Par terre

di Ade Zeno

Con gli occhi socchiusi e spietati che fissano un punto impreciso nell’aria, sul muso del mostro comincia a prendere vita un nuovo sorriso verde. La sua capacità di reggere il dolore è incredibile, non c’è niente da fare, considera Vic. Non sono bastati i calci e le bruciature sul dorso, non ha mostrato nemmeno una smorfia di disapprovazione, anche soltanto il minimo accenno di terrore. Ha resistito perfino all’acqua bollente, una pentola intera rovesciata sull’ala sinistra, tutta in una volta, addirittura il parquet ne ha risentito: ora, accanto al corpo tumefatto, c’è una piccola macchia scura del legno scottato. Può essere che gli piaccia, forse è questo che vuole, aspetta con ansia che continui a colpirlo, a lacerargli la pelle, non importa in quale modo, purché sia dolore, il più forte possibile. La dose di odio inumano che sto spendendo con il solo scopo di offenderlo, di complicargli le cose, è enorme, la sento spingere nelle vene per la prima volta; fino a ieri non mi sarei mai detto capace di avvertire una rabbia simile, continua a pensare Vic, e intanto riflette sulle possibili torture che non ha ancora inventato, sugli oggetti che sceglierà per infliggere il prossimo colpo. Un coltello da pesce, il martello, le tenaglie nascoste nella cassetta degli attrezzi? Sarà uno di loro a consegnarli finalmente la morte, oppure le mani nude, le mie dita grosse pronte a levargli via il respiro in una morsa feroce? A guardarle così non sembrano mani da assassino. Sono semplici, molli, ben curate. Hanno unghie strane, tonde, ricurve come conchiglie ingombranti, insomma sono brutte e goffe, ma il loro aspetto è innocuo, debole. Rapito da un attimo di sconforto sente il bisogno di sedersi, anzi no, di crollare disteso sul pavimento in un gesto definitivo che segni la resa incondizionata. In quell’attimo si sente l’uomo più sconfitto dell’universo, non vincerò neanche oggi, non conoscerò mai il sapore del trionfo. È sudato, delle gocce tiepide gli scivolano addosso e diventano tiepide in pochi istanti, rigano la schiena, il collo, fanno bruciare gli occhi. Il suo odore salato si mescola nella stanza con quello dell’animale, puzza di pesce andato a male che spezza il respiro, da molte ore ha soppiantato l’aria imponendosi con viscida invadenza. Le sue squame stanno marcendo, hanno cambiato colore, ora è di un verde più scuro e flaccido, costellato di arabeschi viola. La testa lunga del mostro si sposta a scatti, sussulta, cerca in modo maldestro di raggiungere il divano troppo alto. Ogni tanto si gira, guarda Vic dritto negli occhi e con la lunga schiera di denti sottili come ciglia che gli spuntano dalla bocca lo deride all’infinito. Nulla da fare, ghigna ancora. Non mi manderai via, non puoi, perché stare qui, con te, mi piace. Adoro vederti in pena, i tuoi graffi mi regalano smisurata gioia.
Lui è stanco, indebolito, il sonno sta iniziando a consumargli le ossa. C’è un piccolo specchio rettangolare inchiodato alla parete che gli sta di fronte. Incrocia la sua faccia riflessa, è rossa e bagnata, un ciuffo di capelli gli aderisce alla fronte come un’appendice ridicola. Gli è già successo altre volte di scoprirsi brutto, gonfio e vecchio. Sono passati alcuni secoli dall’ultima occasione in cui è riuscito a trovare un’ombra di bellezza nella sua immagine al contrario. E dire che da ragazzo le donne facevano a gara per infilarsi nel suo letto, la timidezza non era mai stata un problema, e anche se nessuno ci crederebbe a guardarle così, le sue braccia avevano vantato muscoli di tutto rispetto, bicipiti forti, massicci, che sapevano infondere sicurezza. Ora dei suoi arti potenti non resta che il ricordo, sostituiti come per incanto da una massa uniforme di carne morbida e neutra. Anche se prova di continuo ad allontanare il pensiero, esiste una data precisa in cui tutto questo ha avuto inizio, un momento esatto della sua vita che ha dato il via alla caduta sfrenata, buia, insopportabile. È una data ormai lontanissima e attorno a quel numero, nei momenti più sordi e difficili, riesce suo malgrado a rivedere il volto di una donna mai dimenticata, e il rumore di una porta che si chiude per sempre alle sue spalle. In quel passato che ha perso per strada hanno abitato respiri leggeri e occhi dolci, e i mostri con cui ancora oggi è costretto a conversare non avevano nessun tipo di potere sulle sue azioni. Semplicemente stavano altrove, nascosti in altri appartamenti, addormentati sotto letti e divani in attesa di trovarlo, ma ancora distanti. Presto avrebbe dovuto fare i conti con una continua sequenza di visite orrende, spaventose, esseri muti e malvagi che da quel momento in poi si sarebbero adoperati in ogni modo per tormentarlo, rendendo la sua vita l’inferno che in effetti è. Ogni tanto ci pensa e subito un groppo solido gli artiglia la gola.

Bisogna dirlo, però: ha una grazia tutta sua, il mostro. Si contorce con stile. Potrebbe essere una donna sdraiata sul tappeto, invece di questo dinosauro ridente. Le ali di cartilagine, larghe e appuntite, che ha mosso con tanta dolcezza per rispondere ai colpi del loro aguzzino, potrebbero benissimo essere confuse con due braccia lisce da femmina pronte ad accarezzare il mondo.
Vic si accende una sigaretta – da quant’è che ho iniziato a fumare? Poco, mi sembra: da giovane ero un salutista convinto – succhia una tirata, alcuni sbuffi gli sfiorano l’occhio destro che reagisce con una lacrima viscosa. Sorride – anche qui, strano: aveva smesso di fare perfino questo –, fissa il mostro, la sua bocca di ciglia aguzze.
Sai, ti trovo sexy, si sorprende dire con mezza voce. In fondo mi dispiace l’idea di doverti ammazzare.
La testa ferita dell’animale trema un attimo, si sposta di qualche centimetro verso destra, poi dalla parte opposta, si ferma, mugugna qualcosa che sembra il preludio a una nuova ondata di dolore. Ma è per questo che sei venuto, no? Per lasciarti massacrare con lentezza. Non ho paura, non credere. Almeno non più, adesso è passata, bestiaccia, sibila Vic con un misto di affetto e orgoglio. È difficile ammetterlo, ma gli è sempre piaciuto sentirsi la perfidia addosso. Da bambino, torturando le lucertole al parco, teneva loro altisonanti discorsi sui destini del mondo. Sapeva bene che a loro modo le sue vittime capivano quelle parole. Si sentiva padrone di un cumulo di vite verdi.
Cosa direbbe la gente se si venisse a sapere questa presenza che mi vegeta in casa? Probabilmente i notiziari del mattino farebbero a gara per ottenere un’esclusiva sull’incontro ravvicinato del secolo, si fionderebbero qui con le loro telecamere e i loro taccuini, prenderebbero appunti, scatterebbero foto, stenderebbero enormi microfoni panoramici per catturare ogni suono, ogni parola. E lui? Lui che direbbe ai cronisti, cosa risponderebbe a domande del tipo: Lei è una persona sola e coraggiosa, qual è esattamente la sua posizione riguardo ai matrimoni misti e alle adozioni a distanza? Nutre pregiudizi nei confronti delle devianze sessuali? È omosessuale? Mai provato interesse verso gli adolescenti imberbi? E i bambini? Cosa pensa della pedofilia? È vero quello che si dice a proposto di una sua presunta attrazione carnale verso il Mostro? Ha molta stima di se stesso? Già intravede le foto in calce gli articoli, la sua faccia rubiconda accanto al muso estasiato della bestia. Signor Vic, qual è stato il suo primo pensiero quando ha scoperto lo pterodattilo sul tappeto del salotto in cui vive? È uno pterodattilo, vero? Ha consultato qualcuno? Ha sfogliato l’enciclopedia? È in possesso di un’enciclopedia? Come riesce a spiegarsi tutto questo?
L’unica persona che ha consultato con costanza negli ultimi anni è stato l’analista magro e svogliato da cui va due volte al mese. Già al loro primo incontro gli era sembrato un uomo stupido e inetto, un medico senza professionalità che non avrebbe potuto far niente per aiutarlo; le teorie blande e posate erano appunto blande e posate e le considerazioni che gli riempivano la bocca sarebbero tranquillamente potute uscire dalla gola di un idraulico o di una commessa in prova. Lui però si ostina, ancora adesso, a frequentarlo con regolarità, dopotutto non ha nessun altro per parlare.
“Lei, mio caro signore, ha subito un trauma decisivo. Per questo è convinto che la sua casa sia invasa da mostri. Si tratta solo di elaborarlo, questo trauma, di condurlo a una dimensione più terrena. Dopodiché le presenze che sembrano accanirsi nel renderle la vita difficile spariranno.”
“Crede che ci vorrà molto?”
“Oh, naturalmente dipende da lei.”
“Godono nel farmi soffrire.”
“Intende i mostri?”
“Non parlano, non comunicano. Si limitano ad abitare il mio appartamento e mi guardano di continuo. Andato via uno, ne arriva subito un altro.”
“Lei comprende bene che sono frutto della sua fantasia. Dopo tutto è un uomo istruito, colto.”
“Mi guardano e basta, forse si aspettano qualcosa da me.”
“Le dirò la verità, io credo che dovremmo scavare più a fondo sulle sfumature della sua fuga.”
“Quale fuga, scusi?”
“Lei è andato via di casa, no? Ha lasciato una moglie e una figlia in fasce…”
“Non era mia figlia.”
“Ma mi era parso di capire che…”
“E poi lei non si impicci, sono faccende personali.”

La sigaretta ha finito di divorarsi la carne, ora è un mozzicone corto e stropicciato. Lo getta per terra, poi schiaccia deciso con un piede, lo appiattisce sotto la suola, ucciso.
Vuoi qualcosa da bere, chiede gentilmente.
Il mostro pterodattilo sbatte le palpebre, sembra ammiccare con sfacciataggine, continua a ridersela, poi emette un verso gutturale, si gratta il petto col muso, sospira divertito.
Ancora, sembra suggerire.
Ancora, su.
Non mi dire che hai già finito.

Musica, ecco quello che ci vuole. Vic accende la radio, stanno trasmettendo il Concerto 23 KV 488 di Mozart. Temporeggia un momento, si gode i primi accenni d’arco dell’Allegro. Alla fine decide, avanza di qualche passo, si avvicina al corpo immobile, ruota la testa verso il muro cercando lo specchio, ma è fuori portata, il riflesso della sua faccia sudata non si vede più, ha lasciato il posto a un brillio lieve. Tira un calcio fortissimo, più potente che può, poi un altro, meno cattivo. Lo pterodattilo lancia un urlo soffocato, grugnisce, sbatte l’ala destra per terra, sembra un pugno liberatorio.

Vic si guarda l’inguine. Gli è sempre piaciuto, lo apprezza anche adesso pur detestando la maggior parte del suo corpo. C’è una peluria sottile che lo invade con armonia; del sangue non suo gli è schizzato addosso proprio lì, e una lingua di rosso cola sotto il testicolo destro. Anche il tappeto è macchiato: il primo calcio – quello più violento – ha prodotto una piccola devastazione di cui riesce a compiacersi con un’ombra di allegria. Bene, eccoti servito, tesoro.
Il mostro ride, è una risata sublime, leggera, fa piacere vederlo felice, davvero; a Vic sembra addirittura di avvertire un formicolio d’emozione solleticargli la gola. Muove le labbra per dire qualcosa, ma desiste subito, non c’è molto da parlare, basta vedere, bisognerebbe che tutti lo vedessero così, il mostro, tutto il mondo, considera Vic, tutto il mondo compresi i dottori, gli scienziati, le mogli, i figli dimenticati, tutti i giornalisti dell’universo, e i muratori, e gli elettricisti e i commercianti di scarpe. Bisogna che si sappia del dolore, di questo dolore così profondo, che lascia godere, che lascia fare, ecco… Mostro, drago o pterodattilo o quello che sei, qualunque sia il motivo che ti ha spinto a raggiungermi, qualunque sia il tuo nome… senti questa musica che ci accompagna? Ecco, vedi, ci sta riscaldando, è anche lei a farlo, lo so che ti piace, fa atmosfera, come si dice, e noi siamo due amanti che si godono un momento perfetto, e siamo due perfezioni che si amano in mezzo all’universo. Io ti parlerò delle cose che mi piacciono, dei miei gusti, che so, colori preferiti, libri, mentre tu ascolterai le mie parole e non ti stancherai, nessuno si stancherà, ti consegnerò in mano tutta la mia storia. Staremo bene, pterodattilo, te lo giuro.
“Smettila, ti prego” dice l’altro all’improvviso. È una voce rotta, soffocata, un verso profondo e cupo che sembra uscire dall’inferno. “Smettila, basta” ripete ancora una volta.
Cosa dice? Non capisco. È la sua voce, questa: non l’ho mai sentita prima, ma so che è lei.
“Mi stai uccidendo, non vedi?” continua il mostro in una specie di rantolo scuro. “Perché mi vuoi uccidere?”
Vic scuote la testa, strizza gli occhi, sente il respiro che gli si mozza in gola.
“Sto facendo… sto solo provando a renderti felice” si sente mentire un attimo dopo.
La bestia tossisce con violenza, una lunga striscia di bava gli esce da un lato della bocca oblunga.
“Non mi renderai felice in questo modo” biascica. “E poi non ti ho chiesto niente del genere.”
“Un attimo fa sorridevi…”
Nuovo colpo di tosse, più forte.
“Povero Vic. Non hai ancora imparato a distinguere il piacere dalla sofferenza.”
“Non capisco.”
“Lo so, e non sai quanto mi dispiace.”
Vic posa l’attrezzo – un martello, un cacciavite? – che poco fa aveva preso dal cassetto. Lo lascia scivolare sul materasso del letto guardando la piccola fossa che il corpo rigido scava sulla superficie delle lenzuola. Ancora pochi istanti e gli avrebbe fracassato il cranio. Perché parla, perché adesso dice queste cose?
“Non ti ho chiesto io di venire qui” tenta di difendersi.
“E io non ti ho chiesto di pestarmi a sangue.”
“Hai invaso il mio spazio, dovevo pur difendermi.”
Il mostro ride, è un sorriso, sì, non ci sono dubbi: un ghigno cattivo.
“Quanti anni hai, Vic? Sapresti rispondere a una domanda semplice come questa? Guardati, coraggio, guardati bene nello specchio. Sei vecchio, non vedi? Un vecchio idiota che si ostina a fare i conti con cose inesistenti. Sposta lo sguardo per un istante, ti prego, fallo. Spostalo e controlla con attenzione il centro dello specchio. Ecco, così, bravo. Riesci a vederti?”
“Sì.”
“Sul serio?”
“Sì.”
“E allora? Ho ragione o no?”
Ha ragione eccome.
La faccia che si riflette sulla superficie di vetro è grigia, gonfia, attraversata da una lunga ombra di tristezza. Eccomi, sono io. Quasi non mi riconosco. Possibile che sia successo davvero, invecchiare in così poco tempo, disfarsi con tanta rapidità? Non è il mio volto, questo, non è lo sguardo a cui mi ero abituato. È la faccia di un altro, una pelle sconosciuta, lontana. Non sono io, no, non è possibile. Sente le gambe sempre più molli, quasi incapaci di reggere il suo peso, tra un attimo crollo, cado, mi rompo in mille pezzi frantumandomi come un pezzo di coccio sul pavimento.
“Hai sbagliato tutto” insiste il mostro, ma questa volta con gentilezza, come se gli dispiacesse davvero, come se si trovasse al cospetto di un fratello sconfitto da commiserare.
“Ti sei lasciato rubare l’anima, stupido. Hai avuto paura di me, di noi, hai permesso a ossessioni assurde di prendere il tuo posto. Povero piccolo Vic.”
Fa caldo, un caldo feroce che non lascia scampo; il sudore sulla sua pelle continua a uscire e a spalmarsi in ogni angolo, ma raffreddandosi all’istante, e un gelo senza nome inizia a mordergli le ossa. Il mostro ora è immobile, il torace fermo, le palpebre serrate. Sei morto, pterodattilo, stai morendo per colpa mia?, geme Vic accorgendosi delle prime lacrime. L’altro non risponde, non respira più, non ride, non rantola, niente. Sembra perfino che stia cambiando colore, consistenza, è un mutamento graduale ma veloce, sbiadisce, diventa sempre più chiaro, sempre più evanescente.
“Ecco che mi abbandoni anche tu” riesce ancora a sussurrare Vic, giusto un attimo prima di crollare sul pavimento, nello stesso istante in cui il mostro si vaporizza come un sogno finito, lasciando al suo posto uno spazio vuoto, un pavimento freddo e senza ombre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *