Viva la scuola. La scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati

La Conferenza Unificata Stato Regioni del 28/1/09 ha dato parere negativo sul regolamento dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione. Alla battaglia delle iscrizioni si aggiunge la battaglia dei ricorsi (vedi qui e qui) e delle diffide, poiché la circolare ministeriale non rispetta il nostro quadro legislativo. Qui consigli dettagliati per le iscrizioni. Qui le “segreterie della buona scuola”. L’8 su Rai 3. E il 14 febbraio a Milano…

Dislessici e normali
di Arturo Fabra

Mio figlio di quasi 15 anni, Mirco, è affetto da un DSA (difetto specifico di apprendimento), ovvero ciò che viene normalmente definito “dislessia”.

In pratica quando legge la sua fatica è doppia: la prima perché deve decodificare ogni volta la parola (e non gli viene automatico come succede a noi) e poi perhé deve associare i concetti a qualcosa che parola e/o astratto non sia, ovvero deve costruirsi delle “mappe concettuali” che lo aiutino a formattare i dati nel suo cervello in maniera da poter essere riutilizzati.

Tutto questo è venuto fuori in terza elementare, quando dopo un pomeriggio passato a farlo leggere (“insista tanto, questo bambino è pigrissimo”) mi resi conto che gli errori che commetteva erano sempre identici, ripetuti come i sintomi di una malattia, e da lì a fargli fare una valutazione logopedistica passò poco.

Da quel momento l’impegno, anche economico, non è mai mancato per supportarlo, soprattutto per aiutarlo a far crescere un po’ di autostima, compito ingrato visto che tutto crollava ad ogni minimo confronto con i compagni.

Ora siamo al primo anno delle superiori e mi accorgo che quanto era stato preannunciato dagli esperti che lo seguivano sta accadendo: è diventato più furbo e ha imparato ad applicare tutta una serie di trucchetti che lo aiutano a studiare anche superando la sua svogliatezza (che è del tutto normale, almeno quella!).

Eppure.

Eppure l’anno scorso, alla soglia dell’esame di terza media ben due compagni di Mirco appartenenti ad altre sezioni si sono visti fare diagnosi di dislessia. E tutto quello che professori e preside seppero dire fu: “Sì, però ora è troppo tardi per attivare qualsiasi tipo di aiuto o percorso, eh?!”

Vedete, questo non è un attacco ai professori.

Io sono un medico e quindi so bene cosa vuol dire far parte di una categoria costantemente sotto il fuoco incrociato di utenti e mass media.

Ho tanti amici che insegnano e vedo quanto vengono sottopagati e superimpiegati.

Quanto vengono spinti a fare ore e ore di lavoro di programmazione, persi dietro parole e parole che li portano distanti dal contatto che invece sarebbe loro necessario: quello con gli studenti.

E soprattutto quanto vengano spremuti oltre ogni dire come qualsiasi impiegato “pubblico” impedendogli perfino di farsi venire la voglia di aggiornarsi su problemi quali la dislessia.

Con il risultato che qualche settimana fa, a cena, parlando con una ex compagna delle medie di mio figlio (una di quelle brave, esame a pieni voti e iscrizione al liceo scientifico) mi sono sentito dire che il Portogallo si trova in America Latina.

Lo so, lo so, non si va a scuola per vincere ai telequiz, e il nozionismo è da aborrire.

Ma perché negli anni abbiamo trascorso molto più tempo e impegnato molte più risorse (come genitori) a organizzare manifestazioni simili a Amici di Maria De Filippi (o qualsiasi altro reality show per aspiranti artisti) piuttosto che a preparare le menti di questi ragazzi a sviluppare un senso critico nei riguardi del mondo che li circonda?

È così che guardo mio figlio e i suoi compagni.

Dislessici e normali.

L’importante, forse, è rendere difficile il compito a quegli insegnanti che vorrebbero vederli crescere culturalmente perché possano prendere il posto che gli spetta nella società e saper dire la loro senza obbedire pedissequamente quali meri soggetti di consumo.

È tarpare loro le ali da adesso perché si possano bene comandare in futuro.

Seminando discordia tra insegnanti, famiglie e studenti, facendo in modo che tutti paghino le conseguenze di questa crisi, tranne quelli che l’hanno indotta, perché per loro e per i loro figli che vengono spediti a studiare in istituti rinomati (sempre che poi riescano a diplomarsi, vero?) la crisi non ci sarà mai.

* * *

Tutti bambini “diversi” a scuola
di Enza Lasaracina

La prima questione che universalmente si ritiene fondamentale è l’insegnamento-apprendimento delle strumentalità di base. Bene. In prima elementare (la chiamo così, a dispetto di tutte le riforme) solitamente, fin dal primo giorno, rassicuro i bambini e i loro genitori che, per il momento, non abbiamo bisogno né di quaderni né di libri di testo: scolastici oggetti che fanno la loro comparsa inevitabilmente, anche quando non servono. Invece abbiamo bisogno subito di carta e colori, fiabe e fumetti. Strumenti e materiali che talvolta fornisce la scuola stessa. Io, intanto, porto un libro illustrato e con quello leggo, mostro, lascio toccare e guardare. Poi parliamo del titolo, dell’oggetto libro, del contenuto del testo, dell’autore, delle illustrazioni, dell’edizione e di eventuali “incroci” con cinema, tv, fumetto… Individuiamo l’idea principale del testo, letto da me, idea che diventa prima un disegno colorato, poi una parola, quindi la trascrizione in stampato maiuscolo, poi in minuscolo. E, a questo punto, ma soltanto a questo punto, diventa analisi della pronuncia e conoscenza dell’aspetto fonematico dei singoli componenti della parola. Intenzionalmente trascuro, nella prima classe, il corsivo, lasciando ai bambini la libertà di consultare autonomamente l’alfabetiere in dotazione ai libri ministeriali. Devo dire che spesso è guardato dagli alunni per curiosità, e fra di loro c’è una sorta di piacevole dialogo quotidiano, che si esprime più o meno così: «Lo usi tu, oggi, l’alfabetiere?». Io non intervengo e sorrido soddisfatta, perché, nonostante a me l’alfabetiere in sé non piaccia, poiché lo ritengo un oggetto “pre-cotto”, comincio a vedere con piacere il loro modo di scegliere diverse strade per mettersi in gioco.

Dovrei qui parlare di “dislessia”, di “stranieri”, di “nomadi”, dire di diversi generi di disagio e di inabilità, o di diverse abilità. Questa modalità di lavoro vale per tutti i casi menzionati, e può durare mesi, senza escludere che per alcuni bambini l’acquisizione della letto-scrittura possa durare un anno intero e anche più. Questioni più complesse da spiegare che da provare.

Questo mio fare scuola è possibile soltanto con il “Tempo pieno”, quello vero!

Da un quarto di secolo insegno in questo modo e posso dire con sicurezza che i risultati in termini di strumentalità di base della letto-scrittura sono più che soddisfacenti. Voglio essere esplicita: qui non parlo, però, di bambini con gravi difficoltà di tipo cognitivo, certificate dai medici. In questi casi è d’obbligo lavorare in tandem con l’insegnante di sostegno. Insegnante che non è “assegnato” all’alunno con handicap come se questo fosse di sua esclusiva competenza, da cui deriva quella pratica diffusa, ma illegale, di mandare fuori alunno e docente di sostegno quando la presenza del bambino “certificato” nella classe diventa problematica durante le lezioni che l’insegnante di “classe” “deve fare per rispettare il Programma”. Ma che Programma è quello che vede un bambino, che vive in seria difficoltà, “integrato” soltanto col nome e cognome negli elenchi dei registroni di classe? “Insegnante di sostegno” significa – è scritto nella legge – di sostegno alla classe in tutti i sensi: nella direzione dell’ integrazione del bambino “certificato” all’interno del gruppo-classe, e nella direzione inversa dell’integrazione dell’intero gruppo-classe con il bambino “certificato”: che è, e deve restare per tutto il tempo scolastico, un compagno di banco. Integrazione, a mio parere, vuol dire avvertire la presenza di tutti, ma anche l’assenza di ciascuno di noi, compresi i docenti.

L’alunno disabile e l’insegnante di sostegno non sono una cellula impazzita del gruppo-classe, che ora c’è e domani chissà. Essi “appartengono” alla classe. Se la mia collega di sostegno si ammala, la sua assenza la sentiamo tutti, perché ci manca, appunto, un sostegno; se prende l’influenza il compagno “certificato”, la sua assenza la sentiamo tutti perché è, appunto, un “nostro” compagno di classe.

I nostri allievi, in realtà, sono tutti “Bambini ‘diversi’ a scuola”, come ci ha insegnato Luigi Cancrini già dal 1974, nel senso che a ciascuno di essi può succedere di vivere, anche un solo giorno, da “diverso”, nel significato più profondo. Infatti a qual insegnante o genitore non è capitato di vedere – se vuol vedere – il proprio bambino soffrire perché non sa spiegarsi la morte del gattino? Tanto per fare un esempio “banale”. Ma che banale non è, se pensiamo che qualsiasi esperienza “incomprensibile” è fonte di malessere per un adulto, figuriamoci che cosa può essere per un bambino. Ma se quel bambino, in quel giorno, lo ascoltiamo attivamente anche nei suoi “diversi” comportamenti, avremo corazzato l’adulto di domani, che dovrà, com’è naturale, affrontare lutti molto meno banali.

Ho visto, tante, troppe volte, trasgredire alla legge che tutela i disabili. Nei corridoi delle scuole non è raro incontrare l’insegnante di sostegno condurre una bambina in carrozzella, o “educatori” trascinare per un braccio un bambino handicappato o qualche scolaretto “lento” nell’“auletta del Sostegno”, dove ripeteranno, spesso tra le lacrime, decine di volte lo stesso esercizio, “finché non lo fanno bene”. Così come può capitare di vedere il bambino “ipercinetico” letteralmente “consegnato” alla bidella (chiedo scusa, “collaboratrice scolastica”), in attesa “che si calmi”.

Una sera, durante un Consiglio d’Istituto congiunto – c’erano tutti i membri dei tre Istituti Comprensivi del paese – fu invitata la Cittadinanza a confrontarsi sulla crisi economica in cui versava (e versa) la scuola. Si sollevarono innanzitutto le questioni legate ai fondi insufficienti per pagare i supplenti. Una madre attenta ricordava all’assemblea che «si poteva anche rinunciare a computer e fotocopiatrici (l’avrei abbracciata!), ma rinunciare al personale no. I bambini hanno soprattutto diritto all’insegnante: possono fare a meno di molte cose, ma della relazione umana e pedagogica no. La scuola più importante si fa con questa!», e si toccò la fronte con il dito indice della mano destra.

Non voglio essere male interpretata: io stessa lavoro “anche” col computer, ma dovendo determinare una priorità, so benissimo quale dev’essere. Feci anch’io in quell’occasione un intervento: sottolineai, con la voce emozionata, l’impegno che dobbiamo mettere, noi gente di scuola, per rispettare, anche lottando per una sola ora di scuola intesa come la intendeva quella mamma, l’art. 28 della Costituzione italiana, che recita così: «I funzionari e dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici». Io sono un funzionario dello Stato e non ammetto che, in assenza del titolare, i bambini di una classe vengano divisi nelle altre classi o assegnati al “sostegno”.

* * *

Facile come rubare l’educatore a un bambino
di Antonella Loconsolo

I nomi sono di fantasia, la storia è assolutamente vera e riguarda un bambino della scuola elementare di via Thomas Mann a Milano

Marinella è una mamma come tante, una vita complicata da un lavoro a turni, una casa, un bambino. Vivace. Andrea è molto vivace, troppo. Marinella se ne preoccupa, ma viene rassicurata alla scuola materna: crescendo si calmerà. Fino all’arrivo alla scuola elementare, quando la vivacità di Andrea inizia a creare seri problemi.

“Le maestre mi hanno chiamato, mi hanno fatto capire che il problema di Andrea era l’iperattività. Non riesce a star fermo a lungo, gira per la classe, ha dei momenti di frustrazione che gli fanno perdere la calma”.

Cosa le hanno consigliato?

“Mi hanno fatto capire che dovevo avviare il percorso per giungere alla diagnosi del suo disturbo, dopo di che avrei ottenuto il sostegno e l’aiuto che Andrea necessitava”

Una fase difficile?

“Sì, alla grande difficoltà psicologica di ammettere che il proprio figlio ha un problema, sia pure non grave, si aggiunge la difficoltà pratica di andare a destra e sinistra per sbrigare le pratiche, far visitare il bambino, compiere tutto il difficile cammino in salita che porta alla certificazione del disturbo del proprio figlio.”

Le maestre l’hanno aiutata?

“No, di più: le maestre sono state fantastiche. Mi hanno seguita, incoraggiata, guidata passo passo. Ancora adesso, a certificazione raggiunta, vanno a fare colloqui con i terapisti e il logopedista, quotidianamente si confrontano tra loro, con l’insegnante di sostegno, Claudio, altra colonna portante per la nostra famiglia, e con l’educatore, Marco, un aiuto prezioso.”

Come è la routine scolastica di Andrea?

“Andrea in classe è affiancato spesso dall’insegnante di sostegno e, in assenza di Claudio, da Marco, educatore di una cooperativa. Lo aiutano nello svolgimento dei suoi compiti, ma aiutano tutta la classe a lavorare in armonia e serenità. Quando Andrea ha i suoi momenti no, lo capiscono subito e lo portano a rilassarsi, a sfogare le energie che lo soffocano e lo fanno esplodere in momenti di rabbia. Tutti sono più tranquilli: tutti, non solo Andrea, possono lavorare meglio.”

E quest’anno come va?

“Purtroppo l’8 gennaio ho ricevuto una comunicazione dal Preside dell’Istituto comprensivo Sandro Pertini, di cui la scuola di via Thomas Mann fa parte, dove si diceva che, a causa del taglio dei fondi per il diritto allo studio dei bambini diversamente abili, fondi erogati dal Comune di Milano, loro non potevano fare altro che ridurre le ore di presenza dell’educatore. Un danno per mio figlio, ma un danno anche per tutta la classe.”

Ci sono altri bambini nella situazione di suo figlio?

“Ho saputo che molte scuole di Milano si trovano nella medesima situazione: i fondi sono stati ridotti del 40%, Milano con il cuore in mano non ha soldi per i bambini in difficoltà. Ma i soldi per l’Expo, per tagliare l’Ici, i milioni per le spese di rappresentanza, tutto questo non si tocca. A pagare devono essere i bambini e le loro famiglie. La sensazione dei genitori è che in generale per la scuola non ci siano più soldi. Ho frequentato anch’io la scuola di via Thomas Mann e non ricordo che mia madre portasse sapone e carta igienica: queste cose le forniva il Comune. Adesso stiamo facendo la colletta per acquistare la vernice e poi qualche papà volonteroso imbiancherà la classe. Ai miei tempi esisteva ancora una figura scomparsa da tempo, l’imbianchino mandato dal Comune!”

Ha intenzione di rassegnarsi?

“No, faremo di tutto per tornare ad ottenere i fondi necessari per i bambini diversamente abili. Chiediamo al giornale di zona di farsi portavoce della nostra richiesta, chiediamo l’appoggio del Consiglio di Zona 9, chiediamo che tutti i cittadini scrivano lettere indignate alla sindaca Moratti. Non si può accettare una simile meschinità. Oltre tutto mi dispiace anche per quegli educatori che hanno perso in parte o del tutto lo stipendio: ragazzi bravi, che lavorano con amore, non è giusto.”

Come darle torto: no, non è proprio giusto.

* * *

L’allarme in cifre
di Gabriela Jacomella

Nelle «disposizioni urgenti in materia di istruzione e università » non c’è dunque traccia di handicap, sostegno, formazione. Forse perché, per Viale Trastevere, l’integrazione delle disabilità non è un’urgenza. Eppure: 164.392 alunni, su 4 ordini di scuola statale. Oltre 53mila insegnanti in organico a tempo indeterminato (a cui vanno aggiunti circa 40mila precari). E il quadro si complica se, a quel 2-3% di ragazzi «ufficialmente» certificati dalle Asl, si unisce — dati del Centro Studi Erickson (www.erickson.it) — un altro 15-20% con difficoltà educative, apprenditive, di comportamento e relazione. Fenomeni in crescita, dicono gli esperti. A luglio, ilministero ha emesso una direttiva — la 69 — in cui, per le «iniziative di potenziamento e di qualificazione dell’offerta formativa di integrazione» degli alunni con handicap, sono stanziati 10.500.000 euro. Che, calcolatrice alla mano, fanno meno di 64 euro ad alunno e poco più di 196 a docente. C’è da aggiungere la scure abbattutasi sui costi scolastici: -7.832 milioni di euro, tra 2009 e 2012. Nessun taglio ai posti di sostegno, giurano dal ministero. Però: maestro unico, in classi che hanno fino a 29 ragazzi, contro i 25 di qualche anno fa (e senza più «sdoppiamento » automatico in presenza di disabili). Riduzione del personale ausiliario, e a volte sono proprio loro, ad esempio, che portano in bagno il bimbo in sedia a rotelle. Monte ore che si assottiglia, alle elementari, quando per molte famiglie con figli «speciali» la scuola è il solo porto sicuro.
(continua qui)

Una risposta a Gabriela Jacomella di un’insegnante di sostegno, qui.

* * *

Dal governo: il dono avvelenato di fine anno, qui.

Spezzoni di posto anche per il sostegno qui.

Tagli al sostegno in Sicilia, in Sardegna, a Reggio Emilia, a Venezia

Un’analisi dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) sulla situazione dell’insegnamento di sostegno qui.

Milano, istituto per disabili rischia la chiusura qui.

Meno fondi per l’integrazione degli studenti disabili all’università qui.

Un appello per i diritti all’integrazione e allo studio dei cittadini diversamente abili qui.

Dall’osservatorio nazionale sull’integrazione scolastica del Miur: così non va, qui.

Qualche dubbio sull’approccio all’integrazione, qui.

Il sito del CIIS (Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno) qui.

Spazi in rete su disabilità e scuola: materiali, informazioni, ricerche qui.

* * *

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

C’è un appello anche per l’università qui.

Un appello di docenti e formatori nel campo dell’educazione linguistica sulla valutazione degli apprendimenti qui.

Un appello per il diritto alle prestazioni sanitarie urgenti agli stranieri (compresi i bambini) qui.

Segnalo anche un appello per il diritto alla tutela della salute per i dipendenti pubblici qui.

Le leggi contestate: la legge 169 (ex dl 137), dl 133, mozione Cota.

4 pensieri su “Viva la scuola. La scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati

  1. Gena

    Enza
    Ho visto, tante, troppe volte, trasgredire alla legge che tutela i disabili. Nei corridoi delle scuole non è raro incontrare l’insegnante di sostegno condurre una bambina in carrozzella, o “educatori” trascinare per un braccio un bambino handicappato o qualche scolaretto “lento” nell’“auletta del Sostegno”, dove ripeteranno, spesso tra le lacrime, decine di volte lo stesso esercizio, “finché non lo fanno bene”.

    Fondamentalmente, gli educatori e gli insegnanti di sostegno hanno il dovere di insegnare e accudire i bambini con problematiche nei loro bisogni, e se i bambini hanno bisogno di rilassarsi e lavorare tranquillamente in un ambiente separato, ben venga,per il resto molte ci sono molte cose che condivido, se non diventano utopie.

    Gena

    Rispondi
  2. Valeria

    Sono contenta che si levino voci a denunciare come la finanziaria, la legge Gelmini ed alcune leggi regionali colpiscano gravemente la qualità della nostra scuola anche sotto il profilo dell’inclusione dei disagi.
    La scuola che si prefigura è una scuola più povera e tendente all’esclusione.
    Alla perdita delle ore di compresenza per poter lavorare a piccoli gruppi, si somma un tasso sempre più elevato di certificazioni negate, quindi di educatori negati. E non mi si venga a dire che siamo afflitti, soprattutto in alcune Regioni, dalle “certificazioni selvagge”. Si intervenga allora a sanare QUELLE situazioni in maniera mirata. Invece c’è la volontà di colpire TUTTE le situazioni certificate, con l’unico triste fine, guarda un po’, ancora una volta, di RISPARMIARE. Sulla pelle di bambini che vedranno negato il loro diritto ad essere aiutati, sulla pelle dei maestri che dovranno improvvisamente, da soli e con classi sempre più numerose, farsi carico anche di questo. Non dobbiamo permettere che ciò accada nel silenzio e nell’indifferenza generali: attiviamoci insieme, genitori ed insegnanti, anche su questo FRONTE di lotta.

    Rispondi
  3. Enza Lasaracina

    Care Gena e Valeria,
    il “nostro” lavoro è spesso faticoso e, nell’ultimo decennio, è diventato anche “difficile” per tanti motivi. Che ne dite dell’Autonomia cominciata con “quattro lenticchie” da amministrare e finita (perché è finita…) con il DDL Aprea? Non credo che con l’aria che tira si possa fare molto, ma forse (dico “forse”) qualche cosa potrebbe cambiare se tutti i “giovani” -coloro che hanno ancora la testa per pensare- cominciassero a “studiare” un nuovo linguaggio per mettere in crisi questo “gigante dai piedi d’argilla” che è diventata la scuola (e non solo). A noi, della “vecchia guardia” non è rimasto altro che “resistere, resistere, resistere”.
    Un affettuoso saluto
    Enza

    Rispondi
  4. enea

    Caro Marco, mettere sul fuoco tante pentole, sembrata questa tua, più una forma acuta di ansia che di ricerca alle soluzioni possibili dei vari problemi Renderti o rendere complessa una situazione sommando diversi problemi fra loro , sembra più una operazione votata alla esaltazione “dell’impotenza”.

    Intanto cominciamo col dire che la dislessia è un difetto “psicomotorio” che colpisce i bambini che hanno subito nella primissima infanzia la repressione psicomotoria a causa di madri e balie d’asilo inesperte, apprensive o molto repressive. Tale “difetto” – se di difetto si può parlare- non compromette assolutamente la lettura di un testo con la mentale. La dislessia si accentua fino alle balbuzie quando la “vergogna” del soggetto “interrogato” si espone alla “Potenza X”. Quindi la dislessia è un rapporto psicomotorio tra “potenza” ed “impotenza”. La correzione di tale “difetto” che è passibile di miglioramento, e possibile solo durante le prima e la seconda elementare, con esercizi di educazione fisica. L’esercizio consiste nel far camminare a “gattoni” il bambino di modo che si correggono le funzioni psicomotorie tra l’uso contemporaneo dell’articolazione asimmetrica tra gli arti superiori ed inferiori di destra e di sinistra. Quindi il dislessico non lo si deve mai interrogare pubblicamente e ad alta voce in lettura in quanto “umiliante” per il bambino.
    Gli orali e gli scritti, devono essere la materia d’esame del dislessico.

    Il dislessico, proprio perché tenuto in “immobilità” nella prima infanzia, sviluppa le arti figurative. Tutti i processi mentali suoi sono figurativi e non alfabetici. Ottimi dislessici li troviamo anche in matematica e in altre scienza. In lettura musicale una frana, quindi interdetti dalle grandi orchestre sinfoniche, mentre li troviamo con gran successo nella musica leggera o moderna dove l’improvvisazione e d’obbligo. I dislessici li troviamo in grafica, cinema, letteratura, teatro ecc. molti li troviamo tra gli imprenditori di successo.

    In Legge, giurisprudenza e politica, non se ne trova uno, tanto meno in recitazione diretta anche se ottimi poeti di penna.

    In Inghilterra – ad esempio – a causa della complessità fonetica e regole grammaticali della lingua, i dislessici – più o meno gravi – sono il 30%

    Coi soldi privati o con le sovvenzioni pubbliche, non si migliorano i moderni problemi scolastici, in quanto, i nuovi alunni sono educati in primis dai Media, poi dai retaggi culturali di provenienza della famiglia, dai vizi ideologici e religiosi dei genitori, ecc. quindi la scuola di oggi sta diventando sempre più un “istituto di correzione”. Qui sta il dramma della nuova scuola, la quale non ha più tempo per “insegnare” in quanto super impegnata a “correggere”.

    Ciao

    enea
    (dislessico)

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *