Animali da radio

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di Mauro Baldrati

Ho sempre cercato di essere un ascoltatore della radio, impresa non facile, anzi, quasi disperata. Fin dal loro primo apparire, negli anni Settanta, l’Italia si è subito caratterizzata per l’invasione delle radio commerciali, con conduttori urlanti, gasati, che selezionavano musiche da hit parade, o da discoteca, pezzi passati per metà, o poco più, e subito tagliati per fare spazio alle loro urla, o agli spot pubblicitari. Quando andavo all’estero, in Olanda, in Inghilterra, in Francia, mi veniva il cosiddetto magone ascoltando le loro radio. Che meraviglia la BBC, con musiche di alta qualità, che spaziavano dal blues al punk al reggae al jazz alla classica. E che classe nella conduzione.

Oggi la situazione è leggermente cambiata, ma resta difficile trovare una radio dove non si urla o si straparla, e dove le musiche non sono riproposizioni ossessive di pezzi di successo tagliati per far passare valanghe di spot.

Recentemente una radio (Radio 105) ha oltrepassato ogni limite. I conduttori del programma più popolare dell’emittente si sono avventurati in una serie di consigli e insegnamenti su come torturare gli animali: infilare petardi nell’ano dei gatti, fare esplodere i rospi e così via. Il tutto tra battute, risate e inviti agli ascoltatori a comunicare le loro avventure sadiche.

L’evento ha fatto scattare una denuncia da parte dell’Enpa e una valanga di proteste. L’editore della radio si è dissociato e ha sospeso il programma (qui il comunicato). E i conduttori si sono cosparsi il capo di cenere, dicendosi dispiaciuti, mortificati, che loro non pensano quelle cose, sono degli animalisti e per farsi perdonare si impegneranno nei canili ecc.

Ci si chiede cosa pensare di fronte a queste scuse e a queste dichiarazioni. E’ possibile cazzeggiare sullo scherzo di cuocere un gatto nel microonde e poi pentirsi dicendo “che si è trattato di uno scivolone dettato da superficialità e incoscienza”? E’ questo aspetto che mi impressiona, il pensiero che sia tutto vero, condurre un programma atroce, e poi sentirsi davvero uno stupido, e cercare di farsi perdonare.

6 pensieri su “Animali da radio

  1. Paolo Cacciolati

    Bene hai fatto, Mauro, a proporre questo argomento. Tentare di ascoltare una radio privata, specie se nazionale, specie in certi orari “di punta”, è un esercizio di puro masochismo. Una mefitica miscela di spot idioti di macchine e assicurazioni e banche e macchine e furgoni e contiarancio e quattrovirgolacinquepercento e diglidicomprarsiundeili alternati a battute idiote dei cosiddetti diggei, su sesso e soldi, soldi e sesso, omofobia spinta al massimo, l’insulto più grande è dire che quel tizio forse è ricchione, le donne divise in due emisferi, ragazze pronte ad aprire le gambe o vecchie megere casalinghe, il tutto a soverchiare le rare briciole di pezzi musicali, peraltro sempre gli stessi, evidentemente inseriti per accordi commerciali con i discografici, per non parlare dei programmi dei pezzi grossi, le Pine, i Platinette e compagnia berciante, esercizi di tuttologia conformista finalizzati a spalmare vaselina per preparare l’ascolto del prossimo messaggio pubblicitario.
    Ci volevano gli animali a far scoppiare almeno uno di questi bubboni.
    P.

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  2. massimo giuliani

    Di recente mi capita di pensare che la radio soffra di un complesso di inferiorità nei confronti della televisione, una specie di invidia, perché non ha l’immagine. Soprattutto la pubblicità tende a colmare questo vuoto esagerando, accendendo i toni, amplificando. Per dire, avete presenti le massaie della pubblicità radiofonica? Ancora più inverosimili, idiote e offensive di quelle degli spot tv.
    La radio è quel mezzo che cantava Finardi, discreto, rispettoso; ma quando svacca, svacca alla grande.
    Il mio è un grido di dolore: la radio l’ho fatta per dieci anni, è la passione della mia vita, e nei blog, nel web 2.0, ritrovo un po’ di quello spirito che animava le radio private della stagione d’oro.

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  3. macondo

    Sarà forse per il loro complesso di inferiorità, ma le radio (non tutte, non tutte, diamo a Cesare…)hanno fatto presto ad adeguarsi al lumpen culturale delle tv.
    (Io, l’ultima volta che l’ho ascoltata una radio, era quella di Radio Tirana. Però compenso con le chiacchiere che ascolto al mercato).

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  4. mauro baldrati

    Sì, le radio non erano tutte così. Ho partecipato alla fondazione di una radio “democratica”, e ho anche lavorato nella redazione giornalistica per quasi un anno (un’esperienza per me molto importante), sono anche stato delegato al mitico congresso della FRED (la federazione delle radio democratiche) a Roma (non ricordo l’anno, ma doveva essere circa il 75). So che c’erano Radio Città Futura, Radio Popolare, Radio Alice (e la nostra, Radio Città di Ravenna). Però io chiedevo, in fondo, una radio con meno parlato, o perlomeno più equilibrata sul piano musica-parole (e, come ho scritto, il mio ideale era la BBC), e soprattutto ascoltabile anche in altre città. Mentre erano solo i network che avevano la potenza necessaria. I network, che ci affogavano (e ci affogano) col muro demenziale/aggressivo così bene evocato da Paolo Cacciolati.

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  5. MarioB.

    Tanto per dire, e per dirsi addosso :-):
    con i miei amici dell’APT, tenemmo una trasmissione di poesia settimanale il venerdì sera alla splendente & indipendente Radio Torino Alternativa di Torino, per tre anni, dal 1976 al 1979,
    e fu una trasmissione non seriosa, ma drammatica e pure ridanciana, parecchio seguita, era un modo davvero nuovo di parlare di poesia.
    Alla RAI erano molto seriosi, allora, facevano tanto i professorini, sulla poesia.
    Poi tutto morì, anche l’indipendenza dell’ErreTiA,
    e poi pure essa fu chiusa.

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