. Naturalmente spesso gli capitava di dover ripassare più volte dallo stesso posto o di stare in attesa qualche minuto, come in agguato, finché l’infreddolito mattiniero si fosse deciso a uscire.
Di solito Ludovico si metteva a pendolare su e giù per il marciapiedi. Ma quella mattina si era spinto sulla strada, appena qualche metro, girandosi di tempo in tempo a guardare su verso le finestre, senza saper egli stesso perché, forse per vedere se qualcuna si stesse aprendo o forse semplicemente perché non sapeva che fare. Nella strada non c’era nessuno. Niente a cui prestare attenzione. Tutto tranquillo in una mattinata ancora incerta, ma calma.
E invece, il bolide della domenica! Sbucò improvviso da Casalbruciato, proprio alle sue spalle, con una curva a novanta gradi, sgommando a più non posso. Un colpo e non seppe più nulla.
Quando riaprì gli occhi, la prima cosa che vide fu una faccia tonda e sanguigna, quasi incollata alla sua, gli occhi negli occhi, le labbra che si muovevano per dire qualcosa. La faccia dello “scelbino”! La spia!
“Ancora lui! Anche qui! A quest’ora!” – furono i primi brandelli di coscienza di Ludovico. E fu una sofferenza oscura e inquietante, come per una violenza ingiusta e senza ragione.
Da regioni lontane dell’anima, gli veniva crescendo dentro un’angoscia sorda e cruda. A sangue caldo non faceva male la caduta, le ammaccature, le ferite che, nei giorni seguenti, si sarebbero fatte sentire, eccome! Faceva male quella presenza. Lo irritava, lo prendeva alla gola, lo gettava in uno stato di disperata impotenza. Era come se da qualche parte ignota e intangibile del mondo gli giungesse – oscuro e definitivo – un ammonimento: “Qualunque cosa tu faccia, a qualsiasi ora, in qualsiasi luogo non potrai mai sfuggirci”. Preso, ingabbiato, finito!
Successe quello che deve succedere in questi casi. Accorrere di gente, grida, suono di sirena, medici, barella, infermieri, eccetera.
E sempre il viso dello scelbino.
Nella pancia dell’ambulanza, poco spazio, poca aria, ossigeno a forza nei polmoni, odori pungenti di alcool e disinfettanti, tubi da tutte le parti, e sbattimenti e scossoni nella corsa scomposta verso l’ospedale. Ludovico sente appena l’infermiera che si raccomanda: “non si addormenti”, “non ti addormentare”, apre gli occhi per rassicurarla, e ecco, accanto, proteso su di lui, sempre il viso enorme, piatto e arrossato dello scelbino.
Pronto soccorso, qualcuno gli tiene il polso mentre incalzano le domande degli addetti all’accoglienza: “Chi sei? dove abiti? da solo? a chi dobbiamo telefonare? La scuola è chiusa ma almeno un collega? No, a nessuno… Come vuoi tu…” L’infermiere, con fare interrogativo, fissa un punto dietro le sue spalle, Ludovico segue quello sguardo e va dritto a impattare nel viso dello scelbino.
Subito dopo i medici. Lo rivoltano da tutte le parti, si parlano fra loro sottovoce e a mezze frasi, forse uno domanda e l’altro risponde o forse fanno delle ipotesi e delle verifiche,.. finché anche loro lanciano uno sguardo d’intesa con lo scelbino.
“Ma perché questo tizio mi si è appiccicato addosso?” si tormenta. “Non lo conosco, non so come si chiama. Perché sta qui? Che vuole da me?”
Da due anni – da che è arrivato a Roma – i compagni più anziani glielo lo ripetono continuamente: – “Stai attento. Non ti sbilanciare, non confidarti con nessuno, neanche con i colleghi, se non sei sicuro che non ti tradiscano”.
Che sia opportuno essere molto cauti, gli pare ovvio. Si sa che il governo democristiano odia i comunisti, li perseguita, gli mangia lo spazio intorno. Si sa che la polizia è sempre quella di Scelba, ha occhi come Argo, spia tutto e tutti e, al minimo sospetto, è pronta a sbatterti dentro. Egli stesso non ha lasciato la sua terra per sfuggire a qual clima di piombo, di messaggi trasversali, intimidazioni, abusi?
“Che mi venite a dire? So bene come mi debbo difendere”.
Ma quelli sono più precisi, entrano nei dettagli: – “Vedi questo signore dal bel viso rotondo e rubizzo, all’apparenza anonimo, col suo vestitino borghese che sa di Grandi magazzini? Sembra girovagare senza scopo, pigro e distratto? Solo che l’abbiamo visto qualche volta alle manifestazioni in divisa e manganello. E non ci convince quel suo fermarsi al bar ore e ore a leggere un giornale, seduto giusto di fronte alla nostra sezione. Che lettura è questa? Un giornale per tutta la serata! Ci credi tu?”
A Ludovico, per la verità, non era facile passare da un livello teorico di apprensione e sospetto all’identificazione puntuale di un nemico in carne e ossa. Veniva da un paese di contadini e figli di contadini dove non c’era famiglia che non avesse in seno un carabiniere, un poliziotto o un finanziere. Giovani disperati partiti alla ricerca di una paga, tutti chi più chi meno suoi compagni di chiacchiere serali al bar o sulle panchine della Villa comunale, dove si fermavamo a guardare le ragazze che passeggiavano e a cercare di parlare con qualcuna di loro, e dove si raccontavano bravate di ogni genere, sogni e illusioni.
Nel gran partire dei primi anni Cinquanta, non c’era differenza fra chi lo faceva per la fabbrica di Torino o Milano, o per le miniere del Belgio e della Germania, o per terre ancora più lontane, America Centrale e Meridionale, Australia, – e chi lo faceva per il servizio militare in un corpo specializzato. Anche gli insegnanti come Ludovico lasciavano il paese, ma non tanti: due o tre professori e una decina di maestri. Non facevamo testo. Fra gli altri, il vantaggio di coloro che entravano nella polizia, nella finanza o nei carabinieri era sotto gli occhi di tutti. Prendevano la paga ogni mese, vestivano una divisa sempre pulita, non dovevano spezzarsi le reni dalla fatica come i minatori o gli operai: decisamente erano i più fortunati. E le ragazze se li mangiavano con gli occhi e se li sposavano appena potevano.
In estate, era una festa grande. Tutti tornavano almeno per il giorno dell’Assunta, che non cadeva il 15 agosto come volevano i calendari, ma una settimana dopo, per non venire a coincidere con la processione della “Vara” di Messina. Le strade si riempivano di voci allegre e saluti ironici: “Salve, Commissario!”, “Ai suoi comandi, Maresciallo!”, “Buon giorno, Tenente!”, “Signorsì, Capitano!”. Nessuno di loro aveva ancora superato il livello di semplice poliziotto o carabiniere o guardia di finanza, ma, in una gioiosa rappresentazione della vita militare, si attribuivano reciprocamente improbabili gradi, con un pizzico di ironia e di sfottò.
Decisamente erano dei buontemponi simpatici e divertiti.
Ludovico non poteva concepire l’idea che, fuori del paese, potessero diventare strumenti di persecuzione in mano al “padrone”, rivolti contro quelli che erano in fondo poveracci come loro.
Ma mese dopo mese questo poliziotto in abiti discreti e dimessi, silenzioso e grave, che incontrava dappertutto, sempre a incrociare i suoi movimenti, sempre puntuale sulla strada alle due di pomeriggio quando egli veniva in sezione per dare ripetizioni ai ragazzi in difficoltà; che prendeva il caffè nel bar dei comunisti, che faceva spesso colazione alla trattoria di Otello, muro a muro con la sede del partito (dove anche Ludovico prendeva un boccone all’uscita di scuola); che parlava regolarmente con il benzinaio di fronte; che bighellonava e perdeva il suo tempo in questi cento metri quadrati della Tiburtina dove doveva passare chiunque andasse o tornasse dalla sezione; – questo poliziotto (anzi “lo scelbino” come finirono per indicarselo tutti), sembrava fatto apposta per dargli la prova che i compagni avevano ragione: sicurissimamente stava là per spiarli e riferire.
Anche il trovarsi oggi sul luogo dell’incidente e questa disponibilità, assolutamente gratuita e senza motivo, di accompagnarlo all’ospedale diventavano segnali preoccupanti. Confermavano che il controllo era totale, minuzioso, ossessionante. Nulla poteva sfuggirgli. Ludovico se lo sentiva incombere come un condannato il carceriere, l’assediato il nemico in agguato. Sentiva che se si fosse lasciato andare a qualche intemperanza, se avesse commesso qualche leggerezza, lo scelbino sarebbe stato pronto a fargli pagare lo sbaglio, vero o presunto. Comportamenti e parole che magari erano per lui naturali, potevano costituire per quell’altro indizi di qualche misteriosa colpevolezza. Sarebbero stati puntualmente annotati e denunciati chissà a chi, chissà perché, chissà con quale conseguenza negativa. Doveva stare attento e cauto. Non fare nomi, né di compagni né di amici o parenti. Niente indirizzi né riferimenti. La scuola, sì, perché era necessario avvertire che domani non ci sarebbe andato, ma il resto, silenzio assoluto.
E nello stesso tempo (anzi, soprattutto), doveva frenare l’impulso che avvertiva fortissimo e amaro, di gridargli in faccia: “Ma perché non mi lascia in pace? Che cosa le ho fatto perché lei mi stia sempre appiccicato addosso? Che vuole da me?”
Così continuava a tenersi tutto dentro, fingendo che lo scelbino in quel posto e l’incidente stesso fossero fatti normali, e reprimendo ogni moto di insofferenza, per non destare sospetti, per non commettere inconsapevolmente qualche gesto che avrebbe potuto essere ascritto a sua colpa.
Ma nello scorrere delle ore, mentre si attenuava il dolore delle ferite sotto l’effetto dei medicamenti e degli anestetici, Ludovico sentiva avanzare dentro, debole e confusa, una strana e incerta sensazione di benessere che finiva per avvolgere in una velata atmosfera amicale anche quella presenza fin là, e ancora sotto sotto, inquietante, come se essa, alla fine, assicurandogli di non essere solo e sperduto in questo mondo, gli portasse refrigerio e gli desse pace. Era un volto comunque noto che lo seguiva e gli stava vicino in questa avventura d’ospedale, fra persone che gli erano del tutto estranee, in una città che non era la sua, in un giorno di domenica in cui di solito restava solo, senza i compagni della sezione o i colleghi della scuola, tutti festa e famiglia, e gli toccava passeggiare a vuoto, per luoghi consueti e inutili, privi di senso, invidiando quelli che avevano a portata di mano almeno un parente, anche lontano, per far colazione insieme, prendere un caffè, fare una gita fuori porta. L’unico, evidentemente, questo povero cristo di poliziotto, a prendersi cura di lui dopo l’incidente, e a chiedergli ora, di tempo in tempo, se gli occorresse un po’ d’acqua, la finestra più aperta o più accostata, un giornale, una caramella.
E come questa nuova sensazione di benessere andava crescendo sovrapponendosi e attenuando la precedente paura dell’essere spiato, Ludovico si sorprendeva a vedere quell’uomo sotto una luce diversa. Il suo volto che aveva conosciuto o intravisto cupo, arcigno e malevolo, ora gli sembrava aperto e tranquillo, soprattutto affidabile. I suoi gesti non più criptici, sfuggenti ed equivoci di chi tende tranelli, ma essenziali e giusti. Soprattutto normali.
Perciò, ed era ormai quasi mezzogiorno, non gli gridò con stizza e violenza, come avrebbe fatto qualche ora prima: “Che vuole da me?”. Ma sforzandosi di usare il massimo grado di civiltà e gentilezza che gli riuscì in quelle condizioni, pur a mezze frasi come gli consentiva lo stato in cui si trovava, lo andava ringraziando per essere lì, gli chiedeva di spiegargli i particolari dell’incidente, e perché mai l’avesse voluto accompagnare in ospedale.
“Ho visto che lei è di Nucària” – rispose quello. La sua voce era calma e spenta e si tacque un lungo attimo. Poi, scorgendo forse un lampo di meraviglia negli occhi di Ludovico, aggiunse, quasi in un sussurro: “Dalla sua carta d’identità”. E, dopo un altro silenzio pensoso: “Io sono di Palacòrio.”
Non c’era molto da spiegare. Sui Peloritani i due paesi si toccano, uno di qua uno di là del crinale Vernà, ma non si incontrano: non ci sono strade che li congiungano. Ogni versante è proiettato verso il suo mare, da qui il Tirreno, di là lo Ionio. Per Ludovico Palacòrio era solo un nome. E lo disse.
“A Nucària io invece ci sono venuto alcune volte” – ricordò l’altro, e non ricevendo alcun cenno di interesse o curiosità, continuò sottovoce, con lo sguardo fisso nel vuoto, come parlando a se stesso: – “Ci passavo, da piccolo, molto piccolo. Ogni volta che mio padre mi portava alla Madonna del Tindari.”
A piedi, per le strade di montagna, si andava allora in pellegrinaggio, camminando giornate intere e, quando la distanza comandava, anche la notte. La Madonna Nera aveva una grande venerazione in tutti i territori della provincia e in tutti i periodi dell’anno. Nucària era un nodo viario obbligato per i devoti che provenivano dal versante ionico scavalcando la catena dei Peloritani. Per abbreviare il cammino andavano “mezzo mezzo”, come si diceva, attraversando, per viottoli e trazzere, piccoli poderi, pascoli e campi coltivati. Chilometri e chilometri in fila indiana su tracciati appena visibili, da cui non si poteva scantonare neppure di un mezzo metro per non danneggiare le colture. Senza mai toccare un frutto o una foglia, altrimenti il contadino avrebbe protestato anche violentemente e li avrebbe costretti a tornare indietro. Finché arrivavano ai paesi dell’altro versante, le strade comode, gli spazi per la sosta, la fontana, la piazza.
“Nucària era il posto in cui ci riposavamo, sia all’andata che al ritorno, la mattina e il pomeriggio. Un boccone, un sorso d’acqua, magari una dormitina negli angoli più riparati” – ricordava.
Ed era un ricordo che in qualche modo faceva parte anche della vita di Ludovico. Ragazzino, andava con i compagni, appiattiti dietro i muri irregolari delle case, a sbirciare verso quei forestieri seduti o appena allungati sui muretti attorno alla fontana, all’ingresso del paese, che impregnavano l’aria di un forte afrore di sudore, di erbe, di tutte le terre calpestate e percorse, rimaste attaccate alle grosse scarpe. Tiravano fuori dalla «truscia» (il fagottino di povere cose tenuto insieme da un tovagliolo annodato alle quattro punte) una forma di pane, qualche pezzo di formaggio, una fetta di lardo di maiale, ulive nere o di giara e l’immancabile cipolla.
Più che il cibo, lo incuriosiva la maniera calma e lenta con cui mangiavano. Lui che ero solito divorare il pasto, trovava affascinante quel masticare largo e disteso, e non staccava gli occhi da quei bambini che riuscivano a tenere un esiguo pezzetto di pane o di companatico incredibilmente a lungo in bocca, quasi a farlo durare di più e spremerne tutti i sapori possibili, perché la soddisfazione del pasto non fuggisse via subito, perchè si fissasse a fondo in tutte le parti del corpo, fino alle unghia dei piedi.
“Allora eravamo tutti poveri” – confermò l’altro – “e i nostri padri ci insegnavano a non buttare via nemmeno una briciola, a raccogliere le minuscole schegge di formaggio che si attaccavano al tovagliolo, a far uso delle cipolle, che costavano poco e davano un buon sapore al pane…”
E dopo un piccolo silenzio denso e sospeso: “Le ulive nere, quant’erano buone! Le spolpavamo fino all’osso, passando e ripassando la lingua sul nocciolo per asportarne tutto il sapore, molecola dopo molecola.”
Cominciavano a piacere a entrambi quei ricordi, e a seguirli, ognuno per suo conto, con nostalgia e rimpianto. E, senza che nessuno dei due lo volesse veramente, nel silenzio che seguiva a ogni frase, prendeva consistenza quella certa indefinibile solidarietà che sorge fra i siciliani lontani da casa, soprattutto se si tratta di siciliani poveri.
Con una sorta di inconfessato sollievo, Ludovico prendeva mano a mano consapevolezza che stava allontanando in una zona circoscritta e minore della sua mente quella sensazione di presenza ostile e di minaccia che fin là lo aveva inquietato.
Non che riuscisse a cancellare del tutto i vecchi sospetti e le paure: c’era sempre la circostanza inspiegabile di quella presenza sul luogo dell’incidente, dell’intervento così diretto e insistito e quel continuare a stargli accanto qui in ospedale per tutta la mattinata.
Ma mentre si andava chiedendo come fare per indurre lo scelbino a confessare la sua funzione di spia senza tuttavia irritarlo o farselo nemico, quello improvvisamente, data un’occhiata all’orologio, decise che era tardi.
Si alzò bruscamente, salutò tutti quelli che stavano nei letti vicini e se ne andò via.
E l’incanto fu rotto.
Il brano che vi proponiamo è un capitolo di “Ludovico”, romanzo inedito di Alberto Alberti. L’autore, nato in Sicilia ed operante da vari decenni a Roma, attualmente docente universitario e responsabile del progetto “Città educativa” del Comune di Roma, è uno dei maggiori protagonisti della didattica in Italia. Suo il “Dizionario di didattica” (pubblicato da Ed. Riuniti), oltre che numerossisime pubblicazioni in materia scolastica e la cura dell’opera omnia del pedagogista Bruno Ciari. Attivo in associazioni come il CIDI ed il MCE, è stato tra i redattori di riviste come “Riforma della Scuola” e “Vita scolastica”, ed è da sempre interessato al ruolo della poesia, della letteratura, della creatività nell’ambito educativo. Sua la raccolta di poesie giovanili “L’ombra felice”. Molto interessante il suo saggio-antologia “Insegnare con la poesia” (ed. Anicia, Roma).
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