Uno poco diplomatico

070428-anvers-central

Cuneo, il piccolo Schindler che salvò gli ebrei di Anversa

di

Riccardo De Gennaro

L’abitazione della pittrice Gianna Paola Cuneo si trova nel cuore di Trastevere e assomiglia a un museo. Antichi ritratti di Garibaldi e di Napoleone sono appesi a quasi tutte le pareti, occupate anche da stampe della rivoluzione francese, un editto di re Vittorio Emanuele II, opere della stessa Cuneo. Nelle numerose vetrinette sono conservate carte e oggetti preziosi del periodo risorgimentale e tra le due guerre, mentre una stanza intera è adibita a magazzino e contiene altri quadri della padrona di casa, libri d’arte, giornali dell’Ottocento, serigrafie del Maggio francese, manifesti della rivoluzione russa.

Gianna Paola Cuneo è una donna che ama la storia e, in particolare, i grandi uomini. Uno di questi è ritratto in una minuscola fotografia in bianco e nero seminascosta. È suo padre. Si chiamava Giovanni Battista Cuneo, faceva il diplomatico e, nel 1942, ad Anversa, salvò dai nazisti decine di ebrei di origine italiana procurando loro i documenti che permettevano di ottenere il lasciapassare tedesco e fuggire dal Belgio. L’anno dopo compì un altro gesto che rivoluzionò la sua vita: dopo averla compilata, prese la lista dei residenti italiani che i tedeschi volevano utilizzare come “schiavi” nella costruzione delle difese militare e la distrusse. Questo significava la fuga immediata dalla città di Rubens per lui e la sua famiglia. “Io ero piccola – racconta la figlia – papà cercava di proteggermi da tutto quell’orrore, ma quella sera lo vidi molto preoccupato. Strappò il foglio con i nomi e gettò i pezzetti di carta nel caminetto acceso. Io ero lì. No, non posso darlo ai nazisti, disse. Era convinto che sarebbe stato come condannare a morte quegli uomini. Poi disse: dobbiamo andare via”. Il viaggio fu un’odissea. Prima Bruxelles, poi Parigi, nascosti per venti giorni nell’ambasciata italiana: “I tedeschi volevano che rientrassimo in Italia passando per Colonia, ma papà si rifiutò. Sapeva il pericolo che avremmo corso. Abbiamo attraversato la Francia di Petain e siamo entrati in Italia per la Savoia. Passato il confine ho sentito odore di caffé. Fantastico, ho esclamato”.

Poco tempo dopo Cuneo verrà a sapere che il suo nome era nelle liste di deportazione. “Era un uomo di grande cultura – racconta Gianna Paola del padre – aveva quattro o cinque lauree. Amava Schopenhauer, gli interessava il buddismo e collezionava libri di diritto romano. Spesso, si sedeva sul mio letto e mi spiegava la teoria dell’espansione dell’universo. Non aveva nulla a che vedere con i fascisti. Era proprio di un’altra pasta. Mi ripeteva spesso: fai del bene e poi dimenticalo”. Lei non sa dire con esattezza quanti ebrei si salvarono per merito del padre: “So che dopo la fine della guerra ci sono arrivate lettere di ringraziamento, soprattutto dalla Svizzera. Una era di un certo Eusebio Girelli, un gioielliere ebreo, sposato con una donna, una polacca credo. Ricordo quel nome perché ho sempre tenuto un diario. Un giorno del ’42 ho annotato: papà molto preoccupato”. Nel suo diario Gianna dice anche della prima volta in cui vide un soldato delle Ss. Era il maggio del ’40. “Gli inglesi erano scappati. Vennero i tedeschi.

Io giocavo nel cortile del consolato con il figlio del portinaio. Mettemmo l’orecchio a terra e la sentimmo tremare. Corsi da papà. Sono carri armati, mi rispose. Molti italiani si erano sistemati nel cortile, mia madre gli portava il minestrone. Dietro le imposte chiuse ascoltavamo il crepitìo delle mitragliatrici. Ci fu pochissima resistenza. Il giorno dopo, all’alba, udimmo un passo minaccioso e cadenzato. Questi sono i tedeschi, disse Mitzika, la mia bambinaia slovena, li riconosco dal rumore degli stivali. Bussarono al grosso portone. Aprimmo. Vidi un tedesco delle Ss con l’elmetto calato sulla testa. Abbiamo preso la piazza di Anversa, il nostro comando è nella strada tal dei tali, per qualunque cosa dovete rivolgervi a noi, disse. E salutò con un heil Hitler!”. Prima dell’invasione nazista, il console Cuneo si precipita a Ostenda. Porta con sé la moglie e la bambina, non vuole lasciarle sole. “C’era stata la battaglia di Dunkerque.

La spiaggia era ricoperta di elmetti, fucili e soldati morti, da lì a Dunkerque. Quando arriviamo al molo sulla nostra Aprilia vediamo venirci incontro un prete che sventola una bandiera bianca. Sembrava impazzito. Non proseguite, non proseguite, vi uccideranno, urlava fuori dal finestrino. Prendete questa bandiera, dice. E la distende sull’auto. All’interno di una sorta di bunker un po’ infossato, c’era la cabina dell’Italcable dove arrivava il cavo per le comunicazioni con l’America. Mio padre e alcuni tecnici piazzano una carica di dinamite e la fanno saltare. Eravamo andati per quello”. Uno dei migliori amici del console, un gallerista di nome van Gelder, era riuscito a scappare prima che arrivassero i tedeschi. La sua galleria era nel centro di Anversa. Aveva portato con sé i quadri piccoli, compreso un Rembrandt, ma quelli più grandi erano rimasti. Il rischio era che se ne appropriassero i nazisti. Che fare? Van Gelder chiede aiuto a Cuneo, che sigilla l’ingresso della palazzina e ci appende un cartello: proprietà dello Stato italiano. “Non so quanto sia servito l’intervento di papà…”, dice Gianna Paola, che ricorda perfettamente i momenti terribili delle deportazioni. “Hanno costretto gli ebrei a portare le stelle gialle sui vestiti, disse un giorno mamma mentre eravamo a tavola. Ma ad un certo momento le stelle di David scompaiono, non se ne vedono più in giro. È stata la cosa che mi ha fatto più paura. Papà ha domandato che cos’era successo e i nazisti gli hanno risposto che li avevano portati in un luogo sicuro”. Le prime deportazioni verso il campo di Mechelen avvengono il 27 luglio ‘42. La settimana successiva il primo trasporto verso Auschwitz. In Belgio gli ebrei censiti dai tedeschi erano oltre 55mila. Una volta in Italia, nell’estate del ’43, la famiglia Cuneo evita Roma e raggiunge Francavilla al mare, in Abruzzo, dove ha una casa. Alcune settimane dopo, alla stazione di Alanno, arrivano i due vagoni, provenienti da Anversa, con il mobilio, l’arredamento di casa e gli oggetti di famiglia dei Cuneo. Ma viene l’8 settembre, il re fugge. C’è tensione, voglia di rivolta. La gente del posto legge sui vagoni che le casse appartengono al console del re d’Italia. Forse leggono solo “re d’Italia”.

Uomini e donne non ci pensano due volte, il 16 settembre aprono e saccheggiano, prendono quello che serve, abbandonano quello che non serve. “Metà della nostra vita – racconta Gianna Paola Cuneo – era per strada: foto, lettere, libri, documenti. Quando papà si è reso conto di quanto era successo è diventato bianco di rabbia. Il capostazione e il segretario del fascio si erano portati via le cose più preziose. Tu sei piccola, ora devi mangiare, dopo andremo da loro, mi ha detto, toccando la pistola che aveva in tasca. È stato quel giorno che ho assistito a una delle scene più incredibili della mia vita. Alcuni contadini avevano trovato la mia bambola Lenci, che conservavo in una scatola di legno intagliato, ed ora la portavano come in processione. Erano convinti che fosse un bambino imbalsamato. Volevo andarmi a riprendere la bambola, ma mio padre mi ha fermata: zitta, non gli dire che è una bambola, ha sussurrato, in fin dei conti il loro è un gesto d’amore. Molti ci hanno poi restituito le nostre cose”.

Apparso su l’Unità 20 gennaio 2009

Un pensiero su “Uno poco diplomatico

  1. marino

    Grazie anche di questo pezzo, Riccardo, dall’Argentina di Mujeres,alla Spagna, i tuoi reportage sono sempre dalla parte dell’umanitá perseguitata.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *