Quando arrivammo di mattina presto nella cittadina, dopo un interminabile viaggio in autostop, la spiaggia a due passi dal centro ci sembrò una specie di Eden popolato da una fauna variopinta e cosmopolita di frikkettoni e dropouts. Molti stavano ancora dormendo nei colorati sacchi a pelo, qua e là in qualche falò gli ultimi bagliori di brace combattevano con il salmastro; qualcuno s’era appena alzato e cercava di riprendere contezza di ciò che lo circondava dopo una nottata complicata, qualcun altro stava seduto in faccia al mare con i piedi nell’acqua e cappuccio in testa. Trascorremmo in quella spiaggia una settimana perfetta. Diventammo amici di due finlandesi borrachones che sembravano Stanlio ed Ollio, un francese con impressionante cicatrice sulla guancia che pareva uscito da un Polar d’antan ed un australiano che spargeva carisma ad ogni saluto. Mi innamorai perdutamente, non ricambiato, di una spagnola guapissima che ovviamente si chiamava Carmen e che, al posto suo, voleva rifilarmi la sua amica brutta e pure a ruota di ogni sostanza stupefacente che si spacciva in spiaggia. La mattina, la Guardia Civil ci pestava a manganellate finché non ci sfilavamo dal sacco a pelo perché la spiaggia doveva presentare un aspetto dignitoso quando arrivavano le famigliole della città e dintorni, con impressionanti scorte alimentari e los hijos siempre muy gorditos. Se non si può essere seri a 17 anni, ci può anche stare che a 20 non si sappia niente di W:B. Solo qualcosa di molto vago ed aleatorio: il prof. di storia dell’arte che, una volta, nei suoi farnetichii senza costrutto l’aveva citato en passant. Non sapevo certo che, a poche centinaia di metri dai nostri sacchi a pelo, proprio in quella ‘ridente cittadina’ tra Pirenei e mare, s’era ammazzato lì a PortBou nel settembre del 1940.
Hascisch ed oppio, Ibiza e Saint-Paul-de-Vence nei plumbei anni ’30 vissuti come una Bohème in versione Big Sur, la mania per il collezionismo ( giocattoli e libri per bambini, soprattutto) e le lunghe sedute alla Bibliotèque Nationale, l’irresistibile curiosità per i negozi d’arte occulta e quella, assai più dolorosa, per liason amorose quasi sempre a tre, con tutte le prevedibili conseguenze del caso, le partite a scacchi e le tante puntate e perdite al Casinò, l’Omino Gobbo e il Signor Maldestro delle filastrocche infantili che tanto l’appassionavano e che Hanna Arendt riprese per scrivere il più bel saggio a lui dedicato, l’aspirazione ad una cattedra universitaria che, con accanimento persecutorio, gli veniva sistematicamente rifiutata, il disprezzo da parte dei suoi contemporanei- fossero essi editori o gente comune ( ‘el miserable’ lo apostrofavano a Ibiza)-, l’estenuante labor limae su ogni frase ché doveva essere scritta sempre “come se fosse la prima e l’ultima”, i ‘Passages’ ed il Talmud, Capri e Port Bou, Berlino, Parigi, Mosca e Gerusalemme, gli adorati spettacoli del Grand Guignol e la passione per il cinema, la solitudine e i caffè, l’Angelus Novus del suo amico Paul Klee portato sempre con sé, nonostante le 100 case abbandonate, nonostante il periplo affannato ed inquieto di un’Europa percorsa per lungo e per largo, il sogno incompiuto di un’opera da realizzare composta solo di citazioni, e quello, realizzato, di una vita altrettanto “ incompiuta, anacronistica, inqualificabile, ingiusta, imperfetta, frammentata, composta di tratti folgoranti, di razzi illuminanti”, come scrive Tilla Rudel in questa meravigliosa biografia pubblicata l’anno scorso da excelsior 1881: “Walter Benjamin, l’angelo assassinato”. Infine, una tomba che non c’è, un manoscritto perso, il certificato di morte con l’ennesima postuma beffa: l’umiliante inversione del nome e del cognome. Non so se la Rudel possa rientrare nel novero di quelli che Steiner definisce, con ironia perfida, ‘gli stakanovisti benjaminiani’, questa originale ricostruzione fotobiografica di Tilla Rudel, curatrice anche di un grande mostra a lui dedicata al Centre Pompidou, appare un testo non succedaneo o trascurabile nel mare magnum delle opere concentrate attorno alla figura del grande filosofo. Perché? Prima di tutto, per il racconto di una vita tanto esemplare( allegoria ed icona del Secolo Breve) corredata da un ricchissimo apparato iconografico, in cui le foto più celebri ( quella di copertina, per esempio, dove Benjamin sembra citare la posa malinconica della famosa incisione dureriana ) si alternano ad altre meno conosciute e per questo più sorprendenti. Ma forse l’autentico merito di questa opera sta nel modo in cui la Rudel tratta W.B: con quel rispetto e quella passione che raramente questo splendido perdente aveva ricevuto in vita.
Che cosa resta davvero in noi del dolore degli altri? Quando pensiamo agli sconfitti, ai perdenti, ai paria della storia, per poter rintracciare una qualche giustificazione a tanta infelicità, troviamo una specie di consolazione nel fatto che essi, quasi quasi, quella catastrofe, quella congiura accanita del destino se la sono comunque, in un certo senso, meritata. In fondo, le disgrazie non sono venute da sole: in fondo, come si usa dire, con formula tranquillizzante, se la sono cercata. Così ci mettiamo il cuore in pace pensando che noi quella presunta grandezza, a prezzo di tutto quel gran dolore, non la vorremmo mai. W.B. apparteneva alla schiera folta di chi con il dolore intesseva una relazione perpetua, quella degli ‘infelici molti’ che, solo per il fatto di essere tali, disturbano, danno fastidio e volentieri li dimentichiamo, li rimuoviamo dalla nostra esistenza. Proprio come scrive Sebald nel suo struggente “Austerlitz” : “ i morti, d’altronde, sono fuori dal tempo,al pari dei morenti e di tutti i malati costretti a letto in casa o negli ospedali,e non soltanto loro, basta già un certo grado di infelicità per tagliarci fuori da qualsiasi passato e da qualsiasi futuruo”.
Di che cosa è morto, per che cosa è morto W.B.? C’è una frase di Jacques Rivière su Proust che W.B. citava volentieri e che si attaglia perfettamente anche a lui: “ è morto a causa della sua stessa inesperienza che gli ha permesso di scrivere la sua opera…è morto per il fatto di non sapere accendere un fuoco, come si apre una finestra…”. Mi vengono in mente una folla di amici e conoscenti: gli inetti, i vulnerabili, i feriti dalla vita e dalle sue modalità, quelli che trasaliscono davanti ad un giudizio negativo, quelli per cui ogni piccolo atto e gesto diventa un test di abilità regolarmente fallito, un esame sempre sbagliato.
Diventare W.B, cioè accumulare frammenti e citazioni delle letture quotidiane, portarseli sempre dietro e leggerli forte agli amici, far diventare il pensiero stesso una forma di collezionismo registrando idee vaganti, sviluppando veri e propri mini saggi nelle lettere agli amici, pensare che l’unica vera opera grande è quella anacronistica, postuma,quella che ogni giorno, dopo la morte di chi l’ha concepita,vive di più, non usare mai la parola ‘io’ tranne nelle lettere, odiare la storia che s’insegna perché frutto di quell’aporia insanabile ( “non esiste testimonianza di cultura che non sia allo stesso tempo testimonianza di barbarie”), apprezzare la bellezza pura dell’insuccesso ( cfr. Kafka) e le ‘decisive panchine’ dovunque esse siano, sapere che ogni crisi porta in sé non solo la minaccia della distruzione, ma anche la speranza della salvezza, preferire il testo corto, l’intarsio,la costellazione, scegliere libri che non si fanno leggere per più di 2 o tre pagine “perché il mio cuore prendeva a battere così forte che dovevo porre il libro”, anzi, meglio, non leggere i libri, ma soggiornare, abitare tra le loro righe, adorare gli oggetti di piccole dimensioni,chicchi di grano e francobolli, nascondersi tra le parole come tra le nuvole.

Tra i pochi libri del Novecento da portare su un isola deserta, per tentare di capire e di pensare la catastrofe che ha sommerso tutto, “Sul concetto di storia”.
Molto bello, bravo Linnio. Il libro della Rudel è magnifico, anch’io ne rimasi impressionato. Non sapevo che WB fosse amico di Klee, pensavo che l’Angelo l’avesse comprato in una galleria di Monaco senza mai incontrarlo.
grazie sergio.
se è bello il mio post, che dire di un articolo su Liberazione di qualche giorno fa dove un signor-critico ha,in maniera molto raffinata e colta, parlato del Cortellessa-riccio?
linnio
caro linnio, quello lo conosco, è un pirla, lascialo perdere, i tuoi pezzi sono molto più belli.